sabato 28 marzo 2020

Da "Ciò che si vede, e ciò che non si vede" di Frédéric Bastiat

In questi tempi in cui tanti approfittano delle sciagure per invocare un sempre maggior interventismo dello stato, propongo questa paginetta da quel piccolo ma prezioso volume che è "Ciò che si vede, e ciò che non si vede"

venerdì 13 dicembre 2019

Né sostanza né accidente

Il Don Ferrante che nega le piccole verità apprese con fatica dall'esperienza di una medicina pre-scientifica, mi ricorda i tanti scettici che fanno, dell'essere la scienza limitata nel suo sapere, la scusa per attaccarne la credibilità. 
Come se l'impossibilità di acquisire una verità assoluta in terra, rendesse uguali scienza e superstizione.  

mercoledì 18 settembre 2019

Da: "la ribellione delle masse" di Ortega y Gasset

Lo Stato contemporaneo è il prodotto più visibile e notorio della civiltà. Ed è molto interessante, e rivelatore, capacitarsi dell'atteggiamento che dinanzi ad esso assume l'uomo-massa. Questi lo vede, l'ammira, sa che sta lì, mentre gli assicura la vita; però non ha coscienza che è una creazione umana creata da alcuni uomini e sostenuta da determinate virtù e presupposti che ieri vissero nel cuore degli uomini e che domani potranno svanire. D'altra parte, l'uomo-massa vede nello Stato un potere anonimo, e, al pari di quello, sente se stesso anonimo - volgo - e crede che lo Stato sia una cosa propria.  Immaginiamo che intervenga nella vita pubblica d'un paese una qualsiasi difficoltà, conflitto o problema: l'uomo-massa tenderà ad esigere che immediatamente se lo assuma lo Stato e che s'incarichi direttamente di risolverlo con i suoi giganteschi ed incontrastabili mezzi.  Questo è il maggior pericolo che oggi minaccia la civiltà: la statificazione della vita, l'interventismo dello Stato, l'assorbimento di ogni spontaneità sociale da parte dello Stato; vale a dire, l'annullamento della spontaneità storica che, in definitiva, sostiene, nutre, sollecita il destino degli uomini. Allorché la massa avverte qualche sventura, o semplicemente qualche forte aspirazione, è una grande tentazione per lei questa permanente e sicura possibilità di ottenere tutto - senza sforzo, lotta, dubbio, né rischio - senza fare altro che premere la molla e far funzionare la portentosa macchina.  La massa si dice: «Lo stato sono io», il che è un perfetto errore.  Lo Stato è la massa soltanto nel senso che può dirsi di due uomini che sono identici perché nessuno dei due si chiama Giovanni. Stato contemporaneo e massa coincidono solo nell'essere anonimi. Però il caso vuole che l'uomo-massa creda effettivamente ch'esso è lo Stato, e tenderà ogni volta di più a farlo funzionare con qualsiasi pretesto, a schiacciare per suo mezzo ogni minoranza creativa che possa perturbarlo - che possa perturbarlo in qualsiasi ordine: nella politica, nelle idee, nell'industria.  Il risultato di questa tendenza sarà fatale. La spontaneità sociale rimarrà violentata di volta in volta dall'intervento dello Stato; nessuna nuova semente potrà fruttificare. La società dovrà vivere "per" lo Stato; l'uomo "per" la macchina del Governo. E poiché alla fin fine non è che una macchina, la cui esistenza e il cui proseguimento dipendono dalla vitalità circostante che è capace di mantenerla, lo Stato, dopo aver succhiato alla società il tetano, rimarrà tisico, scheletrico, ucciso da quella morte ferruginosa della macchina, assai più mortale di quella dell'organismo umano.  