da L'Unità del 12 giugno 2008, pag. 27
di Alfredo Reichlin
Come tanti compagni io mi chiedo cosa dire e cosa fare per aiutare il Partito Democratico a uscire da questo stato di incertezza e di confusione. Certamente, la prima cosa è parlare al Paese con la concretezza, la forza e la credibilità dell’opposizione. Ma ciò di cui abbiamo bisogno come il pane è ridefinire la base su cui si sta costruendo questo nuovo soggetto politico. La sua visione delle cose.
È su questo che abbiamo bisogno di un confronto anche duro ma schietto. Perché - come sappiamo - i partiti non si inventano. E se non vogliamo ridurci a componenti che si attestano a difesa delle loro vecchie identità, cioè di quello che sono state in una Italia che, peraltro, non c’è più, è sul futuro che dobbiamo discutere. E quindi sulla “missione” di questo partito; sulla sua funzione storica rispetto alla crisi della nazione italiana, di cui la destra e il leghismo non sono certo la medicina ma il sintomo; sul suo posto nel mondo.
Bisognerebbe partire (come sempre) dall’analisi, cioè dalle cose.
La destra ha vinto per ragioni che vengono da lontano. Riconoscerle e indicarle, ci consentirebbero di collocare in un quadro più obiettivo anche la valutazione del risultato elettorale del Pd. Queste ragioni più lontane sono tante. Per me quella fondamentale è che da anni la nostra visione politica, non dico che era anacronistica, ma nella sostanza è rimasta al di qua degli eventi. E quali eventi. Stava cambiando ciò che rappresenta la struttura fondamentale dei poteri che reggono il mondo. È da qui che bisogna ripartire. Dal fatto che la politica è in grandissimo ritardo rispetto all’economia. Ma, al tempo stesso, l’economia il cui potere si è ingigantito a causa della costituzione di un mercato finanziario mondiale dove enormi capitali circolano liberi da ogni controllo politico esterno sconvolgendo ogni equilibrio, non è in condizione di poter dar vita a un nuovo “ordine”. Non può governare le società moderne, promuovere rapporti pacifici tra gli Stati, salvaguardare la natura. È questa contraddizione (chi comanda?) il cuore del dramma che stiamo vivendo. Il caos è arrivato al punto che il professor Guido Rossi, non un pericoloso sovversivo, si chiede nel suo ultimo libro se il mondo arriverà indenne fino al prossimo secolo.
Stiamo attenti, non si tratta solo di distribuzione del reddito. Il combinato disposto tra strapotenza dell’economia finanziaria - controllo privato della scienza - pervasività di una comunicazione che trasforma sempre più la realtà in realtà virtuale, sta mutando l’asse antropologico e valoriale su cui ruota la società. Non sto parlando di cose astratte e lontane. Forse sono io fuori dalla realtà ma mi chiedo se abbiamo il senso di cosa comporta essere un grande partito di governo, che aspira addirittura al consenso della maggioranza della popolazione, in una situazione in cui la globalizzazione guidata da queste forze sta apportando modifiche profonde anche nei meccanismi della soggettività e personalità umana: per cui il passato diventa irrilevante, si spezza il rapporto tra le generazioni, prevalgono il consumo indotto e la realtà virtuale insieme a nuove spinte verso la trascendenza. I dirigenti del Partito Democratico hanno la coscienza di come sia ardua e impegnativa la loro impresa?
Non dovremmo stupirci troppo se la destra (per ora almeno) domina la scena italiana. Quando la politica è posta di fronte a sfide e problemi di questa natura le scelte diventano radicali. Dopo la crisi del ‘29 Roosevelt prese atto che era finita l’illusione che i mercati potessero regolarsi da soli. Riportò la politica al comando. Fece il “new deal”. In Europa la socialdemocrazia non abolì affatto il mercato ma impose un compromesso democratico al capitalismo. Grandi riforme economiche e sociali portarono a un progresso senza precedenti e si assistette al paradosso che il capitalismo venne salvato proprio in virtù del fatto che fu costretto a cedere potere ai sindacati e alla democrazia politica.
