martedì 30 dicembre 2008

Dove va il PD?

Pubblichiamo questo interessante contributo al dibattito nel e sul PD promosso dal contributo di Michele Salvati ("Un progetto in pericolo").
L'autore è Lorenzo Sacconi,docente dell'Università di Trento e della Bicocca di Milano.
Il contributo ci è stato inoltrato dagli amici della Fabbrichetta di Milano.


cara Fabbrichetta,

grazie degli auguri e dell’opportunità della buona lettura del testo di Michele Salvati.

Come sempre si tratta di un testo assai chiaro e intelligente, ma che denota una sconsolante mancanza di indicazione di ciò che può effettivamente “smuovere in positivo” la situazione. E questo poiché nella descrizione non troviamo l’identificazione di “ciò che è mancato davvero”. E’ una descrizione accurata, che suggerisce però una spiegazione tautologica (perché l’amalgama è mal riuscita? perché siamo rimasti diversi…) , al termine della quale resta la domanda: che fare?

Infatti se le basi per un programma di governo condiviso ci sono , dire che le differenze sulla laicità restano un fortissimo ostacolo ideologico è quasi tautologico. Sapevamo benissimo che quelle difficoltà ci sarebbero state, e si potrebbe dire che la scommessa del PD era che si “potesse fare” nonostante quelle diversità ideologiche. Il problema è dunque che l’accordo sull’elaborazione programmatica non crea un nuovo collante ideologico culturale (identità vuol dire fattore unificante) e così emergono solo i fattori ideologici precedenti e separanti , derivati delle diverse identità, sui temi della bioetica e delle scelte morali sull’entrata e l’uscita dalla vita, e –tema veramente essenziale dal punto di vista politico - sulla pretesa della Chiesa di ergersi come “unica autorità morale” nella sfera dell’indicazione dei valori etico politici.

Ma cosa manca allora, e cosa non è stato fatto? E' mancata la consapevole elaborazione, discussione e diffusione della piattaforma ideologico valoriale e culturale, cioè del collante identitario del PD. Sì, un’ ideologia, cioè un sistema di idee , organizzato gerarchicamente, per selezionare e dare priorità ai valori, per semplificare e ridurre a poche variabili essenziali , con altre dimensioni come derivate, i giudizi di valore politico e quindi da un lato superare il gap cognitivo che separa gli elettori e i militanti dai tecnici-politici, e dall’altro per assimilare elementi diversi attraverso la gradazione di importanza dei valori e quindi “alloggiare” sottoidentità tradizionali distinte grazie a un margine di vaghezza e di gradazione nella priorità relativa dei valori. E al contempo enfatizzare le distinzioni che rendono visibile l’opposizione (o se si vuole il “vantaggio competitivo” dal punto di vista degli ideali ) in base al quale competere con gli avversari , cioè le differenze essenziali che separano destra e sinistra (in ideologia anche l’ indicazione dei disvalori della controparte ha un ruolo identificante, sebbene in filosofia politica non sia così).

Senza ideologia non si fa un partito, l’ipotesi che potesse bastare il programma elettorale è stata semplicemente sciocca. Inoltre l’ideologia non è una sapiente combinazione di messaggi di marketing, perché anche se ha margini di vaghezza, e possibili interprestazioni alternative sono ammissibili più che nella teoria politica, un’ideologia deve avere delle preferenze di principio abbastanza univoche , delle priorità e delle coerenze di principio riscontrabili da parte dell’ elettore e del militante non professionista di politica o non esperto di scienza politica. “Questo ma anche quello” va bene solo se entrambi appaiono deducibili da un qualcosa che sta sopra e che permette di risolvere la contraddizione , se c’è una contraddizione, e la riduce a una differenza dovuta agli ambiti di applicazione o a sfere di interesse periferico.

La coerenza con i principi è essenziale per l’accountability poiché permette al militante e all’elettore , ciascuno nel proprio ambito di competenza, di giudicare se ciò che “doveva essere fatto è stato fatto” e perciò di esprimere un giudizio sulla reputazione del partito, anche quando non ha la competenza per giudicare il comportamento e i risultati sui singoli punti programmatici e sui singoli atti parlamentari. Come e più che per le imprese (è il tema della cultura di impresa) , la reputazione dei partiti dipende dai principi generali, e dal confronto iterato (in un gioco ripetuto della fiducia) tra comportamento e principi, assai più che dalla conoscenza dettagliata dei comportamenti e dei risultati.

