da Il Riformista del 12 giugno 2008, pag. 2
di Riccardo Villari
Lo stato di salute politica dei cattolici è un tema che ritorna ciclicamente nell’attualità politica. Oggi si discute se per noi, rappresentanti istituzionali di quella cultura, l’aria sia più salubre nel centrodestra o dalla nostra parte, nel centrosinistra. La verità è che se Atene piange, Sparta non ride, nel senso che se si guarda all’attuale condizione avendo negli occhi e nella mente quella del passato - l’unità dei cattolici nella Dc - allora credo proprio che la questione non sia risolvibile ma destinata a riproporsi periodicamente. Assimilare infatti i cattolici ad una corporazione, riferendosi ad essi come ad un blocco sociale omogeneo, granitico e in cerca di rappresentanza, è fuori dalla realtà delle cose, così come dimenticare che quella cattolica è una scelta plurale, influenzata non tanto da aspetti identitari o etici, quanto da proposte concrete care a tantissimi cittadini, non solo ai laici credenti.
È inoltre sbagliato ritenere che quell’elettorato non ha premiato il Pd perché non si e rispecchiato nei suoi valori o temendo una deriva radicale: se non lo ha fatto è perché non ha trovato soluzioni adeguate e convincenti alle questioni cui è più sensibile. Veniamo quindi al Partito democratico, provando a definire la nostra condizione nella nostra casa. Partiamo da una premessa e da un’autocritica. Noi, esponenti di quella storia e di quella cultura, rappresentiamo circa il 35% degli eletti nel Pd. Siamo quindi di gran lunga l’area culturale cattolica più significativa nelle istituzioni parlamentari. Siamo consapevoli di questa condizione e di quale deve essere la nostra missione nel partito? L’unità tra di noi, la capacità di confronto e di proposta è la premessa per contagiare con la profondità e la solidità delle nostre osservazioni, esponenti di culture e provenienze diverse.
Non si tratta di un’azione a difesa di una casacca ma voglia di collegare più e meglio il nostro partito al Paese, irrobustendone la natura riformista. Un partito che vuole modernizzare la società italiana, riformarla, non può che partire dal solidarismo cattolico, l’unica grande e compiuta esperienza autenticamente riformatrice realizzata nel nostro Paese. Lievito culturale insomma per il Partito democratico, indispensabile in quel confronto tra noi, laici credenti, e gli altri per aggiornare ed arricchire un’analisi e una proposta alla fine condivise.
Se si rinuncia ad attingere da questo prezioso giacimento culturale e valoriale, consegnare il Pd ad una vocazione minoritaria sarebbe a mio parere ben più che un rischio. Unità, quindi, non per riproporre correnti o steccati tra noi e gli altri, ma per ricercare e quindi fornire risposte alla complessità della società di oggi e allo sgomento in cui l’attualità ci fa piombare. Tre esempi: Rom, la vicenda dei rifiuti di Napoli e quella della sanità milanese.Tre vicende che ci consegnano una società incapace di risposte consapevoli e moderne ma comprensibile nel suo smarrimento e nel suo individualismo esasperato. Da parte nostra le posizioni espresse sono apparse difensive, deboli, spesso non persuasive. Nel primo caso tra la risposta emotiva e ingiustificabile - incendio dei campi Rom - e quella passiva - mantenimento del disumano status quo - deve esistere una posizione persuasiva, non difensiva, che non siamo stati in grado di individuare. Nella vicenda campana la risposta comprensibilmente egoistica delle comunità rispetto ad una emergenza come quella dei rifiuti ci interroga e fa emergere, alla fine, l’impotenza nel trovare soluzioni condivise. Infine l’aberrante quadro delittuoso che va delineandosi nella vicenda della sanità milanese, dove esponenti di categorie sociali elevate delinquono per soldi, per avidità, non per bisogni primari, ci propone una società malata e orfana di valori solidi di riferimento.
Su questi temi noi cattolici siamo stati in grado di fornire risposte unitarie e un modello di riferimento solido e di sintesi? Non ci abbiamo nemmeno provato e questa è la nostra sconfitta. Alcuni nostri autorevoli esponenti, come la Binetti, si preoccupano più di esternare i propri convincimenti che di operare per costruire consenso intorno ad essi, confondendo la comunicazione politica con la Politica: questa sorta di sindrome del Passero solitario è l’esatto contrario di ciò che dobbiamo fare. Le durissime critiche di Famiglia Cristiana al Pd sono ingiuste ed esagerate ma pongono questo interrogativo: saremo noi a contagiare gli altri con la ricchezza e la profondità dei valori cattolici e la capacità di sintesi delle nostre proposte su alcuni temi o saranno gli altri ad indurci a smarrire il nostro riferimento valoriale, inducendoci ad una banale omologazione di proposta politica? Aldo Moro era il riferimento culturale più alto nella Dc, pur potendo contare su un "misero" 8% congressuale in quel grande partito popolare; la sua visione della società, ispirata a solidi valori di riferimento, era capace di tenere unito il partito e di farlo ritrovare su posizioni più avanzate, muovendo da una capacità di ascolto e da una voglia tenace e paziente di ricerca oggi sempre più rara ma tanto più necessaria.
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