Riceviamo e pubblichiamo l'intervento che il Vescovo di Piacenza, Mons.Gianni Ambrosio, ha tenuto a Piacenza il 23 maggio presso il Circolo Ufficiali.
Lo riteniamo un contributo importante ad un dibattito, urgente e ineludibile, sul tema dell'Educazione .
Rivolgo un cordiale saluto e ingrazio dell’invito che ho accolto volentieri: è un’occasione bella per me per entrare in contatto e spero in amicizia con le realtà piacentine, tra cui spicca senz’altro il vostro rinomato Circolo Ufficiali.
L’argomento su cui vogliamo riflettere è l’educazione, anzi la sfida educativa.
Già il termine ‘educazione’ è oggi una sfida. Questo termine classico, come ben sappiamo, non si usa quasi più o almeno non gode di buona salute nel linguaggio corrente. Nulla di straordinario: le parole cambiano, come cambiano i vestiti. Ma si tratta di un cambio dovuto alla moda linguistica oppure l’eclissi del termine ‘ educazione ’ lascia intendere un mutamento più profondo e più problematico?
Forse anche l’eclissi del termine classico di educazione è dovuto all’erosione della cultura relativistica dei nostri tempi.
La nozione di educazione sarebbe troppo centrata sul fine e sul dover essere dell'uomo. Proprio in quanto implica sia una precisa intenzionalità teleologica sia un esplicito riferimento morale (valori, norme, figure esemplari, autorità), l’educazione, come termine e come pratica, sarebbe da abbandonare, inadatta ad esprimere lo svolgersi dell’odierno cambiamento umano nel suo continuo farsi e rifarsi.
In alternativa si è affermata la parola ‘formazione’, e quindi la competenza, l’abilità, l’efficacia/efficienza ma anche – e in particolare – la soggettività.
La categoria della formazione offre, secondo la cultura odierna, alcuni vantaggi. Garantisce innanzi tutto una maggiore “neutralità” dal punto di vista assiologico. Valorizza poi l’auto-realizzazione del soggetto, tenendo conto delle sue capacità o dei suoi interessi. Infine assicura una più marcata utilità, favorendo, in un mondo in rapido mutamento, la soluzione di problemi pratici con il metodo della ricerca, della prova, dell’esperimento.
In realtà, se la formazione abbandona la vocazione umanistica della paideia, si avvia verso un’impostazione tecnica, con un’attenzione esclusiva alle procedure e alle misurazioni per verificare i risultati dell’apprendimento, con l'ossessione di migliorare le tecniche didattiche in vista di risultati pratici, utili.
Ma se poi a questa disattenzione della vocazione umanistica della paideia si aggiunge l'indifferentismo sul piano dei valori e il soggettivismo sul piano dei fini, allora la conclusione sarebbe inevitabile: la paideia non solo smarrisce la sua vocazione umanistica ma si avvia lungo sentieri nichilistico-tecnocratici.
Questa tendenza è ritenuta irreversibile, quasi un esito scontato, da parecchi studiosi. Con l’avvento dell’”era del relativo” 1, con una cultura governata dall’ “imperativo del cambiamento” 2, con una “società liquida” 3, la “crisi della trasmissione” 4 diventa talmente profonda da rendere impossibile la realizzazione di un cammino educativo con la proposta di un sistema di riferimenti capaci di offrire un senso stabile all’esistenza e di favorire la costruzione dell’identità (e dell’identità cristiana).
Credo che per tutti noi sia spontaneo affermare che l’educazione è possibile, nonostante i profondi condizionamenti culturali e societari. Ma questa convinzione deve confrontarsi con le difficoltà che sono reali: è in gioco il valore e la possibilità stessa dell’educazione delle giovani generazioni e della formazione morale dei cittadini tutti.
Per questo mi soffermo a evidenziare alcuni aspetti della difficoltà dell’opera educativa – quasi esiliata dalle trasformazioni socio-culturali -, per verificare se sia possibile ricostruire un contesto, uno spazio, un ethos – sociale, relazionale e logico – per la formazione del soggetto e del suo divenire persona adulta capace di relazione.
1. L’educazione in esilio
1.1. Dalla piazza tradizionale ad internet
Il primo tipo di difficoltà è di ordine sociale: l’odierna fluidità sociale impedirebbe un preciso progetto di vita.
Una semplice immagine – quella della piazza - può aiutarci a comprendere cosa comporta la fluidità sociale per l’opera educativa. In verità si tratta di una sequenza di immagini che evidenziano il passaggio dalla piazza tradizionale all’immensa ‘piazza’ odierna, quella della globalizzazione, della comunicazione globale, della sterminata rete di internet.
