martedì 29 luglio 2008

Lo scippo, destino terminale della sinistra

da Il Riformista del 28 luglio 2008

di Antonio Polito


Col caldo che fa, non si vorrebbe sprecare energie in cerca della sinistra. I suoi apparati politici si sono liquefatti, e stanno defluendo down the drain, giù per il lavandino, come dicono gli inglesi. E il caso del congresso di Rifondazione, che si è svolto nelle riunioni di corrente a porte chiuse proprio come un congresso democristiano di altri tempi. E che si è concluso nel peggiore dei modi, quasi sfiorando una scelta extraparlamentare. Ma è anche il caso del gruppo dirigente del Pd, che quei voti lasciati liberi ora dovrebbe cercare, e che invece, quando non sfoglia la margherita (francese, spagnolo, tedesco... vocazione maggioritaria... non autosufficienza), scrive articoli di giornale. Ultimo in ordine di tempo quello di Veltroni al "Foglio", in cui si raggiungeva il massimo della contraddizione che nol consente: scoprire nel 2008 che Berlusconi è inaffidabile personalmente e politicamente, e riproporsi come partner di un dialogo parlamentare per cambiare regole del gioco che presuppongono la reciproca affidabilità delle parti.



Però la cosa curiosa è che mentre la sinistra politica muore, di sinistra nel paese ce ne deve essere tanta, se i governanti della destra la evocano a ogni piè sospinto, le ammiccano compiacenti, la sdoganano ogni volta che possono. E prima Tremonti con Robin Hood, e poi Berlusconi con il Welfare di Sacconi, e poi Brunetta che si autoproclama centrosinistra. Nella precedente legislatura berlusconiana, Giuliano Cazzola scrisse un articolo sul "Riformista" sostenendo che il governo di destra faceva politiche di sinistra senza dirlo. Ora lo dicono pure. Vuol dire che da quella parte i voti ci sono ancora, e comunque c’è un senso comune contro il quale non si può andare, senza rischiare di perdere la mente e il cuore del paese.



I titolari del marchio sociale della sinistra ne sono sconcertati, irritati, quasi offesi. Lo sentono come un furto. E non riescono a capacitarsi di come sia possibile che un governo così smaccatamente di destra possa vantare politiche di sinistra. Ripetono pari pari lo stesso errore di sempre, Occhetto, Fassino o Veltroni non cambia niente, perché tanto hanno fatto le stesse scuole e letto gli stessi libri, e dunque, messi alla prova, hanno sempre le stesse reazioni. L’errore sta nel non capire più che cos’è, nell’Italia di oggi, una politica di sinistra. Faccio un esempio: i fannulloni nella pubblica amministrazione. La sinistra continua a pensare che minacciarli e colpirli sia una politica di destra. Invece è una politica classicamente di sinistra, perché punta a ristabilire la parità di diritti e di doveri, in definitiva l’uguaglianza. Sono bastati gli annunci di Brunetta perché gli statali si ammalassero il 18% per cento in meno in due mesi. Credete che nelle fabbriche, tra i giovani disoccupati, tra i nuovi poveri, la cosa sia stata presa male? Che sia scattata una forma di solidarietà di classe verso i compagni lavoratori statali che non possono neanche più godersi i loro tre giorni di malattia senza una visita fiscale? Pensate che sia un politica di destra? Lo pensa forse il Pd. Certamente lo pensò nella passata legislatura, quando un gruppo di parlamentari presentò il disegno di legge Ichino per un’authority che sorvegliasse sulla produttività degli statali, e li premiasse o li punisse di conseguenza. Non se ne fece nulla perché la Cgil non voleva, e bisognava salvare la tranquillità del ministro del tempo, Nicolais, che sarebbe stata turbata da uno sciopero. Oppure prendiamo i precari. Ora la sinistra li cavalca di nuovo, per quell’emendamento un po’ subdolo che vorrebbe togliere ai giudici del lavoro il potere di fare gli organici delle aziende. Ma la sinistra sui precari si è già bruciata. Perché - sorpresa delle sorprese - ci sono molti precari che preferirebbero restar precari piuttosto che diventare disoccupati. Durante il governo Prodi fu approvata una norma per la quale non si potevano prorogare contratti a termine oltre i 36 mesi, nella convinzione cartesiana che avrebbe portato alla loro assunzione definitiva. Sembrò una fantastica politica di sinistra. Alcuni riformisti avvertirono che non funzionava proprio così. E infatti qualche mese dopo, scaduti i 36 mesi per migliaia di precari che lavorano in Rai, l’azienda non li assunse tutti in pianta stabile, ma tentò di mandarli via per prendere altri e nuovi precari, con grande incazzatura dei vecchi precari per cui quella legge era stata fatta.



E qui, in questo spaesamento, il cuore nero della sinistra che non sa diventare riformista. Avesse messo in riga i fannulloni, dato più lavoro anche se a termine, combattuto il crimine che colpisce i più deboli, forse sarebbe ancora al governo e Rifondazione esisterebbe ancora. Oggi si trova davanti un governo che fa sì molti scappellamenti a destra (le maronate sugli immigrati, l’antimercatismo di Tremonti, lo statalismo bancocentrico sull’Alitalia) ma che realizzando quelle due o tre cose che avrebbe dovuto fare la sinistra le occupa lo spazio vitale, l’asfissia nell’opinione pubblica, e alla fine se la fagociterà se non arriverà per tempo un salvatore, qualcuno che ha capito come va il mondo di oggi semplicemente perché ci è nato.

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