Questo fu l'infelice destino della civiltà antica. Non c'è dubbio che lo Stato imperiale creato dai Giulii (19) e dai Claudii fu una macchina mirabile, incomparabilmente superiore come «artificio» al vecchio Stato repubblicano delle famiglie patrizie. Però, curiosa coincidenza, appena esso arrivò al suo pieno sviluppo, ecco che comincia a decadere il corpo sociale. Già ai tempi degli Antonini (secolo secondo) grava con una «antivitale» supremazia sulla società. E questa comincia ad essere resa schiava, a non poter vivere più che "al servizio dello Stato".  La vita intera si burocratizza. Che accade? La burocratizzazione della vita provoca la sua assoluta deficienza - in tutti gli ordini. La ricchezza diminuisce e le donne partoriscono poco. Allora lo Stato, per sovvenire alle proprie necessità, forza di più la burocratizzazione dell'esistenza umana. Questa burocratizzazione alla seconda potenza equivale alla militarizzazione della società. L'urgenza maggiore dello Stato è il suo apparato bellico, il suo esercito. Lo Stato è, anzitutto, produttore di sicurezza (la sicurezza da cui nasce l'uomo-massa, non si dimentichi). Per questo è anzitutto, esercito. I Severi, di origine africana, militarizzarono il mondo. Fatica vana!  La miseria aumenta, le matrici si fanno ogni giorno più sterili. Mancano perfino i soldati. Dopo i Severi, l'esercito deve essere reclutato fra gli stranieri.  Si avverta, dunque, qual è il processo paradossale e tragico dello statismo? La società, volendo vivere meglio, crea, come utensile, lo Stato. Dopo lo Stato si sovrappone, e la società deve cominciare a vivere per lo Stato (A 42).  Ma, in sostanza, lo Stato si compone ancora degli uomini di quella società. Ben presto non è sufficiente sostenere lo Stato con questi e bisogna chiamare gli stranieri: dapprima, dalmati; poi germanici. Gli stranieri diventano padroni dello Stato e coloro che restano della società, del popolo iniziale, devono vivere come schiavi di quelli, sotto gente con cui non hanno nulla a che vedere. A siffatte conseguenze porta l'interventismo dello Stato: il popolo si converte in carne e pasta che alimentano il mero «artificio» o macchina che è lo Stato. Lo scheletro consuma carne che gli sta intorno. La intravatura esterna diventa proprietario e inquilino della casa. Quando si sa questo, fa un po' spavento sentire che Mussolini predica con esemplare petulanza, come una prodigiosa scoperta fatta ora in Italia, la formula: "Tutto per lo Stato; nulla fuori per lo Stato; nulla contro lo Stato".  Basterebbe questo per scoprire nel fascismo un tipico movimento di uomini-massa. Mussolini si trovò con uno Stato mirabilmente costruito - non da lui, ma precisamente dalle forze e idee ch'egli combatte: dalla democrazia liberale. Egli si limita ad usarlo con incontinenza e, senza permettermi adesso di giudicare i particolari della sua opera, è indiscutibile che i risultati ottenuti fino al presente non possono paragonarsi a quelli raggiunti nella funzione politica e amministrativa dello Stato liberale.  Se qualcosa ha ottenuto, è di così poca entità, tanto poco visibile e priva di effettivo amore, che difficilmente può compensare il cumulo di poteri anormali che gli consentono d'impiegare quella macchina in forme estreme.  Lo statismo è la forma superiore che assumono la violenza e l'azione diretta costituita a norma. Attraverso e per mezzo dello Stato, macchina anonima, le masse agiscono da se stesse. 

domenica 19 maggio 2019

Intervista al governatore banca centrale d'Olanda Klaas Knot (da Corsera 19.5.2019)

Intervista al governatore banca centrale d'Olanda Klaas Knot; da leggere, analizzare e interpretare.

