da Il Sole 24 Ore del 9 dicembre 2008
Da tempo in questo Paese questione morale e questione politica si intrecciano in un groviglio inestricabile. Il caso scoppiato a Firenze con le indagini della magistratura ne sono un altro esempio. Dopo mesi di discussioni che hanno portato all’organizzazione di primarie di partito per la selezione del candidato-sindaco del Pd, tutto è stato rimesso ora in discussione. L’impressione è che questo ripensamento non sia tanto legato alla questione giudiziaria ma piuttosto all’insofferenza di una parte del Pd fiorentino nei confronti di uno strumento che a molti sembra essere sfuggito di mano. E così la questione giudiziaria è diventata il pretesto per risolvere una questione politica.
Le primarie fiorentine pongono due problemi. Uno vero e uno falso. Quello falso è un problema di malintesa legittimità democratica. A Firenze i candidati sono quattro. Con tutti questi candidati in corsa è possibile che il vincente prenda anche meno del 3o% dei voti. E allora? Se si trattasse di un sindaco eletto con questa percentuale l’obiezione avrebbe senso ma qui si tratta di scegliere un candidato sindaco all’interno di uno stesso partito. A questo tipo di selezione non si possono applicare criteri di legittimità che appartengono ad altri contesti. Un candidato può anche vincere con una percentuale bassa ma è pur sempre il candidato di un partito che ha dei valori e dei programmi comuni per cui uno qualunque dei candidati eletti dovrebbe rappresentare il partito e non solo una sua parte. Fatte le primarie, tutto il partito si riconosce nel candidato eletto anche se minoritario. Ma proprio questa precisazione serve a introdurre il problema vero sollevato dalle primarie fiorentine.
Le primarie - quelle vere - costituiscono un metodo di selezione della leadership in cui sono i candidati e non il partito al centro della scena. Sono i candidati a fare ciascuno il suo programma all’interno di un quadro di valori condiviso. Il programma del candidato vincente diventa il programma del partito. In questo modo sono gli elettori delle primarie, e non dirigenti e/o iscritti, a scegliere. Una scelta dal basso che favorisce la partecipazione ma che mette in discussione il ruolo del partito. Con primarie di questo tipo il partito cosa ci sta a fare? I suoi dirigenti e i suoi iscritti che voce hanno? Un partito che delegala scelta dei suoi candidati a cariche elettive e la definizione del programma agli elettori, per di più in primarie aperte, che partito è?
Partiti veri, cioè fortemente strutturati, possono anche ricorrere alle primarie, ma lo fanno regolandole in modo tale da neutralizzarne le spinte centrifughe. Così è stato per Prodi e per Veltroni. Ma questo è un altro tipo di primaria. Serve a dare legittimità a scelte fatte in sede di partito. Sono primarie per così dire "finte" perché l’esito è sostanzialmente scontato e l’unica vera incertezza è il livello di partecipazione. Nella sostanza partiti veri e primarie vere non possono facilmente coesistere. Partiti deboli e primarie vere sì ed è quanto accade negli Usa. In questo caso non si contrappongono due diversi insiemi di stokeholder: dirigenti e iscritti da una parte, candidati e elettori dall’altra. Ma questo non è il caso del Pd fiorentino. Qui il partito esiste ancora. Però non è abbastanza forte da riuscire a imporre le sue scelte, e allo stesso tempo non è tanto debole da lasciare che siano i candidati a decidere su tutto o quasi. Per questo fin dall’inizio il rapporto tra candidati e partito è stato difficile.In gioco ci sono due diverse concezioni della democrazia e del ruolo dei partiti. Non si può avere tutto e il contrario di tutto - partiti forti e primarie vere, democrazia dei partiti e democrazia diretta - senza aver approfondito come questi diversi elementi possano coesistere in una sintesi coerente.
Adesso poi con l’inchiesta della magistratura e relative intercettazioni tutto è diventato ancora più difficile Questione morale e questione politica si sono intrecciate. Ma il problema non è l’assessore che non vuole dimettersi pur essendo inquisito ma un certo modo di far politica. che uno dei massimi dirigenti del Pd fiorentino il presidente della Regione Martini - ha giustamente definito «logoro, disinvolto, pressappochista, fatto di scarsa trasparenza». In un contesto di questo genere primarie con quattro candidati che si scontrano in maniera aspra ricorrendo come ha detto Martini anche a colpi bassi rischia di spaccare gravemente il Pd fiorentino.
Per ora tutto è stato sospeso. Ma come se ne esce? Non sarà facile. Azzerare tutto e ricorrere ad un candidato esterno sarebbe una clamorosa ammissione di debolezza. In una città e in una regione che rappresentano uno dei suoi punti di forza il Pd non riesce a esprimere un candidato- sindaco? Difficile da spiegare. Azzerare tutto e fare delle primarie "finte"? Anche questa è una strada difficilmente praticabile dopo aver sollevato tante aspettative sull’uso di questo strumento. La soluzione di cui si parla in queste ore è quella di primarie di coalizione. In questo caso lo statuto prevede che il Pd possa indicare solo due candidati. Meno candidati meno problemi. Ma anche questa scelta non sarà facile e comunque non priva di conseguenze.
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