da Il Riformista del 17 luglio 2008
di Enrico Beltramini
• da Il Riformista del 17 luglio 2008, pag. 5
di Enrico Beltramini
L’ipotesi che l’elezione alla presidenza di Barack Obama avvii un’era a segno democratico si è progressivamente imposta in America man mano che tramontava la candidatura di Hillary Clinton. Finite le primarie, mentre i candidati tirano il fiato prima del rush finale che inizia con le convention e termina il giorno delle elezioni, è il momento di testare le potenzialità di questa ipotesi.
L’inizio. L’inizio della campagna elettorale presenta un’America ormai da 8 anni spaccata in due: metà repubblicana e metà democratica; con un presidente repubblicano ai minimi storici, un’economia che non va, una guerra che non riesce più a giustificarsi, e un ciclo storico conservatore lungo 40 anni ormai al termine. Il profilo ideale del candidato repubblicano è quello di un centrista, con una storia d’indipendenza dall’establishment conservatore, in grado di separare le sue responsabilità da quelle di una presidenza repubblicana disconnessa dagli umori dell’America profonda; un eroe di guerra in grado di fornire adeguate garanzie sul tema della sicurezza. Il profilo ideale del candidato democratico, invece, è quello di un centrista, abbastanza autonomo dalla base liberale da sviluppare una piattaforma patriottica e inclusiva del tema della sicurezza. La migliore strategia possibile - in entrambi i casi - è conservare quanta più parte dell’elettorato di appartenenza, stare al centro e cercare di portare via voti al campo avversario. Siamo sul solco della tradizione inaugurata dalle campagne elettorali di Richard Nixon e Jimmy Carter. Poiché si tratta di profili simili e strategie convergenti, la campagna elettorale questa era l’idea di partenza - si sviluppa tutta intorno al carattere dei candidati, la loro dotazione economica e i dirty trick. Chi sopravvive al fuoco nemico, vince.
La stagione delle primarie. Sul fronte repubblicano, tutto va più o meno come previsto. A uno a uno, tutti i candidati a destra di John McCain vanno a casa. L’ultimo a cedere è l’ex governatore dell’Arkansas Michael Huckabee, una versione moderna dell’evangelismo conservatore; un politico che ha bisogno di prendere peso ma che senz’altro rivedremo tra quattro anni. McCain mostra comunque una certa difficoltà ad allargare la coalizione repubblicana: più si dipinge indipendente dalla tradizione conservatrice in crisi, per intercettare i determinanti voti centristi, e più si aliena i voti della base fondamentalista evangelica. La destra religiosa, che tradizionalmente fornisce gli attivisti al candidato repubblicano, si interroga: ha senso perdere l’anima per conservare la presidenza? Da qui la sensazione di una candidatura che non decolla, non prende trazione, stenta. Sul fronte democratico, Hillary Clinton si posiziona fin dall’inizio della campagna al centro dello spettro politico, in attesa che i candidati alla sua sinistra si eliminino a vicenda. Retrospettivamente, commette l’errore capitale di sottovalutare il risentimento dei democratici nei confronti della guerra in Iraq. Proprio su questo risentimento Barack Obama costruisce la sua base elettorale, che progressivamente ingrossa intercettando gli umori dei giovani e di chi abitualmente non vota. La conclusione della stagione delle primarie lascia il partito democratico diviso tra la coalizione di Obama (giovani, afro-americani, classe media bianca) e quella di Hillary (working class bianca, donne, minoranza latina).
La campagna elettorale. La vittoria di Obama alle primarie ha cambiato il registro della campagna elettorale. L’eventuale nomination a Hillary avrebbe riproposto il confronto tra una piattaforma democratica moderata, progressista sui temi sociali ma prudente sulla leva fiscale, e un’altra conservatrice e illuminata, indipendente dai fondamentalisti religiosi - qualcosa come una riedizione della presidenza di Bush padre. La nomination di Obama rimescola completamente le carte. Il senatore di Chicago non ha di mira Bush, ma l’intera agenda conservatrice. Il suo obiettivo non è vincere le elezioni, ma aprire un ciclo politico. La tesi di Obama è che siamo alla vigilia di un riallineamento, uno di quei momenti in cui la politica americana cambia segno. Come nel 1932, in cui si concluse l’era repubblicana e si aprì quella democratica; o come nel 1968, in cui avvenne il contrario. La sua tesi non è campata in aria, ma supportata da storici, commentatori e sondaggi. Essa pone un dilemma sia ai democratici che ai conservatori. In campo democratico, i Clinton sono a capo della importante fazione degli scettici, di quelli che non credono al riallineamento, al nuovo ciclo politico. Il dilemma gira tutto intorno alla traduzione politica di questa analisi. I Clinton e la loro coalizione possono dar seguito ai loro pensieri, e provare a rovinare le ambizioni di Obama semplicemente non andando a votare. Salvo che, se sbagliano l’analisi e Obama vince miracolosamente la presidenza senza il loro aiuto, scompaiono dalla mappa politica americana in un solo giorno. Se invece appoggiano il senatore dell’Illinois, diventano parte di una coalizione che li rende politicamente obsoleti. Insomma, devono scegliere tra l’estinzione e l’irrilevanza.
