martedì 29 luglio 2008

Macaluso: «Non hanno capito che l’Italia è cambiata Alla classe operaia serve un socialismo moderno»

da Il Messaggero del 28 luglio 2008

di C. Fu.




La maledizione della sinistra italiana, che quando perde prima litiga e poi si divide, conosce un’altra puntata; l’ennesima nel congresso di Rifondazione Comunista. E poco importa se a vincere sia Paolo Ferrero invece di Niki Vendola: il problema resta lo stesso. Emanuele Macaluso è stato cinquant’anni nel Pci e di vicende simili ne ha viste tante, ma non ci sta a parallelismi che giudica impropri: «Diciamo la verità, nel caso di Prc si tratta di una maledizione che riguarda un residuato della sinistra. Ed è un residuato di battaglie, anzi di guerre, perdute. La sinistra cosiddetta alternativa ha raccolto il tre per cento alle ultime elezioni pur presentandosi in una alleanza dove c’erano, oltre a Rifondazione, il Pdci di Diliberto, i Verdi e la Sinistra democratica di Mussi. Siamo ormai a cifre che non costituiscono più una forza politica. Semmai un circolo di reduci».



Giudizio assai severo Macaluso. Come dire: si è chiusa una storia e l’hanno chiusa gli elettori...

«Certo. La mia impressione è che questo congresso - e lo conferma proprio una platea che prima osanna l’ex presidente della Camera e poi qualche ora dopo offre uno spettacolo di lacerazione - denota ciò che sto dicendo: che non siamo più in presenza di una forza politica, siamo di fronte ad un circolo di reduci che non sa più nemmeno quel che fa. Le faccio un esempio. Il Pci nel 1946 ebbe il 19 e passa per cento. Poi arrivò al 34,5: la sua fu una continua ascesa. Rifondazione, cominciando con l’8 per cento dei voti, ha via via subito rotture, scissioni eccetera fino ad toccare le percentuali attuali fatte di decimali. Questo declino di un partito nato addirittura con l’ambizione di rifondare il comunismo, di rifondare il Pci, dovrebbe far riflettere i suoi dirigenti sul fatto che quell’obiettivo è semplicemente fallito e questi compagni si ritrovano con in mano solo briciole. Era questa l’analisi da fare: ragionare su cosa è diventata la società italiana, cos’è il capitalismo attuale, che cosa è oggi la classe operaia. Non pensare come Ferrero che basta spostarsi più a sinistra, peraltro poi andando a piazza Navona con Di Pietro che come ha detto Bertinotti è portatore di una cultura di destra. Più a sinistra di che, di che cosa? Come Diliberto, che per andare più a sinistra ha riproposto il centralismo democratico degli anni ‘20? Siamo allo scimmmiottamento di una storia, quella del Pci, che con tutti i suoi errori è stata una grande storia».



Macaluso secondo lei dove sta l’errore più vistoso della sinistra cosiddetta radicale, quello che l’ha portata a queste percentuali irrisorie?

«Errori? Due in particolare. Il primo parte dalla Bolognina. Sto parlando dell’errore fatto da Occhetto, Veltroni, D’Alema: di non capire che l’Italia aveva bisogno di una forza socialista democratica, collegata al socialismo europeo. Di non aver fatto proprio il nucleo vitale della storia sia socialista che comunista italiana e creare un vero partito socialista. L’altro errore, per me il più grande del pezzo di sinistra di cui stiamo parlando, sta nel fatto che Cossutta, Bertinotti e il resto del gruppo dirigente anziché contestare ai Ds il fatto di non aver appunto creato una forza socialista, picchiando sul fatto che in questo modo il nostro è l’unico Paese europeo a non avere una forza autenticamente socialista collegata al Pse, non l’hanno creata neanche loro. Questa era la battaglia da fare e non è stata fatta».



Dunque non è vero che , come molti sostengono, il disfacimento della sinistra radicale è stato determinato dall’appoggio dato al governo Prodi?

«Ma proprio il fatto di non aver voluto fare quella battaglia per una forza socialista ha provocato una contraddizione enorme: la contraddizione di una forza politica che stava al governo e allo stesso tempo sosteneva di essere alternativa addirittura alla società. Bisognava fare, a mio avviso, esattamente il contrario di quel che adesso sostiene Ferrero: non andare "più a sinistra" che non si sa cosa vuol dire, bensì contestare il Pd sul terreno del socialismo europeo. Allora sì che aveva un senso stare al governo. Ora invece questi gruppi rischiano di dissolversi nel niente».

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