mercoledì 22 luglio 2009

La repubblica dei salumieri

Federico Orlando su Europa risponde a Ernesto Galli della Loggia

Forse ha ragione il professor Galli della Loggia a immaginarsi il principe di Metternich che se la ride per aver definito l’Italia, che voleva fare il suo “risorgimento nazionale”, nient’altro che un’espressione geografica.
Vero è che poco più di quarant’anni dopo, nel 1861, l’inedita simbiosi tra una monarchia militare espansionista e un movimento liberale impastato anche di giacobinsimo riuscì a unificare le genti della penisola, che non conoscevano, e dalle quali non erano conosciuti.
Il vuoto di idee per celebrare nel 2011 i centocinquant’anni di quella unificazione, sancita dal primo parlamento nazionale (che solo poche centinaia di migliaia di elettori avevano concorso a eleggere: l’altra metà preferì la nostalgia revanchista per i borboni, il papa, i duchi i granduchi e l’imperatore di Vienna), dimostra che la nostra classe politica di destra e di sinistra è lo specchio fedele degli italiani d’oggi: vogliono solo più companatico e hanno trovato una classe di salumieri e un governo che glie ne fa sentire l’odore e forse glie ne darà. Del resto, cos’altro avevano fatto gli intellettuali “italiani”, antenati di Galli della Loggia, se non infamare l’opera rabberciata da Vittorio Emanuele, Cavour e Garibaldi? «Conquista regia», tuonava Guido Dorso, «Rivoluzione agraria mancata », marxistizzava Gramsci, «Risorgimento senza eroi», snobbava Gobetti. E via con altre consimili formule giornalistiche e agronomiche.
Si può anche comprendere che, venuto ben dopo il Concordato mussoliniano e la riconsegna di parte del trono al sovrano pontefice, il governo Prodi non trovò di meglio, tre anni fa, per supplire alla mancanza di memoria e di passione nazionale, che proporre una grande abbuffata di opere pubbliche che (a parte casi seri) soddisfacessero il maggior numero di esigenze localistiche: quel localismo che è l’interfaccia dei cento e cento corporativismi delle categorie, dei territori, del nuovo trasformismo delle caste e della casta, che formano, secondo un altro professore Gian Enrico Rusconi, la nostra società civile.
Quella che ora ha trovato in Berlusconi il suo Pigmalione. E Berlusconi, che la crisi ha privato del suo sogno faraonico di costruire un ponte a Messina, spendibile anche come monumento all’unificazione peninsulare, continua la marcia verso il 2011 tra indulgenze alle piccole patrie, oboli a evasori da ogni dovere e sentimento patrio, veleni vandeani a leghe celtico-naziste del nord o partiti borbonico-mafiosi del sud. Il professore della Loggia sa, ma non lo scrive, che si uccide così giorno per giorno il simulacro del nostro paese ancora in piedi: nell’indifferenza dei due potentati sociologici, le corporazioni e i clericali, che continuano a prendere il sole sulla spiaggia davanti all’annegato morente, e aspettano che passi la croce rossa berlusconiana a scaricare nei loro borsoni scudi, condoni, escort, lavori in nero, riconquiste temporali.
La constatazione o il sarcasmo degli stranieri, che «gli italiani son fatti così», riduce la nostra identità storico-culturale «a una inconsistente (im)moralità pubblica», scrive Rusconi. E se c’è un po’ di vero, diventa difficile capire di quale «mancanza di memoria» parli Ernesto Galli della Loggia. Che fu il primo a diagnosticare la «morte della patria», sbagliandone però troppo la data: che non fu l’8 settembre 1943, cui seguirono prodigiosi risvegli di energie, senza sondini: resistenza, costituzione, ricostruzione, miracolo economico, contestazione del vecchio, nuovi diritti civili, crescita laica della società.
Queste energie sono state spente dal corporativismo che ingrassava, dal classismo rimasto fermo alle “classi sociali” degli anni Venti, dal clericalismo famelico e fondamentalista.
Per contraccolpo, sono stati riaccesi i campanilismi, le lotte strapaesane, le faide di comune, le mafie, le collusioni politica-malavita, la Casta del disonore, l’espulsione dalle aule scolastiche di patria, disciplina, rigore, la svendita del Bel Paese all’ultimo palazzinaro arricchito che lo devasta. Al punto da attribuire il “grido di dolore” del parlamento subalpino, con cui s’iniziò la guerra d’indipendenza, ai costruttori romani, limitati dal piano regolatore nel loro diritto di devastazione.
Il grido di dolore del calcestruzzo tiene il grido di dolore del risorgimento, e questo dice tutto di tutti noi, sinistra compresa. Fino all’orgia di Totò Riina, che accusa il doppio stato e la doppia morale d’aver ucciso Borsellino, mentre oggi il parlamento vota la nuova indulgenza agli evasori e perfino oltre Tevere si scambia l’immoralità di “papi” con la sharia promessa ai fondamentalisti.
Ognuno riempie il proprio forziere, e chi se ne frega dell’Italia.
Ma la cultura italiana, egregio della Loggia, cos’ha fatto in questi decenni oltre che dilettarsi di nuove formule, appunto, giornalistiche, come «Morte della patria»? Quali parole avete scritto, non contro il governo, ma in difesa dello stato, di fronte a Tangentopoli, a Mafiopoli, a Puttanopoli e ad altre caratteristiche del nostro essere comunità? Queste caratteristiche nascono dalla «mancanza di memoria», come dice lei, che ci rende perfino incapaci di trovare un’idea per celebrare il 2011? Io invece credo dalla mancanza di coraggio, che già nella prima metà del Novecento fece parlare di «tradimento dei chierici». I chierici siete voi, cari intellettuali; e i politici, che dovrebbero confrontarsi con le vostre idee; e gli imprenditori, che dovrebbero tenere la barra dello sviluppo sulla stella polare della nazione invece di scambiare appalti coi “zuccherini” dell’Italia liberale e con le “mazzette” dell’Italia clerico-socialistacorporativa.
Perché non denunciate che l’Italia che perdona tutto ai governanti, purché la facciano “mangiare”, s’avvia con Berlusconi a un regime autoritario di tipo salazariano? Cosa avete da dire, a parte le belle pagine dei vostri Focus, sull’ultima conversione dei barbari: il passaggio della Lega dall’ampolla del Dio Po alla croce sul cuore di Gesù, che era la bandiera della Vandea? Si trova tutto sulle pagine del Corriere della sera e tutto si tiene. L’unica cosa che non si trova è la conclusione: una democrazia può essere sana senza legge? Una legge può essere rispettata dai cittadini se chi li governa la irride? La morale di una collettività è rappresentata più dalla dichiarazione dei redditi di 30 milioni di contribuenti o dai sondini che tolgono il sonno a Sacconi e Roccella e ai cardinali danti causa? E in un paese simile, non dico la memoria ma l’idea di patria, oggi, in quale anfratto potrebbe sopravvivere?

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