Hanno ancora un significato i valori che guidarono oltre 60 anni fa i partigiani?Ne parliamo con Mario Spezia, presidente dell’Associazione dei partigiani cristiani, l’erede di Felice Ziliani
Dal Nuovo Giornale
La seconda guerra mondiale si concludeva sessantatre anni fa e con lei terminava anche la resistenza. Se ipotizziamo per i partigiani l’età media di vent’anni (alcuni erano più giovani, altri più anziani), questo significa che oggi sono tutti ottantenni. Non solo: dagli anni Quaranta del secolo scorso ad oggi, la repubblica ha cambiato più volte classe dirigente: vi è stata quella che ha impostato la ricostruzione,poi il boom economico (tutto andava bene), la crisi dei valori post sessantotto (parlando a Piacenza, in questo periodo, Fanfani pronunciò una frase che restò nella memoria di chi scrive: “Conquistata la libertà, ora le dobbiamo dare dei contenuti” e qui le cose non sono sempre state facili), gli anni di piombo, la crisi dei partiti istituzionali dei primi anni Novanta e poi i tempi di Berlusconi - Prodi – Berlusconi che tutti conosciamo.
Dopo un cammino di questo genere che cosa resta della resistenza? Hanno ancora un significato i suoi valori? Ovviamente se queste domande le ponessimo ad un partigiano la risposta sarebbe scontata, ma un giovane che cosa ne pensa?
Un interlocutore che bene incarna le nuove generazioni è Mario Spezia, vicepresidente dell’Amministrazione provinciale, assessore con diverse deleghe e, per quanto ci riguarda, erede da circa tre anni di Felice Ziliani, scomparso di recente, al vertice dell’Associazione dei partigiani cristiani. A lui abbiamo posto alcune domande tra le molte che si potrebbero rivolgere al nostro interlocutore.
Un domanda preliminare: perché ha accettato di guidare un’associazione di partigiani, lei, che non è stato partigiano?
Per tradizione familiare, per il legame di amicizia e di conoscenza con chi mi ha preceduto, per dare impulso organizzativo ed una nuova vivacità ad un messaggio di testimonianza, ancora attuale, che andava naturalmente spegnendosi.
Ovviamente lei crede nei valori della resistenza, ma sono ancora tutti attuali o alcuni portano i segni del tempo?
Come principio base non vi è nemmeno un valore fondante del nostro sistema sociale e della nostra comunità che sia superato o inattuale; vi sono poi, comunque, alcune considerazioni da farsi in merito ad alcuni concetti che devono essere aggiornati alla luce del tempo che è passato.
Lei è figlio d’arte, se ci permette la definizione; è manager dell’imprenditoria cooperativistica ed ora si dedica anche alla politica. C’è differenza tra la classe politica di cui faceva parte suo padre, il senatore Giovanni, e la sua? Se sì, quale?
Premetto che per me è un onore essere considerato, in qualche modo, la continuazione
politica di mio padre Giovanni anche se è ben evidente la differenza di quella classe politica con quella attuale; come è differente quella società, nel suo complesso, con quella attuale. Quella era una generazione temprata dalle difficoltà e dalle privazioni e la classe politica di allora era rappresentata dal meglio della gioventù preparata per affrontare compiti di grande difficoltà e la politica e l’impegno sociale erano i traguardi più importanti da raggiungere; la nostra è una generazione nata nel benessere e nel consumismo che si pone obbiettivi diversi e per la quale la politica è un fatto secondario, insignificante nel percorso della propria vita( fra l’altro considerata alla portata di tutti, senza nessun bisogno di preparazione o esperienza); i risultanti sono conseguenza di questa visione.
Parliamo di schieramenti politici: dagli anni Quaranta ad oggi le carte si sono un po’ mescolate. Oggi abbiamo un presidente della Camera che viene da un percorso politico iniziato con il MSI. Oggi è un garante della Costituzione. Questo comporta anche una revisione delle valutazioni sulla “guerra partigiana”, che anche alcuni presidenti della Repubblica hanno chiamato “guerra civile”?
Credo che la valutazione sulla “guerra partigiana” sia già scritta nella storia di questo
Paese e nessuno la può cambiare quindi non è possibile, nei fatti, nessun tipo di processo “revisionista” che possa essere credibile o che possa essere sostenuto in futuro; è anche vero che con l’accettazione di questa “storia”, cosa che fino a pochi anni fa sembrava oramai rappresentare un fatto conclamato, si stava attuando una nuova fase che portava ad un definitivo percorso di pacificazione e, di conseguenza, anche alla comprensione di un termine quale quello di “guerra civile” per rappresentare gli accadimenti di quella epoca. Ma proprio il riaprirsi di questa nuova fase di “revisionismo” ci obbliga a ritornare ai concetti essenziali ed alla difesa dei principi costituenti e fondativi di questa nostra Nazione.
