domenica 3 agosto 2008

Il mercato che divora se stesso

da La Stampa del 31 luglio 2008

di Domenico Siniscalco


Il negoziato sulla liberalizzazione del commercio estero, noto come Doha Round, è fallito nella notte di martedì. La trattativa è deragliata per lo scontro tra Paesi ricchi e Paesi emergenti in tema di agricoltura. Il fallimento trascina con sé accordi provvisoriamente già raggiunti anche su industria e servizi.

A prima vista, la questione potrebbe sembrare poco rilevante o comunque molto distante da tutti noi. Al contrario, gli accordi del Wto (organizzazione mondiale del commercio) sono stati un fattore rivoluzionario nella storia economica dell’ultimo decennio e hanno influito fortemente sulla vita di miliardi di cittadini, avvantaggiati dalle merci a basso costo, ma colpiti dalla rilocalizzazione delle produzioni.

Lo scontro sull’agricoltura, che ha portato al fallimento del negoziato, è della massima rilevanza. Il cibo, ancor più dell’energia, non è una merce qualsiasi. Nei Paesi emergenti, dove l’alimentazione assorbe una quota molto ampia dei bilanci delle famiglie, il controllo sull’agricoltura è cruciale per la stessa stabilità sociale. Negli Stati Uniti e in Europa, ridurre i sussidi agricoli all’alba di un periodo di gravi difficoltà economiche sarebbe stato politicamente suicida.

In questo contesto il fallimento del negoziato non stupisce. Meraviglia, piuttosto, che in lunghi anni di intensa trattativa non si sia modificato l’impianto del negoziato. Il Doha Round, disegnato sette anni fa, dopo il fallimento di un analogo tentativo a Seattle, è figlio di un mondo che non esiste più.

Un mondo nel quale si pensava che la globalizzazione avrebbe aperto i cancelli dell’Eden. Ma in questi sette anni è successo di tutto. I Paesi emergenti sono entrati nel grande gioco dell’economia mondiale e il polo dello sviluppo si è spostato in Asia, dove sta crescendo una grande classe media. I prezzi agricoli sono andati alle stelle e con essi i prezzi dell’energia: per questo la pressione sui poveri del mondo si è fatta intollerabile e scatena sommosse in più di un Paese. Il sistema finanziario globale è in una crisi profonda, che si sta propagando alle economie reali. Su tutte queste variabili, che non sono soltanto finanziarie, ma alterano drammaticamente il benessere dei cittadini, un grande volume di trading sposta i prezzi in materia repentina.

Come conseguenza della crisi, la fiducia dei cittadini è scossa e il modo di regolare la nostre economie nella globalizzazione appare inadeguato. Fallisce, in particolare, il tentativo di governare le grandi questioni globali, dal clima al commercio estero, con mega-negoziati multilaterali ove si discute di tutti i dossier con tutti i Paesi, nell'illusione di tenere tutto sotto controllo.

Di fronte al fallimento del Doha Round (e di negoziati analoghi), la politica internazionale si trova davanti a un dilemma fondamentale. Attendere, come propongono i «veri credenti» della globalizzazione, che la crisi si risolva, che vi sia un nuovo presidente americano, e che il negoziato riparta con minimi aggiustamenti. Oppure, all’opposto, prendere atto in modo più pragmatico che il Doha round è figlio di un mondo che non esiste più e ridisegnarlo in modo più adatto alla mutata situazione, ricercando con umiltà un esito comunque preferibile rispetto a una miriade di accordi bilaterali tra Paesi.

L’alternativa, che ho esposto in termini necessariamente semplificati, non è lo scontro tra due dottrine, né una questione di tecnica negoziale. La globalizzazione, che nelle premesse e nelle promesse doveva favorire tutti, ha finito per escludere molti dai propri benefici, con ampliamento dei divari e delle disuguaglianze nei Paesi ricchi come in quelli emergenti. Più di recente, a fianco della questione distributiva ha mostrato gravissime pecche sul piano dell’efficienza, generando crisi finanziarie e reali in pieno dispiegamento. Tutto questo, pur nell’inevitabilità delle crisi, mostra l’insostenibilità del modello di sviluppo che è stato adottato nell’ultimo decennio. Se vogliamo salvare la libertà degli scambi, con i vantaggi che comporta, occorre rivederne le istituzioni economiche e finanziarie. La sfida, per i liberali, è impegnativa: occorre salvare il mercato da se stesso.

Nessun commento:

Posta un commento