martedì 29 luglio 2008

Il dissesto di Bush

da Il Riformista del 29 luglio 2008

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Sito della Associazione "Libertà e Responsabilità" :: Lo spazio di incontro e confronto di liberali, cattolici popolari e liberal-socialisti piacentiniQuattrocentonovanta miliardi di dollari. Quando disse che il debito pubblico è grande abbastanza da badare a se stesso, Ronald Reagan non aveva certo in mente la sgangherata gestione della finanza pubblica di George W. Bush. Il lascito dell’attuale amministrazione americana è pesante, e non a caso il presidente è stato criticato (soprattutto in ambienti conservatori, per la verità) come il più spendaccione dai tempi di Lyndon Johnson.



In parte, è un trend consolidato. Il "conservatore compassionevole" Bush ha in effetti allargato il raggio d’azione dello Stato nell’economia americana: in virtù dell’ampliamento di programmi statali esistenti (alcuni con dinamiche virtuose: grazie a meccanismi di quasi-mercato, il fatto di avere allargato le maglie del "prescription drug benefit" per gli anziani non ha prodotto i disastrosi effetti che alcuni preventivavano), e pure, ovviamente, dell’interventismo militare all’estero. A ciò si è aggiunto negli ultimi mesi il piano di "stimolo" dell’economia, messo in atto come reazione alla crisi. Qualcuno ha letto sulle labbra di Bush, che pure non le ha mai pronunciate, le stesse parole che disse Nixon: we’re all keynesians, now. Infine, si avverte il peso dei super-salvataggi concertati con la Fed.



Sono tempi di "riflusso" per la parte liberista del partito repubblicano: l’unica delle sue bandiere tradizionali che sia rimasta in mano al presidente, è quella dei tagli fiscali.



Al dissesto direttamente causato dall’Amministrazione, si aggiunge la responsabilità di non aver saputo mettere una pezza su altre falle. Per esempio quella della "social security" americana, messa a rischio dagli andamenti demografici. Bush aveva tentato, a dire il vero, una riforma: stoppata da un Congresso rispetto al quale aveva investito tutto il suo capitale politico sulla guerra in Iraq.



Il deficit sarà una brutta gatta da pelare, per il prossimo presidente. Chiunque vinca in novembre dovrà provare a riportare ordine nei conti. Sapendo che i mercati scontano tutto il "rischio finanziario" americano: l’azzardo morale causato dai salvataggi, lo stato potenzialmente precario delle pensioni, il deficit alto che costringerà ad interventi impopolari. Quando Clinton passò la mano, il bilancio era in pareggio. Ma, per il bilancio pubblico come per le persone, ci vuol poco ad ingrassare, dopo un periodo di dieta. Obama e McCain stiano pronti.

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