domenica 20 luglio 2008

Commercio la rivoluzione ignorata

da La Stampa del 16 luglio 2008

di Adolfo Urso




Caro direttore, l’ultima stima della Banca mondiale ammonta a 287 miliardi di dollari: tanto vale il costo del successo (o della sconfitta) del Doha Round. In pratica, più o meno, dieci finanziarie messe insieme, benzina per la crescita mondiale in un periodo di profonda crisi economica dei mercati internazionali. Tra pochi giorni a Ginevra, per l’ostinazione del direttore generale del Wto, Pascal Lamy - che ha convocato la ministeriale dell’ultima spiaggia - potrebbero cambiare le regole del commercio mondiale in tre settori vitali: agricoltura, industria, servizi. Eppure in Italia, malgrado l’impegno di Giulio Tremontí, se ne parla poco, ancora troppo poco, rispetto agli interessi di un paese che vive più di altri di commercio e le cui esportazioni trainano l’economia: una coltre di provincialismo ci impedisce di guardare e giudicare oltre, dividendoci meramente tra protezionisti e liberisti. Qualche settimana fa, Francesco Giavazzi, ha scritto giustamente: «Vedo anti-globalizzatori che occupano le piazze, ma non vedo cittadini che manifestano perché il Doha Round non fa un passo». E questo il punto. Un passo è importante ma verso dove?



Non si riesce a comprendere che un accordo globale e multilaterale avrà effetti immediati a livello locale, che ciò che verrà discusso a Ginevra, se approvato, è destinato a cambiare le sorti della nostra economia per oltre un ventennio e cambiare non significa sempre migliorare e comunque non per tutti. Alcuni pagano dei costi, alcuni settori in alcuni paesi e alcuni paesi in alcuni continenti; e altri ci guadagnano e con essi le loro imprese e i loro cittadini. Come accadde con l’Uruguay Round, durato anch’esso 7 anni, che portò grandi benefici per i consumatori nel settore delle telecomunicazioni, abbattendo di fatto i monopoli di Stato, ma nel contempo gravi difficoltà per il tessile e le calzature europee, con l’eccezione forse proprio di quelle italiane che anche se in ultima istanza sono riuscite a collocarsi sui segmenti di alta qualità. Ecco perché il Doha Round è importante e perché il governo italiano cercherà di migliorare le bozze ancora insoddisfacenti che circolano oggi, e non solo per quanto riguarda alcune nostre produzioni agricole che rischiano di uscire fuori mercato ma anche e soprattutto perché sono poco ambiziose, in alcuni casi addirittura rinunciatarie sul fronte industriale e dei servizi, che rappresenta gran parte del Pil europeo e mondiale. L’Europa dà molto, in alcuni casi troppo, senza ricevere abbastanza; essa si apre agli altrui prodotti ma non vede allo stato altrettanto aperture da parte dei paesi emergenti e oggi grandi competitor: Brasile, Cina, India e ovviamente anche Argentina e Messico.



Non si può pretendere, ad esempio, che sia solo l’Europa ad abbassare il ponte levatoio e di conseguenza ridurre i sussidi agricoli, quando Paesi come l’India hanno dazi su alcuni prodotti industriali che arrivano all’80%. E, quando non sono i dazi, ci sono tutte una serie di barriere burocratiche che di fatto altro non sono che misure protezionistiche, i cosiddetti «ostacoli non tariffari» talvolta molto più gravi e difficili da superare, soprattutto per un sistema produttivo come quello italiano che è fatto in larghissima parte di piccole e medie imprese. Bisogna riuscire a raggiungere il «giusto equilibrío», quella reciprocità da più parti invocata e però ad oggi ancora tutta da ottenere. E bisogna nel contempo essere consapevoli che non basta, ancorché sia necessario, raggiungere un nuovo accordo commerciale che apra i mercati perché si sviluppi una competizione più leale foriera di crescita per tutti o comunque per i più; serve una governance sui diversi livelli della globalità: rispetto dell’ambiente, standard sociali e lavorativi e certamente anche politica monetaria ed energetica, sino a chiamare in causa la governance della grandi migrazioni. Non esiste più un mondo piatto e una globalizzazione a senso unico. Anche per questo, da subito grande attenzione nei prossimi giorni sulle trattative di Ginevra. E grande attenzione devono averla le forze sociali e produttive, perché le regole del Wto sono vincolanti come e più delle regole dell’Unione. E l’Italia deve essere consapevole delle scelte che fa, proprio per vincere «la paura» e ridare «la speranza».

NOTE

sottosegretario allo Sviluppo economico

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