da Il Riformista del 16 luglio 2008
di Alberto Mingardi
Il bollettino economico di Bankitalia dipinge un quadro a tinte fosche, per il prossimo futuro. Nel 2008 e nel 2009, la crescita del Pil non supererà lo 0,4%: le previsioni sono state, di nuovo, riviste al ribasso. I consumi si contraggono, l’inflazione non è mai stata tanto alta da quando c’è l’euro. Ieri Piazza Affari ha reagito accusando un calo del 3%. In situazioni come queste, hanno gioco facile i cultori del panico e i preparatori di emergenze. La tentazione di imbarcarsi in interventi straordinari è forte. Così come viene facile associare la crisi ad un qualche spauracchio: speculazione, globalizzazione.
Che il tempo si volga al peggio, viene istintivo pensarlo guardando le immagini delle filiali di Indymac, in California, prese d’assalto dopo l’annuncio del fallimento della banca. Quasi una scena da Mary Poppins, per la gioia delle Cassandre. In realtà, bisognerebbe in modo più analitico scindere la situazione italiana, da quella del resto del mondo. L’Italia della crescita zero è almeno in parte altra cosa, rispetto a questo scenario. Da noi, l’aumento del prezzo del petrolio incontra un’economia che non cresce perché non c’è nessuna ragione per cui dovrebbe crescere. Non abbiamo fatto le riforme di cui avevamo bisogno, e ora nemmeno si parla più, di farle. Abbiamo tasse troppo alte e regole troppo complesse, che non incentivano chi ha voglia di fare. Sarebbe il momento di usare le comprensibili paure degli italiani, per svoltare e riattivare il circuito virtuoso della creazione di ricchezza sulla base di un patto più equo, fra Stato e individuo. Sarebbe il momento del coraggio. Sarebbe.
La crisi americana vede invece sommarsi problemi di ordine diverso: il nuovo shock petrolifero è andato a sbattere contro una situazione preoccupante ma, in qualche misura, prevedibile. Il sistema bancario negli anni scorsi ha ecceduto in investimenti in attività con ritorni di cassa prolungati (il mercato immobiliare).
Ciò ha provocato una crisi di liquidità che la Fed ha cercato di tamponare, espandendo il credito e pertanto intorbidendo ancora la capacità segnaletica del mercato. Ma la liquidità addizionale immessa dalla banca centrale nei mercati monetari non è stata drenata verso il mercato a reddito fisso, quanto in quello delle materie prime.
L’aumento drammatico del prezzo del petrolio si è inserito in un quadro nel quale i presunti «rimedi» alla crisi non hanno creato certezza. Warren Buffett, in un’intervista del 25 giugno, ricordava quanto l’inflazione fosse in crescita, e come la Fed dovesse essere attenta a non fare nulla che desse ai mercati l’impressione che il controllo dell’inflazione non fosse una sua priorità.
Il salvataggio di Freddie Mac e Fannie Mae va ovviamente in quella direzione (nonostante ieri Bernanke abbia rispolverato la priorità della lotta all’inflazione).
Le due sorelle, entrambe nate sotto gli auspici dello Stato, cartolarizzano mutui, li garantiscono e li collocano: nel tempo, le loro obbligazioni sono state accettate sul mercato in garanzia come fossero titoli del Tesoro, supportando l’intero mercato degli intermediari. Ciò è avvenuto perché le due operavano di fatto al di fuori del regime di concorrenza, col beneficio della garanzia implicitamente fornita dal Tesoro contro il loro fallimento. Garanzia che ha dovuto essere messa sul piatto, originando quel «socialismo dei mutui» descritto ieri da Gerry O’Driscoll sul Wall Street Journal.
Alan Greenspan, in un intervento al Council on Foreign Relations, aveva previsto che «se intendiamo beneficiare dei vantaggi dell’innovazione finanziaria che opera in un regime di forte "leverage"; l’onere della gestione del rischio non cadrà solo sugli operatori privati... Le banche centrali sono costrette a diventare "lenders of last resort"». E la teoria della socializzazione delle perdite: non ha funzionato e non funzionerà. I problemi di azzardo morale sono evidenti - anche in casi salutati con grande favore, come il salvataggio di Bear Sterns. A una boccata di ossigeno nel breve periodo, si accompagna maggiore incertezza nel lungo. La dottrina Greenspan voleva che i banchieri centrali e i ministri del tesoro scegliessero, discrezionalmente, quando intervenire e quando no, chi salvare e chi no. È come dire che quanto forte è il vento dipenderà dalla bravura del timoniere.
In questo scenario, in chi dobbiamo confidare? Negli odiati speculatori. Lo speculatore sostanzialmente «anticipa» i prezzi, formulando ipotesi basate su quello che vede nei mercati e su quello che sa delle politiche delle banche centrali. Come ha ricordato di recente Antonio Martino, gli speculatori contribuiscono a stabilizzare il mercato comprando quando il prezzo è basso (rendendolo così meno basso) e vendendo quando il loro prezzo è alto, contribuendo a calmierarlo.
Oggi gli speculatori prevedono prezzi alti, cioè comprano ora per vendere domani. Questo dovrebbe incentivare un uso più parco del petrolio, una contrazione della domanda, la ricerca di nuovi giacimenti: attività che dovrebbero rendere l’energia meno cara in futuro. Gli speculatori non fanno alzare i prezzi: li anticipano.
Ciò è utile perché in una situazione come l’attuale tutto vogliamo, ma non che si inceppi il processo di scoperta dei prezzi. Abbiamo bisogno dei segnali di mercato più limpidi possibile, in un momento di tanta e tale confusione. Lo stesso dollaro debole ci parla dei tanti problemi americani (dal sistema previdenziale al deficit in crescita), e aiuta gli investitori ad orientarsi.
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