da Il Sole 24 Ore del 17 luglio 2008
di Martin Wolf
Ormai è passato quasi un anno da quando la crisi dei mutui subprime in America è diventata globale. Molti all’epoca speravano che il "riprezzamento" del rischio avrebbe rappresentato solo una breve interruzione nel progresso dell’economia americana e di quella mondiale. Le speranze sono andate deluse. Le sventure di Fannie Mae e Freddie Mac, i due colossi semipubblici dei mutui, gli scivoloni dei mercati azionari e la corsa del prezzo del greggio mostrano con evidenza quanto ancora manchi prima della fine del tunnel. Molto probabilmente non siamo ancora nemmeno al termine della prima fase.
Qual è dunque lo stato di salute attuale dell’economia mondiale? E quale direzione potrebbe imboccare? (...) La risposta alla prima domanda si divide in due parti: turbolenze finanziarie continuate e aumento dei prezzi delle materie prime.
L’andamento dei titoli bancari basta e avanza a spiegare quello che c’è da sapere sulla crisi finanziaria. Negli Stati Uniti, l’epicentro del terremoto, la banche hanno perso metà del loro valore di mercato nel periodo che va dall’anno scorso alla fine di questa settimana (...). Non è solo chi investe in Borsa a preoccuparsi per lo stato di salute delle banche. Anche le banche stesse sono preoccupate. Lo scarto fra i tassi di interesse sui prestiti interbancari in dollari, euro e sterline e i tassi ufficiali attesi a tre e a sei mesi è ora maggiore di quanto non fosse a marzo. Sui prestiti a sei mesi lo scarto ormai è ai livelli dei due precedenti picchi, a settembre e a dicembre dello scorso anno.
Qui non si tratta di una semplice crisi di liquidità. Le banche sono preoccupate per la solvibilità delle altre banche. A giustificare le loro preoccupazioni c’è il fatto che la qualità delle garanzie reali di gran parte dei prestiti degli anni precedenti - per gli immobili - continua a deteriorarsi. (...) C’è poco da stupirsi, dunque, che il mercato azionario mostri segnali quasi di panico riguardo alle prospettive delle due società Fannie Mae e Freddie Mac, che hanno finanziato i tre quarti circa dei mutui americani. Non è da escludere che lo Stato scelga di acquisire le due società, che messe insieme presentano un passivo che si avvicina al 40% del Píl degli Stati Uniti. In termini di indebitamento pubblico lordo, una mossa del genere porterebbe gli Stati Uniti al livello dell’Italia.
Nel frattempo, il prezzo del petrolio si avvicina ai 150 dollari al barile. (...) L’impennata del greggio e di altre materie prime è un po’ un enigma se si considera che l’economia mondiale sta rallentando (...). E allora perché i prezzi delle materie prime salgono? La spiegazione più popolare è la "speculazione". Ma dato che la speculazione c’è sempre stata, non può bastare a spiegare le impennate attuali. Un’altra spiegazione gettonata è la politica aggressivamente espansiva seguita dalla Fed. Ma anche così si fa fatica a giustificare il fatto che il prezzo del petrolio stia salendo rapidamente anche in euro. (...) Nel caso del petrolio( ... ), la decisione se produrre o meno implica una speculazione (..). I produttori lasceranno il petrolio sottoterra se si prevede che i prezzi reali del greggio aumenteranno più rapidamente dei profitti di attività alternative. Quello che determina il prezzo attuale, dunque, è il prezzo atteso futuro. I fattori più importanti sono la crescita prevista della domanda nei Paesi emergenti, la Cina in particolare, e le prospettive riguardo a fonti alternative.
(...) E dunque quali sono le prospettive immediate per l’economia mondiale? L’aspetto più importante è forse quello dell’incertezza. P, possibile raccontare storie di un ritorno a una crescita rapida dell’economia mondiale, ma è altrettanto facile raccontare storie di qualcosa che assomiglia a un tracollo finanziario.
Eppure il saldo delle forze economiche è recessivo: le crisi finanziarie e il crollo dei prezzi delle case negli Stati Uniti e in una serie di altri Paesi ad alto reddito, l’impennata dei prezzi delle materie prime e le pressioni inflattive in particolare nei Paesi emergenti. È difficile immaginare un esito diverso da quello di un rallentamento prolungato dell’economia mondiale.
(...) Inoltre, alcuni di questi rischi potrebbero combinarsi pericolosamente tra di loro. Un attacco all’Iran potrebbe spingere il prezzo del greggio al di sopra dei 20o dollari, ad esempio. E l’affidabilità creditizia del Governo americano non può essere data per scontata. Se l’attuale riduzione della leva creditizia nell’economia americana indebolisse i consumi, l’economia potrebbe entrare in una grave recessione. I deficit americani schizzerebbero in alto e i tassi di interesse a lungo termine potrebbero seguirli, producendo effetti assai sgradevoli sulla dinamica del debito pubblico statunitense. Potrebbe seguire anche una fuga dal dollaro e dalle obbligazioni in dollari.
(...) La buona notizia è che l’economia mondiale ha retto sorprendentemente bene. La cattiva notizia è che i rischi continueranno decisamente ad aumentare. Ci vorrà un po’ di fortuna e molto giudizio per uscire indenni dalla tempesta.
NOTE
Traduzione di Fabio Galimberti
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