mercoledì 22 luglio 2009

Se trovo il paradiso perché non posso metterci i soldi?

Un secondino non può lamentarsi che quelli di fuori insistono a essere liberi, pensando che tanto basti a rendere più gradevole la vita della prigione
di Alberto Mingardi
Da Il Riformista, 19 luglio 2009

Sul "testa di c..." affibbiato dal ministro a un giornalista molesto, si sono già versati fiumi d'inchiostro. Chi sostiene che si tratta di episodio che in un Paese normale costringerebbe il politico implicato almeno a delle scuse solenni e formali, non ha torto. Ma se anche Tremonti segue l'esempio di Berlusconi nel rapportarsi con la stampa d'opposizione (si pensi alla surreale risposta liquidatoria «Vada a chiederlo ad Obama»), si capisce che siamo effettivamente in regime d'eccezione. Il problema non è la stampa d'opposizione: è che ormai l'opposizione è (solo) la stampa, e pertanto il Governo reagisce tenendo la mira all'altezza dei giornalisti.

Detto questo, il "testa di c..." ha completamente sviato l'attenzione dalle cose ben più preoccupanti che il ministro ha ammannito all'interlocutore. «Lei è dalla parte dei paradisi fiscali, vuole che continuino?»: così è stato difeso il nuovo "scudo", misura sulla cui utilità - soprattutto in un momento come questo - si può pure concordare. Ciò che stupisce è l'uso così aggressivo di una retorica contro i paradisi fiscali, davvero "populista e liberticida" come l'ha definita Antonio Martino, da parte di un governo il cui premier manda la figlia a partorire a Lugano (forse perché lì la privacy, a cominciare dal segreto bancario, è più rispettata che in Italia?).

Fossimo ticinesi, potremmo sostenere che un modello di sviluppo sbilanciato sull'afflusso di capitali, talora di dubbia provenienza, è pericoloso. Pericoloso per una terra che può sentirsi il terreno franare sotto i piedi, al prossimo giro di vite contro i paradisi fiscali. Sta bene: ma sono problemi loro, non nostri. Per l'Italia, le questioni sono altre: perché tanti capitali sono "scappati" dal nostro Paese, man mano che venivano accumulati? Perché a farli "scappare" sono state persone che il Paese lo conoscono bene, ci vivono e ci operano come imprenditori, e quindi sono in posizione più che adeguata a stimare rischi e opportunità che potrebbero trovarvi?

Mettiamo che lo "scudo" vada alla grande, come il primo voluto da Tremonti. Quei soldi ritornati come fanno a diventare davvero "linfa" per la nostra economia, come si augura Raffaele Bonanni, non nel senso di farsi placidamente tassare? Cioè fino a che punto si colpisce la paura di una ritorsione futura, e da che punto invece si fanno "tornare" risorse per investimenti? E ancora: rientrati i denari fuoriusciti ieri, perché domani l'emorragia non dovrebbe ricominciare?

Barbara Berlusconi che partorisce (congratulazioni) a Lugano è l'immagine chiave, quella che può dare risposta a tutte queste domande. Che cos'è più paradossale di un primo ministro che attraversa il confine, financo verso quello spicchio di "Lombardia libera" che è il Ticino, per abbracciare il nipotino appena venuto al mondo? Quando mai si è visto il massimo potente di una nazione, inginocchiarsi compunto verso la superiore efficienza e affidabilità di un'altra? Per inciso: per giunta piccolina, e pubblicamente biasimata dal suo governo, come la Svizzera.

I motivi per cui tanti quattrini hanno passato la frontiera di Ponte Chiasso sono noti. Le colpe non ricadono certo sulle spalle dell'attuale maggioranza: ma sono il lascito di cinquant'anni di malgoverno. La Prima Repubblica, di cui rimpiangiamo così frequente i capi dal profilo austero e il fraseggio erudito dei partiti, ci ha lasciato un Paese di clientele, nel quale il debito pubblico ha continuato a gonfiarsi, i servizi pubblici sono stati utilizzati come ammortizzatore sociale, la creazione di ricchezza è continuata nonostante tutto, ma col fiato sempre più grosso. Per questo i capitali fuggivano. Perché persone di talento, che vivevano in Italia, che lavoravano in Italia, che amavano l'Italia al punto da continuare a starci e da volerci restare, vedevano nel suo futuro più luci che ombre. La paura di tasse sempre più alte, di un atteggiamento sempre meno favorevole della politica verso i risparmi, dell'inflazione (l'unico male da cui ci ha salvato l'euro), faceva sì che i franchi svizzeri dessero sicurezza. Il fatto che nei Paesi "riceventi" capitali i servizi bancari siano più sviluppati aiutava a sentirsi protetti nella "fuga". E ogni tanto probabilmente questa diversa qualità di rapporti, questa maggiore professionalità delle banche straniere private rispetto a quelle italiane essenzialmente pubbliche, ha giocato un ruolo.
Se immaginassimo gli "esportatori di capitale" come tanti zio Paperone che nuotano nelle monete d'oro, non capiremmo perché tanto si aspetta il Governo da uno "scudo" che, per sortire risultati reali, deve avere un'ampia platea di beneficiari.

Ma soprattutto, continuando ad appiccicare parole di biasimo e rabbia addosso ai "paradisi fiscali", non ci tuteleremo in alcun modo contro "fughe" future. Un secondino non può lamentarsi che quelli di fuori insistono a essere liberi, pensando che tanto basti a rendere più gradevole la vita della prigione.

Magari in futuro fare il "paradiso fiscale", cioè cercare di attrarre risorse con una fiscalità moderata (spesso l'unica chance per Paesi privi di altri punti di forza), sarà più difficile e più costoso.
Magari per scappare i capitali dovranno fare una strada più lunga. Ma finché l'Italia continuerà a essere un Paese che non sa ispirare fiducia ai suoi stessi cittadini, chi potrà sceglierà sempre banche estere per i suoi risparmi, università estere per far studiare i suoi figli, e cliniche estere per metterli al mondo.

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