La domanda allora è quale dovrebbe essere questa ideologia....ma ovviamente è una domanda eccessiva per una lettera estemporanea, anche perché la risposta non nasce da un’ elaborazione a tavolino. Sebbene , però, si possa affermare che un impasto di tradizioni e di elaborazione teorica appositamente rivolta a generare il contenuto e il messaggio ideologico può essere il risultato di una pianificazione consapevole, che duri nel tempo e porti con sé anche l’esperienza della costruzione di “valori comuni” (in termini più liberali: l’esperienza di assumere il punto di vista del “noi” nel fare un contratto costituzionale necessario alla cooperazione. Come è noto poi l’esperienza costituzionale diviene un mito che si trasmette alle generazioni future con un forte valore simbolico – e questo accade negli Stati, nelle imprese , nelle associazioni …. perché non nel PD?).

D'altra parte elementi di questa ideologia io penso si trovino già belli e pronti nella cultura democratica internazionale. O in movimenti culturali diffusi (ad esempio l’ampio movimento per la responsabilità sociale di impresa, che è tutt’altro che “accademico”).

Mi permetto piuttosto di indicare una ragione della difficoltà della sua emersione: la debolezza ideologica dei nostri dirigenti causata dall’abitudine – che data molto addietro nel tempo, già nella storia dei partiti di provenienza - alla continua subalternità e ricerca di legittimazione da fonti esterne, considerate importanti proprio in quanto altre da sé - indice della loro debolezza interiore. Un male antico, che li ha portati in questa fase, almeno per ciò che riguarda la cultura economica e sociale, a una sostanziale subalternità all’ ideologia neo-libersita (visto che la cultura liberale è per loro assolutamente estranea, se ne poteva prendere un tanto al chilo senza distinzioni, e si poteva perciò facilmente barattare Bobbio con Giavazzi, specie se il secondo scrive sul Corriere della sera -mentre l’altro è ormai tristemente muto-, e ha un coautore che corrisponde dalla mitica Harvard, sfruttando così il tipico senso di inferiorità degli italiani), spacciata come posizione di sinistra proprio nel momento in cui questa andava "fuori corso" a destra per effetto della crisi internazionale e l’esaurirsi del ciclo neoconservatore in USA (tranne poi essere sorpresi dal Nobel a Krugman, che nel suo recente libro difende fortemente il ritorno alle politiche “liberal” cioè non neo-liberiste , e anzi assume provocatoriamente una vera e propria posizione di “conservazione” dei valori del vecchio compromesso liberal , che ha funzionato negli anni ‘30-‘70, contro l’estremismo della rivoluzione neoconservatrice e neoliberista; il che spiega bene come abbia potuto Obama parlare di riconciliazione tra democratici e repubblicani e al contempo difendere posizioni apparentemente radicali, come la redistribuzione della ricchezza e la sanità pubblica - intese come un ritorno a principi comuni di una stagione della democrazia americana).

Spiace osservare come il lavoro per un rinnovamento culturale dei partiti, basato sull’ istillazione degli elementi di principio , e perciò fortemente identitari, di una moderna cultura politica liberal - democratica (incluse le sue alternative e i suoi interlocutori confinanti, ad es. il confronto tra l’idea di società giusta , le nuove forme di utilitarismo e del concetto di benessere, le alternative fondazioni del contratto sociale sull’ accordo di mutuo vantaggio o sull’ imparzialità, la sfida con il libertarismo …..) sia stato spazzato via d’un fiato dalla ricerca di scorciatoie rapide: l’abbraccio della “meritocrazia” (senza la chiara identificazione delle condizioni sotto le quali è appropriata , e della consapevolezza che indicatori inevitabilmente approssimati del merito generino effetti perversi) e dei “talenti” (cioè quello che Rawls chiamerebbe il frutto moralmente arbitrario della “lotteria naturale”) , la lotta contro i “fannulloni” della PA (mentre ogni esperto di organizzazione sa che “il pesce comincia a puzzare dalla testa”, cioè dai conflitti di interesse dei dirigenti e degli assessori; esattamente come nelle imprese private, ove ci si pone sempre prima il problema dell’accountability del management e della sua rimozione col “take over”, e poi degli incentivi, delle motivazioni e della cultura di impresa dei dipendenti ) , la legittimazione dell’impresa così come è in Italia, piccola , poco innovativa, famigliare.., la retorica del “siamo tutti sulla stessa barca” (cioè la scomparsa dell’dea dell’equità come soluzione imparziale dei conflitti distributivi anche nell’impresa) , la scoperta del dialogo bipartisan “pragmaticamente anti ideologico” ecc. ecc.

