domenica 3 agosto 2008

Udc, la nuova base impone scelte

da Il Sole 24 Ore del 31 luglio 2008

di Piero Ignazi


L’Udc sitrova in una situazione inedita: all’opposizione e "sola", cioè slegata da ogni alleanza con altri. partiti. Nessuno dei partiti post-democristiani aveva coniugato entrambe le condizioni nello stesso momento. Il Ppi, erede diretto della vecchia Dc, dopo una prima fase di sbandamento conseguente alla sconfitta del 1994, a partire dalla primavera successiva si era affiancato all’allora Pds di Massimo D’Alema per dar vita alla prima alleanza dell’Ulivo. Dall’altra parte, le componenti moderate della diaspora democristiana, il Ccd di Pierferdinando Casini e Clemente Mastella e il Cdu di Rocco Buttiglione, entravano nella coalizione di centro-destra. Alle ultime elezioni 1’Udc, al costo di alcune defezioni, non solo si è rifiutata di aderire al progetto del Popolo della libertà ma ha anche abbandonato l’alleanza con i vecchi partner dell’ex Casa delle libertà, preferendo competere da sola. Una scelta coraggiosa, al limite del temerario, che è stata sostanzialmente premiata dall’elettorato. Nonostante la campagna martellante sul voto utile condotta da suoi ex alleati, l’Udc ha lasciato sul campo meno di un punto percentuale. Il partito ha retto, in particolare grazie al consenso raccolto in alcune regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania). Se si guarda alla distribuzione territoriale del voto non sembra che il partito sia cambiato. In realtà, i primi dati delle analisi post-elettorali mettono in luce un mutamento nella composizione politica del suo elettorato. L’Udc sembra essere stata attraversata da forti flussi in entrata e in uscita: avrebbe infatti perduto consensi verso destra in favore del Popolo della libertà e avrebbe compensato questa emorragia con l’afflusso di elettori della Margherita - oltre ad una piccola frangia proveniente dagli ex alleati della Cdl.



Le ragioni che hanno indotto gli uni ad abbandonare la Margherita e gli altri la Cdl sono diverse ma hanno punti in comune. Nel primo caso la motivazione di fondo del travaso sta nell’indisponibilità di componenti cattoliche a seguire la traiettoria del Pd sbilanciata, ai loro occhi, verso sinistra e, in prospettiva, proiettata addirittura verso la socialdemocrazia; indisponibilità diventata assoluta nel corso della campagna elettorale quando il Pd, con il sostanziale consenso dei leader cattolici, ha incorporato la pattuglia radicale. La levata di scudi della gerarchia, soprattutto a livello di diocesi e parrocchie, contro tale alleanza ha convinto quote di cattolici della Margherita ad abbandonare il campo e a riposizionarsi in un partito sicuramente e graniticamente cattolico. (Alle elezioni del 2001 l’Udc aveva un elettorato composto per quasi i 2/3 da praticanti). Se la motivazione religiosa, unita ad una certa insofferenza per la convivenza con i diessini, è alla base dei guadagni da sinistra dell’Udc, dalla sua destra sono venuti consensi più "politici", da parte di quei moderati messi a disagio dai toni troppo virulenti del centro-destra. Non a caso durante la campagna elettorale Casini ha insistito molto sul carattere populista e barricadiero dei suoi vecchi alleati.



L’Udc è ora chiamata a definire la propria strategia in presenza di una mutata base elettorale: sempre fortemente identificata con il riferimento religioso ma ancora più "centrista" di prima avendo ricevuto consensi da entrambe le ali proprio in virtù di questa sua collocazione. Allo stesso tempo, però, il partito di Casini non può vivere di rendita su questa collocazione, né permettersi di rimanere indefinitamente isolato. Le sue dimensioni non gli consentono di incidere, tanto che, fin qui, la sua voce è stata debole e inefficace. Il tempo delle scelte strategiche si avvicina. Vedremo se, nel definirle, l’Udc terrà conto del profilo del suo nuovo elettorato: cattolico e centrista, nazionale e moderato, filo-istituzionale ed europeista.

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