da Il Sole 24 Ore del 2 luglio 2008, pag. 1
di Mario Draghi
L’interdipendenza fra le due aree di qua e di là dell’Atlantico è meno agevolmente distinguibile sul terreno della finanza. L’esempio americano ha fortemente influenzato gli sviluppi nell’industria dei servizi finanziari e nel suo assetto giuridico in Europa. Ma la finanza è oggi globale, non più solo transatlantica. Negli ultimi 20 anni i mercati finanziari dei maggiori Paesi avanzati e di quelli emergenti si sono via via più integrati, grazie al progresso tecnologico e alle politiche di liberalizzazione. Lo stesso mondo della produzione fisica influenza questo processo: oggi i componenti di molti beni industriali vengono prodotti in taluni Paesi, assemblati in altri e infine venduti in tutto il mondo.
Questo unbundling della produzione richiede una elevata mobilità internazionale dei capitali. Ma l’aumento dell’apertura finanziaria globale ha di gran lunga sovrastato quello del commercio internazionale. Le correlazioni su scala mondiale tra i prezzi degli indici nazionali di borsa, nonché fra i rendimenti delle obbligazioni dei diversi paesi sono significative. Dagli anni 9o ad oggi la variabilità delle quotazioni azionarie di un titolo è spiegata più dall’appartenenza settoriale che da quella geografica.
Nella finanza globale i legami transatlantici sono oggi meno visibili che in passato. Ne sono esempio le transazioni in cambi e gli investimenti di portafoglio. Il dollaro e l’euro rimangono le monete più scambiate al mondo, essendo coinvolte nell’86 e nel 37% delle transazioni in cambi, rispettivamente; ma la quota delle valute dei paesi emergenti sta salendo rapidamente ed è oggi prossima al 20 per cento. Gli europei detengono oltre un terzo delle azioni e delle obbligazioni americane in mano a non residenti, ma gli investitori dei paesi emergenti scalano posizioni su posizioni. La quota in mano cinese è quadruplicata dall’inizio del decennio e ora sfiora il 1o%, soprattutto per l’accumulazione di riserve valutarie. Quella degli investitori dell’America latina è raddoppiata, a oltre il 6 per cento.
La libertà di commercio internazionale è oggi messa in discussione come mai dagli anni 8o. I negoziati per una ulteriore liberalizzazione lanciati a Doha nel 2001 sono in stallo. Sia nei paesi avanzati sia in quelli emergenti le opinioni pubbliche sono disilluse e allarmate dalla globalizzazione. Il compito dei governi non è facile. I prezzi di materie prime essenziali crescono, stipendi e salari perdono potere d’acquisto, è minacciata la tranquillità dei risparmi,. Ed è anche vero che i frutti dell’economia mondializzata si sono distribuiti in modo diseguale tra i diversi gruppi sociali. Le opinioni pubbliche sono frastornate da un mondo confuso. Nella crisi, cercano rassicurazione. Capisco che i governi riscoprano il valore di formule protezionistiche. La libertà dei commerci può sembrare un rischio; il protezionismo, un ristoro. Ma un problema di distribuzione del reddito non si risolve inaridendo una delle fonti più importanti del reddito stesso. t interesse comune sulle due sponde dell’Atlantico adoperarsi per mantenere un clima propizio allo sviluppo ordinato del commercio e degli investimenti internazionali; fondato su un insieme di regole che siano soprattutto eque.
I più importanti Paesi emergenti, che hanno enormemente beneficiato del processo di integrazione internazionale, dovrebbero assumere impegni più sostanziali di apertura dei loro mercati e accettare regole internazionali più cogenti. È difficile immaginare che i partners transatlantici non siano in grado di trovare un compromesso che comporti una riduzione bilanciata delle barriere tariffarie alle importazioni in Europa e dei sussidi ai produttori nazionali negli Stati Uniti.
Negli ultimi mesi, siamo stati impegnati a valutare rischi e malfunzionamenti dell’integrazione finanziaria. L’instabilità finanziaria ha rivelato, tra altre importanti disfunzioni, anche acute insufficienze della regolamentazione. Sin dall’inizio della crisi i Ministri delle Finanze del G-7 hanno chiesto al Financial Stability Forum di riesaminare l’attuale sistema di regolamentazione al fine di rendere il sistema finanziario mondiale meno esposto a shocks. Il Rapporto del Forum ha raccolto il consenso del G-7. Esso affronta il problema degli incentivi perversi che hanno condotto a un livello di leva finanziaria eccessivo e mal percepito dagli operatori, e stabilisce nuovi requisiti di capitale e di liquidità.
Sul terreno valutario, il dollaro, nonostante la sua attuale debolezza, resta la moneta dell’economia più grande del mondo, dai mercati finanziari liquidi, spessi e aperti, dotata di una banca centrale dalla salda reputazione di istituzione indipendente. Ma queste doti non mancano oggi all’euro e all’area che lo ha adottato come moneta comune.
Il legame transatlantico è prezioso e va coltivato sul terreno delle politiche. Nuove prospettive si apriranno presto. Le sfide attuali, per essere vinte, richiedono condivisione degli obiettivi, solidarietà nelle decisioni. Gli Stati Uniti e l’Europa, più uniti, sono garanzia per la stabilità del mondo.
NOTE
Governatore della Banca d’Italia
Stralcio dalla relazione tenuta ieridal governatore della Banca d’Italiaalla conferenza internazionaledell’Aspen Institute
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