La prima sequenza riguarda la piazza tradizionale delle nostre città. Essa era il punto di gravitazione della vita cittadina, della vita comunitaria. In Occidente, e soprattutto in Italia, la piazza, a partire dal medioevo, è il punto di convergenza di tutte le vie più importanti che partono da essa per sfociare su piazze minori. È la piazza che ha fatto la città, la quale si è modellata in rapporto e in funzione della sua piazza principale. Essa è il luogo su cui s'affacciano il palazzo comunale, la torre civica, la chiesa principale, gli edifici di interesse pubblico. È la piazza, annotava M. Weber, che fa respirare l’“aria di città” e dunque della libertà, perché è il luogo dell'incontro, del dialogo, dello scambio, della tensione fra interessi personali ed interessi collettivi, della vita democratica, della passione per la cosa pubblica.
La vita comunitaria – rappresentata e stimolata dalla piazza – non solo sospinge all’educazione ma è essa stessa educativa. Ciò che è comune (communis) - da cui ‘comunità’ (commmunitas) - è a disposizione di tutti e deve dunque essere comunicato, trasmesso. E naturalmente deve essere appreso, se si vuole ‘vivere’, e cioè vivere come cittadini in comunità. La dimensione locale del vivere sociale è in se stessa iniziatica, comporta cioè l’iniziazione progressiva attraverso processi di apprendimento, attraverso relazioni approfondite e stabili. Siamo di fronte a una realtà sociale-storica solida, concreta, compatta. Un evento che riguarda la comunità – pensiamo ad una festa o ad un evento drammatico – segna una generazione intera.
In questo contesto il rapporto fra vita comunitaria, gravitante attorno alla piazza, e vita religiosa, è profondo e spontaneo. Diceva con un felice gioco di parole Gabriel Le Bras, sociologo e storico francese, che la comunità ha edificato la Chiesa e la Chiesa ha costruito la comunità.
La seconda sequenza riguarda la ‘piazza’ della società odierna, aperta, complessa, globalizzata, deterritorializzata. L’individuo si trova immerso in uno spazio immenso ove vi sono moltissime ‘voci’ – fatti, notizie, pareri – che vengono da lontano e che sono spesso discordanti. Questa spazio è avvertito come realtà anonima, fredda, impersonale. La ‘piazza’ del mondo postmoderno non ha nulla di domestico o familiare: è una realtà lontana, estranea, indecifrabile.
Vorrei citare qualche frase tratta da un piccolo ma interessante libro di Aldo Bonomi, intitolato Il trionfo della moltitudine. 5 Egli afferma: “La ‘comunità’ è andata in buona parte distrutta. (…). L’astrattezza e la routinizzazione delle attività moderne rivela spesso il carattere vuoto, amorale e impersonale del vivere quotidiano che si è rimodellato al cospetto di ambiti sociali più vasti”.
Questo carattere “vuoto e impersonale” del vivere quotidiano è pure “amorale” in quanto nella ‘piazza’ postmoderna l'uomo si sente distante dagli altri - sono tanti, troppi -, si sente distante anche dal mondo, che non appare come suo. E naturalmente si sente distante dalla politica (la polis), realtà troppo complessa, troppo intricata. Senza comunità, senza “la dimensione spaziale della vita sociale che si concretizza in attività localizzate” 6, l’uomo vive senza relazioni vere. I rapporti sociali sono “rapporti tra persone ‘assenti’” e “gli eventi locali sono modellati direttamente, istantaneamente, da altri eventi che si verificano in altri luoghi: altrove” 7.
È facile allora adattarsi alla realtà complessa e frammentata, senza impegnarsi in un coordinamento, in una sintesi, in una gerarchizzazione dei vari aspetti e dei diversi valori della realtà. Si corre il rischio dell'accettazione fatalistica e rassegnata della frammentazione.
1.2. Dallo spazio socio-culturale allo spazio estetico
Il secondo tipo di difficoltà è di ordine culturale: il trapasso culturale renderebbe difficile, se non impossibile, un impegno morale continuativo.
Secondo la terminologia di alcuni studiosi, questo trapasso può essere inteso come passaggio dallo “spazio socio-culturale” allo “spazio estetico” 8. Con questa espressione si indica non solo la scomparsa, nella realtà sociale contemporanea, di un preciso ordine sociale e valoriale ma anche la perdita della capacità di plasmare o di strutturare la vita sociale da parte delle istituzioni tradizionali. In questo drastico passaggio verrebbe a ridursi sia l'idea di un ordine istituzionale da assimilare sia l’esigenza di un impegno morale cui richiamarsi.
In effetti, soprattutto negli ultimi decenni, si è creata una situazione di smarrimento culturale dovuto al difetto del ruolo tradizionalmente svolto dalla cultura: integrare le persone che vivono insieme in un determinato territorio, costruire insieme specifici modi di vita, indicare particolare stili di comportamento indirizzando verso comuni e condivisi valori e simboli.
Questo fondamentale ruolo è in parte compromesso dal fatto che oggi ogni individuo ha a disposizione una moltitudine di riferimenti utilizzabili in modo autonomo. Di conseguenza l’insieme consolidato dei modi di pensare, di fare, di valutare – ciò che appunto chiamiamo cultura in senso antropologico - ha oggi una minore possibilità di essere condiviso e di essere istituzionalizzato.