Ancora, mi spiace dirlo, ma Prodi (al di là dei tratti caratteriali di acuta gelosia e sospetto) esprimeva una visione culturale più equilibrata e autonoma, assai più vicina al punto di sintesi tra le culture riformiste indispensabile per dare un’ identità ideologica ai democratici, più capace di generare un punto di riconoscimento comune, rispetto a quanto messo in campo dagli altri, più giovani, dirigenti (di origine DS ma anche “margheritina”, specie alà Rutelli) sempre alla ricerca di legittimazioni derivanti dalla propria associazione con qualche fonte di riconoscimento ideologico altrui , estraneo (e forse proprio per questo ricercato) alla propria cultura (ora la CONFINDUSTRIA, ora i neo-libersti del Corriere della sera , ora la Chiesa).

Ciò ha generato effetti di vero e proprio disorientamento: pensate all’effetto su quei pochi (ma non inesistenti) imprenditori e manager “di sinistra”, che hanno visto candidare il figlio di papà Colaninno e il falco Calearo …. a cosa erano servite le loro battaglie , contraddizioni, compromessi ed elaborazioni personali su un modo alternativo di fare il loro mestiere se bastava esser “lontani” dalla sinistra o cocchi di papà per essere catapultati nel nucleo simbolico della nuova immagine del PD?

Può darsi (è un’ipotesi ) che a forza di fare salti e fuoriuscire da qualcosa, a forza di cercare di essere riconosciuti come nuovi non grazie a un’ elaborazione autonoma e originale (aperta al dibattito ideologico internazionale) ma a giravolte e legittimazioni esterne, essi – i dirigenti del PD di varia derivazione - siano rimasti semplicemente a corto di idee.

Eppure la mia esperienza (un’ assai ex-giovane comunista che all’inizio degli anni ’80 ha fatto a tempo a cambiare idea all'età in cui è ancora possibile riplasmare radicalmente il proprio quadro concettuale , cioè prima dei 25 anni, facendo di autori come Popper, Rawls, Harsanyi, Sen e Gauthier il proprio punto di riferimento, dopo che lo erano stati Marx e Gramsci) , dicevo - sulla base della mia esperienza di intensa collaborazione intellettuale con vari economisti cattolici, che in passato sarebbero stati parte della cultura politica popolare, io penso che una solida piattaforma ideologica potrebbe emergere ed essere diffusa con successo su idee come il valore dell'equità e la lotta alle disuguaglianze ingiustificate; il primato dei bisogni e dei beni principali - alla luce dei quali trova poi naturale collocazione anche il tema del merito -; l'idea di individuo ricco di relazioni e di reciprocità anche nella conformità ai valori - che supera l’ individualismo egoista degli interessi (senza negare l’interesse materiale e la razionalità decisionale), ma anche il comunitarismo e l’olismo sia comunista che cattolico -; una nozione non economicistica di benessere (felicità); l'idea di responsabilità sociale dell'impresa; l'importanze del terzo settore - che non significa la scomparsa dello stato sociale e meno che mai la rinuncia ai principi di equità e imparzialità - ; il tema dello sviluppo ambientalmente e socialmente sostenibile; l’idea di globalizzazione equa grazie sia alla costruzione di istituzioni internazionali, sia all’esportazione di diritti sociali e ambientali attraverso l’autoregolazione delle imprese spinta dal consumo critico, dalla finanza responsabile , dell’attivismo degli stakeholder; l’dea di una società civile organizzata attraverso istituzioni che esercitano l’etica pubblica sia verso il mercato che verso lo Stato - valorizzando tuttavia l’autonomia privata dei corpi intermedi e quindi forme di autoregolazione (non corporativa e autoreferenziale) che sviluppano il “capitale sociale” ecc….

Su tutto questo – insisto - sono convinto che l'amalgama ideologico e di valori tra liberal - democratici, social-democratici, e cattolico-democratici possa essere trovata con successo , in modo alto e convincente.

Questo amalgama coincide con la creazione di un’ etica pubblica democratica (liberal -social -cattolico-)democratica, che riempie di valori la sfera pubblica e quindi consente di vincere anche la battaglia della laicità ( il tema che divide ancora il PD). Perché questa divisione non viene risolta finché la sfera della “politica laica” resta vuota di valori etici, mera tecnica politica o programmatica, mentre alla fine gli unici messaggi di valore finiscono con il coincidere con quelli esterni (religiosi o anti-religiosi) .

