da Corriere della Sera del 3 luglio 2008, pag. 31
di Danilo Taino
La «parola sporca» dell’economia moderna comincia a essere pronunciata anche in Europa. Recessione. La Danimarca vi è entrata a causa di due trimestri consecutivi (l’ultimo del 2007 e il primo del 2008) di arretramento del Prodotto interno lordo. Il Paese modello degli ultimi anni, per capacità di crescita e per sicurezza sociale, è il primo, nel Vecchio Continente, a sperimentare la crisi economica numero uno del Ventunesimo Secolo. La Gran Bretagna, dopo anni di crescita robusta, ha buone probabilità di seguirla: «I rischi di una recessione sono certamente cresciuti» sostiene George Buckley, economista di Deutsche Bank. E la gloriosa economia spagnola potrebbe essere la prima dell’area euro a registrare una contrazione del Pil.
Ma è Copenaghen ad aprire la strada, a dare un profumo poco piacevole al momento economi- co europeo. Nel caso danese, la radice sta nel mercato immobiliare che si sta sgonfiando: come negli Stati Uniti, gli anni di boom hanno creato una bolla immobiliare che, scoppiata, trascina al ribasso consumi e investimenti. Segno che anche i modelli più interessanti e innovativi vivono i loro cicli.
Negli ultimi anni, la Danimarca è stata comprensibilmente portata ad esempio di riforme sociali e del mercato del lavoro tra le più avanzate. In sostanza, è un sistema di sicurezza sociale che garantisce il reinserimento nel mercato del lavoro anche quando si perde il posto (oltre a un salarlo di sostegno nel frattempo). Ma che non fa pesare alle aziende i costi sociali dì questo meccanismo: sono libere di licenziare (e quindi di assumere) sulla base delle loro necessità. La cosiddetta flexsecurity, sicurezza sociale unita a massima flessibilità. Un successo.
Il fatto di essere finiti in recessione, ovviamente, non sta facendo ripensare ai danesi il modello. La crisi non parte da quello ma, probabilmente, dal fatto che, quando un’economia ha successo, gli eccessi e le bolle in questo caso immobiliari - si creano. La flexsecurity, piuttosto, ìn questo passaggio sarà messa alla prova: dovrà dimostrare di essere in grado di funzionare anche nei momenti difficili, di sapere assorbire la disoccupazione quando le aziende non vanno bene, non solo quando prosperano. Il fatto, però, è che la virtuosa Danimarca in recessione trasmette segnali di nervosismo a tutta l’Europa: se vanno male loro, cosa devono aspettarsi gli altri?
In effetti, gli europei vivono momenti di paura. L’Eurobarometro della Ue, che intervista 30 mila cittadini dell’Unione, indica che il 46% degli europei (il doppio rispetto a sei mesi fa) ritiene che nel corso dei prossimi 12 mesi l’economia peggiorerà. In giugno l’indice dei responsabili di acquisto delle aziende europee dei 15 Paesi che usano l’euro è sceso sotto 50, livello che indica una contrazione della produzione manifatturiera: non succedeva da tre anni. Sempre la Ue segnala un peggioramento del cosiddetto «economie sentiment index» nell’area euro che Marco Valli, economista di Unicredit, calcola in una riduzione della crescita del Pil allo 0,3%, dallo 0,8 del primo trimestre. Sembrano esserci parecchi indizi, insomma, per legittimare il ritorno del «Fattore R», la recessione nemico numero uno, anche nel Vecchio Continente. In realtà, la Danimarca è un caso particolare anche nella recessione. Non fa parte dell’area euro ma dell’area bolla immobiliare, quella mongolfiera che si tiene dentro anche Stati Uniti, Gran Bretagna, Spagna. La recessione danese, però, probabilmente racconta che anche i modelli migliori hanno le loro crisi: non è una sfera di cristallo sul futuro dell’Europa.
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