mercoledì 22 luglio 2009

Riflessioni sull’enciclica Caritas in veritate

Sembrerebbe che con questa enciclica la Chiesa abbia scelto il cattolicesimo liberale accantonando almeno per il momento quello “sociale”
di Antonio Martino

da www.brunoleoni.it

Non avendo particolari credenziali in materia religiosa - sono soltanto un economista povero - mi sono astenuto dal commentare l’ultima enciclica di Benedetto XVI, lasciando che gli esperti della materia facessero il loro dovere. Ma adesso, a “bocce ferme”, stimolato da un editoriale sull’argomento del mio amico padre Robert Sirico, presidente dell’Acton Institute, apparso sul Wall Street Journal, vorrei tentare qualche riflessione.
La prima considerazione da fare mi sembra che l’enciclica non ha, come qualcuno ha cercato di sostenere, lo scopo di indicare un sistema economico diverso dall’economia di mercato; il Papa sostiene invece molto chiaramente la tesi che non è lo strumento, il mercato, ad essere giusto o ingiusto, morale o immorale, ma sono gli individui che se ne servono a possedere queste qualità o ad essere afflitti da questi difetti. Vengono alla mente le parole del “Libro di preghiere” della chiesa anglicana: non attribuite al denaro le colpe di chi lo usa. Il mercato è uno strumento utilissimo ma eticamente neutrale: se usato da persone responsabili e corrette è moralmente accettabile, se finisce in mano a gente immorale la sua natura viene contaminata da essi. “Strumenti di per sé buoni possono essere trasformati in nocivi se coloro che li usano sono motivati soltanto da egoismo ed avidità.”

Il secondo importantissimo aspetto di questa enciclica è che non solo il Papa non condanna il mercato né raccomanda una “terza via” ma difende limpidamente la globalizzazione come strumento per diffondere il benessere nel mondo, molto più efficace delle politiche di “aiuti”. “La diffusione mondiale della prosperità non deve essere impedita da politiche protezionistiche.” E ancora “la forma principale di assistenza di cui hanno bisogno i paesi poveri è la graduale penetrazione dei loro prodotti nei mercati internazionali.”

Il Papa fa spesso riferimento alla necessità di una più equa distribuzione della ricchezza ma, anche se non esclude affatto che lo Stato possa esercitare un importante ruolo in materia, sembra convinto che la ridistribuzione più efficace sia quella che emerge dai processi di scambio basati sul reciproco vantaggio. Del resto è questa la tesi che sta alla base dell’idea che per aiutare efficacemente i paesi poveri è preferibile consentire loro di vendere quanto producono anziché trasferire risorse, “aiuti”, ai loro governi. La diffusione internazionale della ricchezza prodotta dai commerci è la più efficace forma di perequazione internazionale perché consente ai paesi sottosviluppati di crescere ed uscire dalla povertà. Lo stesso vale fra individui in uno stesso paese: i meno abbienti sono molto più efficacemente aiutati dai processi di scambio che non dalla carità coercitiva e spesso pelosa degli aiuti di Stato.

La conclusione di padre Sirico, apparentemente paradossale, alla luce di quanto detto non lo è affatto. Questa enciclica si muove nel solco di una lunga tradizione: S. Tommaso d’Aquino ed i suoi seguaci, Federic Bastiat nel 19° secolo, Wilhelm Roepke e F. A. Hayek nel 20° ed il pensiero di molti movimenti cristiano-democratici europei. Agli nomi citati da Sirico si possono aggiungere quelli di Alessandro Manzoni, don Luigi Sturzo ed i tanti cattolici liberali, oltre ovviamente ai liberali cattolici come Luigi Einaudi.

Sembrerebbe che con questa enciclica la Chiesa abbia scelto il cattolicesimo liberale accantonando almeno per il momento quello “sociale” (che più correttamente dovrebbe essere chiamato socialista). Non è, com’è ovvio, una scelta definitiva, irreversibile, ma è pur sempre significativa delle profonde trasformazioni del nostro tempo, che riguardano non solo gli aspetti pratici, le politiche economiche e le scelte elettorali, ma anche quelli teorici, filosofici, intellettuali e religiosi.
Tutto ciò è consolante in un momento di grandi difficoltà e di clamorosi errori politici come l’attuale ed è da ritenere che, se la nostra generazione non lo distruggerà prima, il mondo futuro sarà nettamente migliore di quello che ci lasciamo alle spalle.

Nessun commento:

Posta un commento