Insomma , per fare il PD bisogna fare un contratto sociale su piccola scala , che identifica l'overlapping consensus tra concezioni del bene , come nel contratto sociale liberale Rawlsiano (political liberalism), e quindi trova la sovrapposizione dei valori etico- politici dei democratici, identificati come gli elementi che permettono di tenere insieme una società giusta.

Secondo me è colpevole non avere lavorato su questo, e anzi avere quasi sempre operato come se la dimensione identitaria servisse solo a separare il PD dalla sinistra radicale, quasi mai per tracciare l'identità ideale che lo oppone alla destra Europa rispettabile, e alla meno rispettabile destra italiana.

Questa interpretazione di “cosa è mancato” sul fronte ideologico culturale è per altro compatibile anche con la spiegazione di cosa è mancato nella costruzione del partito - gli aspetti organizzativi presenti anche nell'articolo di Salvati.

Egli giustamente mette in evidenza la tensione tra partito degli elettori e partito radicato nel territorio tra i militanti , e io sono d'accordo che tra queste due esigenze c’è un trade-off (prendendo qualcosa da un lato si perde qualcosa dall’altro) e occorre quindi trovare un punto di equilibrio. Ma il problema non è stato il partito delle primarie, quelle vere, quelle per le cariche elettive. Il problema è stato l'uso delle elezioni dirette dei capi, nazionale, regionale, sub regionale, cui faceva seguito la nomina diretta, da parte dei capi , dei gruppi dirigenti allargati come semplici fiduciari dei capi. A cui però non corrispondeva alcuna effettiva creazione di un’ unità di intenti di base ed alcuna selezione democratica , basata sulla discussione e la deliberazione, dei gruppi di dirigenti allargati, e quindi le nomine dovevano per forza essere basate sulla mediazione e l'accordo con le tribù pre-esistenti. Insomma un modello plebiscitario (come ho detto spesso - sono contento che ora molti lo riconoscano) che per forza poi deve venire a patti con i poteri reali, in questo caso le famiglie preesistenti. Quello che chiamo il modello Kabul: Karzai-Veltroni con il massimo della legittimazione elettorale al centro, e tutt’intorno le vecchie tribù.

Al contrario ciò che si sarebbe dovuto fare era usare il potere straordinario dell’ investitura diretta (un po’ come un dittatore romano, che ha un potere assoluto necessariamente provvisorio) per fare nascere il nuovo partito attraverso un effettivo processo costituente, che andasse oltre la somma degli apparati e dei partiti precedenti. Usare il potere derivante dall’elezione diretta per rompere i meccanismi riproduttivi delle vecchie appartenenze, per creare le sedi (assemblee costituenti, congresso costitutivo a vari livelli, col massimo grado di esercizio della democrazia deliberativa ecc) in cui si realizzasse un contratto sociale , un patto costituzionale nuovo, nel quale ciascuno facesse lo sforzo di mettersi dietro il velo di ignoranza e non associare le sue prospettive alla posizione di potere della sua identità precedente, o comprendesse l’estrema necessità e il senso di urgenza che spinge ad accettare l’incertezza circa la propria identità particolare – l’identità che ciascuno potrà avere in futuro - per essere quindi disposto a negoziare gli elementi base di una identità comune, elaborare e costruire assieme agli altri una piattaforma ideologica accettabile da chiunque sia parte del PD.

Un vero processo costituzionale discute di valori e principi, un programma fondamentale (cosa diversa dal programma di governo) , discute il codice etico, fa votare migliaia di circoli sulla “carta costituzionale”, porta a proporre emendamenti e, per un anno almeno, coinvolge in una vera discussione di questo tipo decine di migliaia di persone. E invece....si discute solo di procedure per l’accesso alle cariche dirigenti, manifestando così l’assoluta centralità della più “infima” (anche se certamente ineliminabile) delle motivazioni a fare politica (ottenere una “carica”) e plasmando a questa “forma mentis” proprio i tanto vagheggiati “giovani”.

Insomma, il contrasto tra partito di militanti e partito degli elettori si "supera" , o più banalmente si trova il giusto equilibrio tra i due, se (oltre a ricondurre le primarie al loro scopo cioè rendere contendibile l'indicazione dei candidati alle cariche pubbliche, correggendo così la tendenza oligarchica dei partiti di militanti), si cera un’ ideologia di partito che sia congeniata in modo tale da avere un baricentro abbastanza vicino al mix di temi e valori che può convincere l ’ “elettore mediano” (una nozione in realtà molto semplificata, dal momento che non esiste un'unica dimensione nell’opposizione destra- sinistra), o almeno di rappresentare un ampio blocco elettorale.

