da Il Sole 24 Ore del 10 dicembre 2008, pag. 16
di Stefano Folli
Il sondaggio pubblicato dal sito di «Repubblica» descrive un Partito democratico in caduta di consensi: oggi al 28 per cento, cinque punti in meno delle elezioni politiche (33,2). E un dato che fa riflettere in vista del voto europeo dei 2009: è la conseguenza della cosiddetta «questione morale» che scuote il partito o piuttosto il frutto di una crisi più lunga e subdola di natura politica?
Sta di fatto che il Pd non sembra minacciato dall’estrema sinistra: Rifondazione, Comunisti italiani e Verdi restano ai margini, con risultati quasi insignificanti. Vuol dire che nemmeno la gravità della situazione economica li ha rimessi al mondo. Potrebbe essere una buona notizia per il centrosinistra, ma non è così. Perché la vera minaccia per i Democratici è l’Italia dei Valori. La strategia di Di Pietro, volta all’erosione costante dei consensi del Pd, continua ad avere successo. Essere accreditato di quasi l’8 per cento consente all’ex magistrato di accentuare la sua presa sul Pd e di parlare a una platea sempre più vasta.
Vedremo domenica e lunedì come andranno le regionali in Abruzzo. Ma è facile prevedere che Di Pietro si intesterà l’intero risultato dell’alleanza di centrosinistra, visto che è riuscito a presentarsi come il vero avversario del fronte berlusconiano.
Il leader dell’Italia dei Valori ha dimostrato in questi mesi di possedere una forte personalità politica e di avere idee discutibili, ma chiare. La sua strategia è percepita dall’opinione pubblica, il messaggio appare nitido. Se c’è qualcuno che interpreta al meglio il singolare bipolarismo italiano, in cui la zuffa e la contumelia prevalgono sul confronto degli argomenti, questi è Di Pietro. II Pd, viceversa, non riesce a essere ciò che aveva promesso: una fonte di rinnovamento, quasi di rigenerazione della vita politica.
Non è il partito del dialogo, ma nemmeno quello della contrapposizione intransigente alla destra. Risulta come ingessato e di rado fa notizia con le sue proposte. Soprattutto non ha rinnovato se stesso, il suo ceto dirigente, e pertanto appare poco credibile quando prospetta grandi cambiamenti nella società e nelle istituzioni. Sotto questo aspetto, la «questione morale» è davvero figlia dell’impasse politica e della disgregazione che ne deriva. Ha ragione Claudio Martini, presidente della Toscana: «Il partito ha bisogno di rinnovamento e uno dei problemi è anche quello della permanenza troppo lunga degli amministratori in certi ruoli». Martini parla di sé, avendo deciso di non ricandidarsi alla scadenza del mandato, ma tocca un nodo cruciale.
Nella politica moderna il rinnovamento coincide con il ricambio di una classe dirigente. A livello amministrativo, certo: come garanzia di buongoverno e di etica pubblica. Ma in particolare al vertice politico romano. È quello di cui sembra avere un disperato bisogno il Pd, al di là dei meriti o dei demeriti di chi oggi ne regge le sorti.
Molti anni dopo la fine del vecchio Pci, le cronache di queste settimane raccontano di un sistema logoro soprattutto perché i protagonisti e i comprimari sono sempre gli stessi: giovani comunisti degli anni Settanta, oggi maturi signori; epigoni di un mondo non privo di nobiltà, ma ormai scomparso. Anche per questo il Pd sembra non essere mai nato, al punto, che persino il sindaco di Firenze, dopo essersi incatenato, invoca «un partito vero». E forse è giunto il momento di affrontare la questione.
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