Il problema sembra di natura puramente tecnica ma non lo è affatto in quanto con l’8 Settembre 43 l’esercito Tedesco, contro la volontà dello Stato Italiano allora rappresentato dal Re, costituì lo Stato fantoccio della “Repubblica di Salò” obbligando gli Italiani a sottostare al loro volere, si trattò, a tutti gli effetti, dell’invasione Tedesca in Italia, è per quello che si parla di guerra di liberazione dall’invasore e non di “guerra civile” ; questo è chiarissimo.
Restiamo in argomento: al tempo della resistenza vi erano reparti comunisti ed altri cattolici. Era una divisione che poi è confluita nel clima dello scontro DC e PCI. Poi il quadro politico è cambiato. Ora qual è il significato di un’associazione di partigiani cristiani?
Testimoniare il fatto, in un momento in cui si sta tornando a parlare di fascismo, che la guerra di liberazione e partigiana fu un fatto di popolo, partecipato e condiviso da tutti, e non solo, come i detrattori tentano di far credere oggi sempre di più (per sminuirne il significato politico e storico), una questione quasi esclusiva della sinistra.
Spostando l’attenzione alla situazione dei partiti: come valuta la presenza di cattolici in tutti gli schieramenti? Che cosa comporta per una società come la nostra che fino a ieri ragionava per schieramenti compatti e contrapposti?
Don Sturzo nel fondare, dopo la prima guerra mondiale, il Partito Popolare rivolgeva l’appello a tutti i “Liberi e Forti” non ai soli cattolici (pur essendo lui stesso un sacerdote); dopo la seconda guerra mondiale il problema creato dalla presenza dell’Internazionale Comunista, quale emblema del blocco comunista nel mondo, e la forza del maggiore partito comunista dell’occidente nel nostro Paese, ha radicalizzato lo scontro e obbligato la creazione di un sistema politico contrapposto; oggi non è più così ed, oltretutto, la legge elettorale su base maggioritaria impone un altro tipo di visione impostata su altri obbiettivi. Credo che il problema di quello che c’era prima e ora non c’è più sia oramai una questione di pochi, mi pare, invece, che la nuova dimensione politica (peraltro ancora in fase di costruzione) sia nei fatti.
Lei opera nel settore della cooperazione. Sul problema dell’Hospice di Piacenza nei titoli dei quotidiani sono tornati termini come coop rosse e bianche? Modi di dire o un passato che resiste?
Senz’altro un passato che tenta di resistere ma che non c’è più, come dicevo, nei fatti e che, mi permetto di dire, riserverà amare delusioni a chi, anche in buona fede, non se ne rende conto (ancora di più oggi in presenza di una legge elettorale maggioritaria, che mette a confronto due schieramenti opposti, diventa indispensabile, per garantire il significato della presenza e, quindi, la stessa sopravvivenza di una associazione di categoria, l’autonomia dai partiti – che non significa, intendiamoci bene, neutralità dalla politica -)
Torniamo al suo ruolo di responsabile di un’associazione di partigiani. Ad un giovane di oggi come chiederebbe di affidarsi ai valori della resistenza?
Ricordando le frasi con cui Felice Fortunato Ziliani terminava il Suo intervento al Convegno tenutosi nel 2005 all’Università Cattolica di Piacenza a ricordo dei 6 sacerdoti
della Diocesi Martiri della Resistenza conclusione che preludeva la lettura, come Sua abitudine in tutte le occasioni pubbliche, della Preghiera del Ribelle scritta dalla Medaglia d’oro Teresio Olivelli (di cui è in corso il processo di beatificazione), frasi che riassumono il Suo stile di vita e la Sua esistenza (e che rappresentano il modello di vita e di comportamento di un giovane che vuole partecipare attivamente alla costruzione della società in cui vive, che parte dal concetto imprescindibile della assunzione di responsabilità personali, modello portante dei nostri padri che hanno combattuto la guerra di liberazione e ricostruito il nostro Paese):
I Sacerdoti che stiamo onorando ci ricordano che ciascun uomo ha le sue responsabilità e ciascuno ha un compito cui attendere.
Ci ricordano ancora che ciascuno di noi ha un dovere rispetto alla società e ciascuno ne deve rispondere perchè nessun’altro farà mai quello che solo noi possiamo fare.
Ci ricordano che non ci sarà mai vera pace fino a quando l’uomo non avrà trovato la pace in se stesso.
Ci ricordano, col sacrificio del loro sangue, che non c’è cosa più grande di quella di saper dare la propria vita per gli altri.
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