Questo punto, la mancata elaborazione, discussione e diffusione di una piattaforma ideologica, ha anche una certa importanza per l'ultimo tema, quello della qualità dell'opposizione. L'opposizione suggerita da Salvati rischia di sembrare solo educata e dialogante, a fronte di quella pregiudiziale e sguaiata alla Di Pietro. Ma è solo questione di stile? In realtà Di Pietro non è sinistra radicale, Di Pietro ha una identità univoca e forte, legata al tema della legalità e a una versione legalistica dell'etica pubblica. Purtroppo , il contrasto con questi valori è ciò che rende veramente peculiare la destra italiana rispetto a tutto l'occidente e quindi coglie un punto, e identifica Di Pietro su una questione essenziale. Perciò non si tratta solo del fatto che Berlusconi fa di tutto per giustificare l’estremismo di Di Pietro. Berlusconi è intrinsecamente così e chiunque abbia provato a dialogare con lui pensando di trovare prima o poi in lui lo “statista disinteressato” (da D’Alema in poi) se n’è dovuto accorgere amaramente.

Certamente quel fattore identitario non basterebbe per il PD. Ma il punto è che, se è vero che l'antiberlusconismo pregiudiziale non è sufficiente a dare una vittoria ampia (però, almeno a non perdere....) e soprattutto non è sufficiente a governare , cosa mettiamo al suo posto? La buona educazione, l’uso appropriato dei congiuntivi e del condizionale non bastano.

Penso al contrario che la legalità , la correttezza e l'imparzialità nella amministrazione pubblica, la prevenzione del conflitto di interesse, e degli abusi di autorità e di potere, sia pubblico che privato, siano parte del “consenso per sovrapposizione” che dovrebbe dare la base ideologico -costituzionale del PD, pur senza esaurirla. Poiché si tratta di tipici temi liberali (come sappiamo anche dall'enfasi che proprio i liberali , alla guida delle organizzazioni internazionali, pongono sulla questione della lotta alla corruzione nell'avvio di percorsi di sviluppo dei paesi arretrati, cioè sulla creazione dell’infrastruttura istituzionale senza la quale è impossibile la creazione di una economia di mercato che, in assenza di istituzioni non corrotte, si traduce semplicemente in appropriazione di risorse pubbliche da parte di potentati privati).

In fin dei conti questa analisi indica anche la soluzione : abbiamo 4 anni di opposizione certa, dobbiamo impegnarli per lavorare sui “fondamentali” del PD, cioè su una piattaforma ideologica comune, ampiamente diffusa e condivisa tra gli aderenti, che abbia un baricentro vicino all'elettore mediano, e che permetta al partito dei militanti di essere compatibile con quello degli elettori, che metta in secondo piano i dissidi bioetici (altro che “temi eticamente sensibili”! bisogna che l’etica pubblica democratica faccia emergere il consenso etico su altri temi non meno sensibili, in modo da relegare in uno spazio di dissenso tollerabile quello bioetico – il che tra l’altro è anche il modo per ridurre la pretesa fondamentalista della Chiesa di farsi riconoscere come unica autorità morale) , e che sia non meno forte e motivante di quel minimo comun denominatore che è stato il c.d. anti-berlusconismo.

La colpa più grave di Veltroni è avere accompagnato alla scelta forse inevitabile ma pur rischiosissima di “andare da soli”, l’ipotesi semplicistica che nel farlo fosse sufficiente tirare la linea di demarcazione a sinistra, anziché cogliere l’opportunità per una chiara e autonoma identificazione ideologica alternativa alla destra.

Cosicché , vinta provvisoriamente l’eterna lotta a sinistra (che ahimè sa molto di Terza Internazionale), ora ci troviamo un PD svuotato di significato (anche se non di programmi) , soggetto alla “competizione sleale” addirittura su temi che sarebbero ritenuti assolutamente centrali dalla World Bank (lotta alla corruzione) e che ora faremmo il massimo errore a considerare un'altra forma di radicalismo di sinistra di cui liberarci (allora sarebbe veramente la fine , perché - magari col plauso “peloso” di Panebianco, che da anni conduce la sua lotta contro l’importanza dell’ “etica pubblica” e per il “realismo politico” - che gli permette da radicale di civettare con Berlusconi – allora sarebbero anche i liberali bobbiani a lasciare il PD……).

Buon anno.

Lorenzo Sacconi

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