da Il Riformista del 31 luglio 2008
di Alberto Mingardi
Abbiamo globalizzato anche il protezionismo? L’impressione era un po’ quella, leggendo ieri le dichiarazioni del ministro indiano che, col collega cinese, ha rovesciato il tavolo a Ginevra. «Quando sento gli Usa accusarci di bloccare ogni accordo», dice Kamal Nati, «so che stanno pensando ai vantaggi commerciali che possono ricavarne aumentando le loro esportazioni sui nostri mercati. Io invece non faccio altro che proteggere centinaia di milioni di contadini poveri».
Dazi sul grano. Le trattative si sono impantanate sulle clausole di salvaguardia per le importazioni agricole Gli americani hanno accusato i cinesi e, in particolare, gli indiani, di voler ricalibrare tale meccanismo per mantenere artificiosamente alte le proprie tariffe Insomma, siamo sempre ai dazi sul grano - la cui abolizione nel 1848 in Inghilterra fu uno dei pochi punti mai segnati a favore del libero scambio. Difficile, però, credere che il Doha Round si sia arenato solo su questo scoglio. Dopotutto, è abbastanza curioso che Paesi che esportano a basso prezzo in Occidente, abbiano poi paura dell’afflusso di merci americane Sarebbe il rovesciamento della prospettiva colbertista: con le nazioni che beneficiano di manodopera low cost che temono Paesi tecnologicamente più avanzati.
Uomo delle caverne. Non solo. A cavallo fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, il protezionismo era sostanzialmente difeso come costruzione di una serie di barriere utili a garantire un più ordinato sviluppo dell’”industria nascente". Si pensava che fosse necessario tutelare settori industriali agli albori, per evitare che la concorrenza internazionale facesse giustizia delle ambizioni di una nazione, di costruirsi competenze in un certo ambito. Un conto sono le intenzioni, altro le conseguenze L’isolamento artificiale dalla concorrenza rende impossibile per un’impresa o un comparto industriale crescere nel modo più corretto, confrontandosi puntualmente con chi ha già sviluppato modelli virtuosi. Il protezionismo è la teoria economica dell’uomo delle caverne: costringe a reinventare sempre la ruota. Ma, se non altro, i colbertisti d’altri tempi avevano un po’ di onestà intellettuale Difendevano una certa politica, perché andava a beneficio di un certo gruppo, per loro elettoralmente interessante.
I Paesi in via di sviluppo possono ripercorrere quella strada, ma per cortesia non ci dicano che vogliono aiutare i loro poveri: perché sono proprio i più poveri, quelli che beneficerebbero per primi di un abbassamento del costo delle derrate.
Al di là di questo episodio, possiamo dire che la fine di Doha è cominciata tanto tempo fa: al meeting ministeriale di Cancun, nel 2003. A Hong Kong, nel 2005, non c’è stato risveglio dal coma. Gli Usa e l’Europa ora incolpano India e Cina. Eppure, se le pretese dell’Occidente a vantaggio delle proprie clientele di agricoltori fossero state più leggere, nel 2003 e nel 2005, non saremmo a questo punto. E non avremmo legittimato, col nostro, il protezionismo degli altri.
Per alcuni osservatori, la macchina negoziale costruita nel 1948 per il Gatt semplicemente non è adatta a un’organizzazione che ha 153 Stati membri. Siamo di fronte, allora, a un fallimento della politica. Ha scritto bene Paul Krugman: le negoziazioni sul commercio non sono guidate dalle valutazioni degli economisti, quanto piuttosto da una casta di "mercantilisti illuminati". Gli accordi multilaterali rappresentano un tentativo di "gestire la globalizzazione": di "governarla", come si auspica dal campo aprioristicamente avverso ai negoziati. E in quella sede che si incontrano interessi divergenti. Si bilanciano, si scontrano, riescono o falliscono nel trovare un accordo. Questa è politica, non mercato.
Per quanto la globalizzazione del Doha Round non sia quella dei sogni dei liberisti (che consisterebbe, grosso modo, nello sradicamento delle barriere d’ingresso ai mercati: strategia che uno Stato potrebbe, per ipotesi, anche adottare unilateralmente), è un processo che ha dato risultati. Poteva produrne altri, aiutando il libero scambio a fabbricare occasioni di crescita. Con questi chiari di luna, ce n’era quanto mai bisogno. Invece a una crisi mondiale si pensa di rispondere con nuovi egoismi nazionali. Nel lungo periodo saremo tutti morti, e nel breve non ce la passeremo granché bene.
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