domenica 29 giugno 2008

L’Italia non si rialza, anzi ristagna

da Il Riformista del 27 giugno 2008, pag. 1

di Alberto Mingardi


L’economia italiana è stagnante. Il centro studi di Confindustria stima che cresceremo dello 0,1% nel 2008 e dello 0,6% nel 2009. Previsioni lievemente al ribasso rispetto a quelle del Dpef, che stima una crescita del Pil dello 0,5% quest’anno e dello 0,9% l’anno prossimo. Che le due ipotesi non collimino, è questione di dettaglio. «Il problema della crescita è serio», ha detto Emma Marcegaglia. «Che sia 0,1 o 0,4% a seconda del prezzo del petrolio poco importa perché la crescita italiana resta molto più bassa rispetto alla media europea».



Non solo il problema della crescita è serio: è la crescita, il problema del Paese. La questione del calo dei consumi, riaffiorata nei giorni scorsi sulle pagine dei quotidiani, va di pari passo. L’Istat riporta che nel mese di aprile 2008 l’indice generale del valore delle vendite del commercio al dettaglio ha registrato un calo del 2,3% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Questa variazione tendenziale negativa è la sintesi di flessioni dello 0,8% delle vendite di prodotti alimentari e del 3,4% di quelle di prodotti non alimentari.



La fotografia non è entusiasmante, ma siamo davvero in una di quelle situazioni nelle quali l’unica cosa che stupisce è lo stupore. Perché mai l’economia dovrebbe darci segnali migliori? Dopotutto l’Italia è un Paese "serenamente bloccato", non da oggi. Di riforme pro-growth, si parla e si continua a parlare: ma alle parole è seguito poco quando non nulla. Le condizioni politiche hanno reso possibile l’ingegnerizzazione di qualche cambiamento di rilievo, in ambiti specifici, evitando accuratamente l’ipotesi di interventi shock. Anche delle riforme migliori, abbiamo sempre pagato, fino all’ultimo centesimo, il costo politico.



Sono quattordici anni che è aperto il tema della "transizione italiana". E se è vero che siamo cambiati, che le istituzioni si sono in parte evolute, che il dibattito pubblico è diverso, che necessità un tempo patrimonio di pochi (la concorrenza, il merito, la crescita) oggi sono condivise, è mancato lo shock, il colpo di frusta. In un’intervista con questo giornale, lo scorso nove maggio, il ministro Sacconi aveva spiegato che «la priorità di questo governo è ricostruire le condizioni dell’ottimismo». C’è una differenza di sfumature, con quanto scritto nel Dpef: «gli italiani ci hanno dato fiducia e noi agli italiani dobbiamo restituire certezza». Sarebbe non solo ingeneroso ma demenziale addossare la colpa della stagnazione al governo, che per ora ha avuto solo il tempo di guardarsi attorno. Ma è difficile trovare chi, dalle parti del Pdl, proponga una terapia brusca ed energica, e non invece omeopatica e graduale, ai mali dell’Italia.



Curioso paradosso: Berlusconi è passato dall’istituzionalizzazione dell’antipolitica (che se si vuole è il suo merito storico), all’ultra-politi- ca. La manovra triennale contiene molti provvedimenti condivisibili e buoni. Solo che a un certo punto bisogna affondare il coltello nella carne e asportare il cancro, anziché confidare in terapie lenitive. E vero che la congiuntura internazionale riduce gli spazi di manovra. Però questo evidente fallimento del sistema-Italia inteso come utilizzo dello Stato quale camera di compensazione degli interessi, questa legittima percezione della marginalizzazione del nostro ruolo e delle nostre aspirazioni, nell’economia globalizzata, in realtà apre possibilità mai viste, per fare le riforme. La "domanda" di cambiamento c’è, il bisogno pure. E ovviamente si scontrano con la tendenza a capitalizzare elettoralmente proprio quel senso di smarrimento, queste oggettive "condizioni della paura".



La cosa più rivoluzionaria che Berlusconi potrebbe fare è essere fedele a se stesso, e subordinare ogni altra riforma a una potatura radicale delle imposte. Dare ossigeno ai redditi d’impresa e delle persone fisiche. Per ricostruire l’ottimismo, non basta la prevedibilità, la "certezza". L’Italia della prima repubblica era politicamente stagnante, ma prevedibile. Non era esposta al genere di concorrenza internazionale che conosciamo oggi. Per tornare a crescere, serve uno shock positivo, una svolta che sia e che sembri tale. Altrimenti, ci si limita a gestire il declino.

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