Ancora più drammatico il dilemma repubblicano. L’establishment del partito si sta accorgendo che in questa elezione non rischia semplicemente la presidenza, ma anche e soprattutto la struttura di potere costruita in 40 anni. Se Obama imposta la campagna elettorale come un referendum popolare sull’era conservatrice e vince, un partito schierato compatto dietro a McCain rischia di perdere il potere per generazioni. Da qui il dilemma: conviene appoggiare McCain e cercare di mantenere il controllo della Casa Bianca; o sfilarsi, perdere la presidenza ma non coinvolgere il partito stesso nella sconfitta; proteggerlo, conservarlo intatto insieme ad un nutrito pacchetto di deputati, senatori e governatori?
La questione razziale. Fino a qui abbiamo ragionato come se il colore della pelle di Barack Obama non entrasse nell’equazione. Come se il razzismo non esistesse in America. Ma è vero il contrario. I Clinton - nel corso delle primarie - hanno già stuzzicato le viscere razziste della società liberale americana, procurandosi prima la reazione stizzita della comunità afroamericana e poi quella complice e grata dei backlash, i blue collar dell’ex zona manifatturiera che sta tra l’Illinois e la Pennsylvania: Indiana, West Virginia e Ohio. E ovvio che da agosto in poi, i repubblicani riprenderanno il lavoro iniziato dai Clinton, aumentandone la portata e approfondendone le implicazioni. Non aspettiamoci immagini di donne bionde inseguite da uomini neri, ma certamente qualcosa di più diretto e devastante. La posta in palio è troppo alta: non è soltanto la presidenza degli Stati Uniti, ma la sopravvivenza di una generazione di politici - repubblicani e democratici - che hanno costruito una carriera sull’attuale ciclo. Far deragliare la candidatura
Obama sul bagnasciuga razziale significa riporre in frigorifero l’ipotesi del riallineamento, riportare queste elezioni in un alveo più normale, meno straordinario, e mantenere il controllo sull’agenda politica del Paese.
Il tabù. Un giorno, Hillary ha indirettamente evocato il tabù che accompagna la corsa di Obama fin dall’annuncio della sua candidatura: l’assassinio. L’America ha una lunga e dolorosa tradizione di assassini politici che coinvolge presidenti, candidati presidenti, governatori, senatori, leader di movimenti. Il tacito di questa campagna elettorale è l’eventualità che Obama sia ucciso.
L’ultima battaglia. La missione di McCain è quella di vincere e regalare al partito repubblicano altri quattro anni di Casa Bianca, cioè il tempo necessario per riformulare la piattaforma culturale, ricostruire la coalizione e allevare una nuova classe dirigente. McCain deve allungare la vita di un ciclo politico che si è concluso. L’ultima battaglia assegnata al vecchio soldato è al limite del proibitivo: deve raggiungere l’obiettivo avendo a disposizione una coalizione ambivalente nei confronti della sua candidatura e dubbiosa sull’esito del tentativo. McCain deve dimostrare di poter vincere. Soltanto così, convincendo l’establishment repubblicano, può garantirsene l’appoggio.
Non dovesse riuscirci; meglio, dovesse dare l’impressione di non potercela fare, il senatore dell’Arizona sarà abbandonato al suo destino ben prima del giorno delle elezioni, e lo sforzo dei repubblicani si indirizzerà alla ricostruzione dalle fondamenta del partito, in modo da renderlo competitivo tra otto anni. Sempre che la guerra in Iraq non si dimostri una pillola avvelenata per un presidente democratico leggi alla voce Lyndon Johnson - e anticipi il ritorno di un repubblicano alla Casa Bianca.
Riassunto. La missione che Obama si è auto-assegnato e sulla quale ha raccolto la nomination democratica è quella di aprire una fase storica a dominio democratico. I sondaggi elettorali, le analisi demografiche, il cima politico, tutto va nella direzione di un riallineamento. Tuttavia, tra Obama e la presidenza, più ancora che McCain, si frappongono i Clinton e il colore della sua pelle. In quest’ordine.
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