Partirei dal fondo, in cui non vengono tratte conclusioni, ma piuttosto le premesse di un qualsiasi discorso.
Fubini: «secondo lei qual è il problema dell’Italia?»
Knot: «Mi pare che le difficoltà del Paese abbiano a che fare più che altro con la globalizzazione e il cambiamento tecnologico. Non hanno niente a che fare con l’euro, trovo. L’Italia avrebbe avuto queste difficoltà con qualunque regime monetario avesse scelto. Le divergenze (da altri Paesi europei, ndr) hanno a che fare con la velocità diversa con la quale l’Italia ha scelto di adeguarsi alle rivoluzioni tecnologiche e all’impatto della globalizzazione. Quegli shock ci hanno investiti tutti, ma credo che la reazione dei vari Paesi sia stata differente».
Risalendo nell'intervista troviamo la seconda premessa:
Knot: « il problema dell’Italia è che da vent’anni ha una crescita della produttività stagnante o nulla, il reddito per abitante in termini reali è ancora a livelli simili di quando entrò nell’euro. Praticamente non c’è stata crescita. E il debito sta salendo».
Che fare dunque? Da un punto di vista puramente contabile, tenendo presente che già ora parte del rischio debito pubblico italiano è condiviso con altri paesi area euro, la risposta è semplice (e semplistica, come per altro Knot sembra di avere chiaro).
Fubini: «Sta dicendo che una tassa patrimoniale sarebbe la soluzione?»
Knot: «La soluzione spetta ai politici italiani. Sto dicendo che in Italia c’è qualcosa che somiglia a un problema di redistribuzione interna, dato che c’è un debito pubblico così alto e una ricchezza privata che anch’essa è molto elevata. E certo, assolutamente, una tassa patrimoniale. Sarebbe una soluzione standard da libro di testo. Ora, le patrimoniali presentano anche svantaggi di arbitraggio e evasione e io non conosco l’economia italiana così bene da poter dire come funzionerebbe e quali sarebbero le conseguenze negative. Dunque evito di consigliare qualunque cosa, non è il mio ruolo».
Una sintesi del messaggio di Knot? Provo a darla usando parole mie e non di Knot, ma temendo ne rispecchino le idee:
cari Italiani, evitate di continuare a blaterare di crescita continuando ad aumentare debiti e spesa pubblica, e iniziate a ripianare i debiti pubblici fottendo i risparmi privati. In questo modo noi ci tuteliamo da possibili crisi finanziarie globali. Vi aiuterà questo a interrompere il declino? Non penso proprio, visto che siete arrivati a questo punto proprio per non essere stati capaci di intervenire in modo appropriato fino ad oggi. Sarete i futuri terroni di europa, e come il sud italia il vostro destino sarà tra clientele, mafia, corruzione, pessimo governo, preti invadenti ed emigrazione forse non di massa, ma di élite. Se poi volete provare il piano B dei geni che avete messo al governo, e vi metterete in condizioni per davvero uscire da euro (e probabilmente da Ue), sappiate che questo avrà un costo per noi, ma per voi sarà moltiplicato e soprattutto non vi sarà di aiuto a competere globalmente. Vi credete furbi, ma non lo siete per nulla: semplicemente vi state fottendo l'un l'altro.. Ma eviteremo accuratamente di essere trascinati nella m per la vostra cialtronaggine.
https://www.corriere.it/economia/opinioni/19_maggio_18/debito-pubblico-ricchezza-privata-l-italia-ha-bisogno-un-riequilibrio-5b45f204-79a9-11e9-84cc-19261c23ea92_amp.html#referrer=https%3A%2F%2Fwww.google.com&amp_tf=Da%20%251%24s

giovedì 10 gennaio 2019

L'Europa che verrà?

Mi chiedo spesso come sarà la nuova Europa vagheggiata dai populisti, e la risposta che mi gira per la mente è una riedizione di quella Europa post prima guerra mondiale dove le tante nazioni si dimostrarono incapaci di cooperare convinte tutte nelle ragioni, e nelle possibilità, dei sacri egoismi.
Con qualche differenza non piccola: la sovranità allora era reale, fondata su armi e eserciti, oggi è caricaturale, con i paesi europei che dalla seconda guerra mondiale di fatto sono satelliti dell'impero americano. Ci siamo dimenticati che una delle motivazioni politiche forti di una confederazione europea erano proprio nella idea che attraverso una integrazione politico-economico e finanziaria i singoli paesi europei avrebbero potuto recuperare parte della sovranità persa nella catastrofe dell'ultima guerra.