Tutto è diverso da allora. Ma se ricordo cose così risapute è per la lezione che ancora se ne ricava. E che mi sembra semplicemente questa. Quando la politica è posta di fronte a sfide e a crisi che sconvolgono tutti i vecchi assetti (e oggi più di ieri), delle due l’una: o la sinistra si riposiziona rispetto al mondo nuovo che la circonda e alza lo sguardo al di là del piccolo gioco politico italiano; oppure, se resta ferma a una vecchia agenda, è inevitabile che questo miscuglio di paure e al tempo stesso di bisogni di nuove autorità che diano certezze, di rottura dei legami sociali e di ricerca di protezioni e di nuovi spazi di libertà individuale, spingano a destra.
Penso che su questo bisognerebbe aprire una discussione. Quale novità rappresenta il Partito Democratico? Dobbiamo andare oltre la solita discussione su Stato, mercato, liberismo, ecc. Non possiamo più dividerci su un dilemma ormai inutile in un mondo in cui diventa sempre più difficile definire che cosa è uno Stato e che cosa è un mercato. Solo uno stupido non capisce quale ruolo cruciale spetta ai mercati in un Paese di rendite parassitarie e di consorterie ramificate come l’Italia. Ma solo un cieco non vede il problema altamente politico che ci interroga (e interroga tutti: i “liberal” come i riformisti di stampo socialista). Questo problema non è il “mercatismo”. È, forse per la prima volta dopo secoli, la rottura del rapporto tra questa sorta di supercapitalismo e il potere politico, compreso il potere (almeno di regolazione) del dollaro e della superpotenza americana. Il mercato non c’entra. Non è questa la vera discussione. Essa nasce dal fatto che dopo 30 anni di rivoluzione conservatrice torna il bisogno di “grande governo”. Insomma, di grande politica. So che la questione è molto complessa ma al fondo si tratta del fatto che la circolazione assolutamente libera e senza possibilità di controllo di immensi capitali su scala mondiale e in tempo reale ha consegnato nella mani di una oligarchia finanziaria il potere ma non la capacità (essendo la sua logica solo speculativa) di fare quello che vuole circa l’uso e la distribuzione delle risorse mondiali. Può raddoppiare il prezzo del grano e triplicare quello del petrolio, con gli effetti di caos che vediamo e che pesano sulla vita della gente. E poi? Guardiamo l’aumento della fame del mondo. E domandiamoci da dove viene questa nuova povertà dei ceti medi occidentali.
C’è quindi qualcosa di paradossale nella crisi di forze riformiste come il Pd. Qui si sta aprendo un problema politico enorme certo molto complesso e pieno di contrasti e contraddizioni ma non meno grande di quello che fu il conflitto di classe nel Novecento. È il problema di creare nuovi strumenti di governo, nuove istituzioni e nuovi organismi democratici attraverso i quali gli uomini moderni possano esercitare i loro diritti umani e decidere del futuro loro e del Pianeta. Qui si tratta di mettere in campo un pensiero critico che (stia tranquillo Rutelli) è il contrario del vecchio estremismo. E questo è anche il terreno per un arco molto più ampio di alleanze possibili fondate non solo su interessi economici ma su culture che si confrontano e su bisogni ideali che chiedono di entrare - come le religioni - nello “spazio pubblico”. Ma, dopotutto, non è per questo che si è posto alla coscienza di tanti ex comunisti come me il problema di uscire dai vecchi confini per dar vita a un nuovo soggetto politico più moderno e più avanzato rispetto alle culture riformiste del passato? Vogliamo buttare tutto all’aria perché la destra ha vinto quella che è una battaglia ma non la vera guerra?
Per la sinistra europea - come dice Andriani in un recente articolo - si tratta di decidere se rimanere prigioniera di un modello di sviluppo e di società in crisi, oppure se rappresentare un nuovo pensiero critico sull’esistente. Se facciamo questa scelta (che significa una diversa visione dello sviluppo e della globalizzazione imperniata sul rilancio del multilateralismo, e quindi sulla funzione dell’Europa e che si accompagni a una lotta volta a rafforzare i meccanismi di integrazione sociale, a ridurre le disuguaglianze e a incrementare la produzione di beni pubblici) io penso che si possono creare le condizioni per battere la destra.
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