domenica 2 dicembre 2018

Einaudi ed i sovranismi monetari dei paesi dei balocchi

Il disordine attuale delle unità monetarie in tutti i paesi del mondo, le difficoltà degli scambi derivanti dall’incertezza dei saggi di cambio tra un paese e l’altro e più dalla impossibilità di effettuare i cambi medesimi, hanno reso evidente agli occhi di tutti il vantaggio che deriverebbe dall’adozione di un’unica unità monetaria in tutto il territorio della federazione. se, dappertutto in Europa […], si ragionasse e si conteggiasse e si facessero i prezzi di beni e di servigi, ad esempio, […] in lire zecchine, quanta semplificazione, quanta facilità nei pagamenti, nei trasferimenti di denaro, nei regolamenti dei saldi! […] il vantaggio del sistema non sarebbe solo di conteggio e di comodità nei pagamenti e nelle transazioni interstatali.
Per quanto altissimo, il vantaggio sarebbe piccolo in confronto di un altro, di pregio di gran lunga superiore, che è l’abolizione della sovranità dei singoli stati in materia monetaria.

Chi ricorda il malo uso che molti stati avevano fatto e fanno del diritto di battere moneta non può aver dubbio rispetto alla urgenza di togliere ad essi cosiffatto diritto. Esso si è ridotto in sostanza al diritto di falsificare moneta […]. E cioè al diritto di imporre ai popoli la peggiore delle imposte, peggiore perché inavvertita, gravante assai più sui poveri che sui ricchi, cagione di arricchimento per i pochi e di impoverimento per i più, lievito di malcontento per ogni classe contro ogni altra classe sociale e di disordine sociale.

La svalutazione della lira italiana e del marco tedesco, che rovinò le classi medie e rese malcontente le classi operaie fu una delle cause da cui nacquero le bande di disoccupati intellettuali e di facinorosi che diedero il potere ai dittatori.

Se la federazione europea toglierà ai singoli stati federati la possibilità di far fronte alle opere pubbliche col far gemere il torchio dei biglietti, e li costringerà a provvedere unicamente colle imposte e con i prestiti volontari, avrà, per ciò solo, compiuto opera grande. Opera di democrazia sana ed efficace, perché i governanti degli stati federati non potranno più ingannare i popoli, col miraggio di opere compiute senza costo, grazie al miracolismo dei biglietti, ma dovranno, per ottenere consenso a nuove imposte o credito per nuovi prestiti, dimostrare di rendere servigi effettivi ai cittadini.”

Luigi EinaudiI problemi economici della federazione europea, scritto per il Movimento federalista europeo e pubblicato nelle Nuove Edizioni di Capolago, Lugano, 1944, poi raccolto in La guerra e l’unità europea, Milano, Edizioni di Comunità, 1948, pp. 38-40.

venerdì 16 novembre 2018

Sovranità non è sovranismo

Non saranno la retorica e le pose celoduriste  a far si che i deliri di (onni)potenza vincano sulla realtà. Il sovranismo da operetta ha già avuto recentemente un tragico precedente anche se oramai quasi privo di testimoni diretti.
La sovranità si costruisce con il lavoro, lo studio, la serietà, la prudenza, creando le condizioni perché la libera iniziativa dei propri cittadini si traduca in creazione di ricchezza, avendo la coscienza dei propri interessi ed in quelli dei vicini così da costruire un sistema di relazioni internazionali realisticamente funzionale ai propri interessi,  e con il senso della realtà, non con l'azzardo, la magia, le sceneggiate ed i proclami.
La mancanza di uno solo dei veri pilastri della sovranità potrebbe aprire la strada ad esiti tragici per un paese in declino di un continente in declino di una civiltà in crisi...esiti che potrebbero realizzarsi proprio in una negazione di sovranità.

venerdì 10 agosto 2018

Rivoluzioni e Rivoluzionari

Perché avvengono le rivoluzioni? Quali le condizioni necessarie? Domande a cui due anni fa provavo a dare risposta.
Carlo Annoni