Ciò contrasta con la società tradizionale i cui elementi caratteristici erano l'integrazione tra i diversi aspetti della vita e tra le diverse istituzioni e il processo di trasmissione dei valori e delle competenze necessarie per vivere bene.
Con l’avvento della post-modernità si attenua la sovrapposizione tra spazio, istituzioni e cultura. Risulta così più complessa e più difficile l’integrazione socio-culturale. Anzi risulta per molti versi impossibile trasferire l'esperienza da un ambito all'altro, da un'area all'altra dell'esperienza sociale. La realtà complessiva appare sfuggente e poco governabile: si pensi solo ad alcune caratteristiche della nostra odierna realtà, come la globalizzazione, le tecnologie telematiche, le biotecnologie.
Mentre lo spazio sociale è visibile, controllabile, governabile e trasmissibile, lo spazio estetico si caratterizza per la sua malleabilità, per la sua provvisorietà, per la sua instabilità. In un certo senso si può dire che nello spazio estetico tutto può accadere e nulla appare deciso o fatto una volta per sempre. Se ogni cosa può cambiare, sfuggire o scomparire, allora tutto appare provvisorio, instabile, manipolabile: la stessa vita è intesa e vissuta come una sorta di processo in continuo movimento, di bricolage componibile e ricomponibile, in base ai diversi punti di riferimento cui si ispirano i singoli individui o i gruppi. Ci si può richiamare di volta in volta ai valori universali o alle culture locali, senza una logica di sintesi.
Lo spazio estetico non ha confini, non ha un ordine, non ha un radicamento.
Forse la descrizione appena fatta, con l’affermazione dello spazio estetico sullo spazio sociale, può apparire troppo drastica. Tuttavia il rischio di essere in balìa dell’emotività è grande. Per alcuni – soprattutto per i giovani - vi è una sorta di “culto delle emozioni” attraverso la velocità, le sostanze, l’adrenalina a tutti i costi, come nel noto verso del cantautore Battisti: «guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire».
Così pure è grande il rischio di essere in balìa del linguaggio delle immagini. Il discorso tradizionale, fondato sul ragionamento, non gode di grande considerazione: l’emozione prevale sulla discussione e sulla dimostrazione. Come sanno bene i pubblicitari - e non solo -, una bella immagine fa assai più presa di tante parole. Ciò che conta è la sensazione, non il ragionamento, non l’approfondimento e neppure l’esperienza dell’adulto o l’autorevolezza di una istituzione.
2. Per ridare cittadinanza all’educazione
I pochi tratti di lettura dell’odierna complessità sono sufficienti per giustificare la domanda se sia ancora possibile l’opera educativa o se sia ancora attuabile la ‘trasmissione’ da una generazione all’altra del patrimonio vitale e culturale della società 9.
Nonostante i condizionamenti culturali e societari, è presente in molti la percezione del valore e dell’importanza dell’educazione, anche se a volte si tratta di una percezione oscura, che non arriva a consapevolezza avvertita, ma che consente comunque a molti genitori ed educatori di operare bene evitando scoraggiamenti e pessimismi.
2.1. La cura dell’ordine in una esperienza frantumata
Se le condizioni sociali sono sfavorevoli per l’opera educativa, a livello culturale ci si rende conto, sia pur con fatica, che è del tutto illusoria l’idea di uno sviluppo della persona - e della società - per semplice evoluzione. Cresce la presa di coscienza dell’insufficienza dello spontaneismo, della flessibilità adattiva, della semplice autorealizzazione.
È certamente vero che la paiedia è difficile da attuare in una società complessa e differenziata, ma è altrettanto vero che senza un rinnovato e forte impegno educativo diventerà difficile per tutti – in particolare per i giovani - trovare un senso e un significato alla vita. Non dimenticando, che, senza educazione, non é possibile un progetto di vita e non è possibile neppure una società libera e democratica.
Proprio le trasformazioni sociali e culturali che caratterizzano la nostra realtà esigono che alcune caratteristiche dell’antica ‘piazza’, come l’incontro tra le generazioni e la convergenza di interessi individuali e di valori collettivi, siano fatte valere anche nella postmodernità.
D’altronde non si deve trascurare il fatto che anche la cultura post-moderna continuamente compie atti di trasmissione culturale e di formazione del costume. Così avviene con i potenti e pervasivi mezzi della comunicazione sociale e con i loro non secondari inserti pubblicitari. La trasmissione di idee, di ‘valori’, di modelli culturali, con formazione di opinioni e di comportamenti, si attua attraverso questi strumenti, con modalità piuttosto sbrigative e invadenti (in parte per la natura degli stessi mezzi della comunicazione di massa, in parte per il loro utilizzo massiccio e acritico). Ma non si deve dimenticare che la famiglia, la scuola e l’università – l’esercito - continuano ad essere istituzioni importanti per la formazione non solo tecnica delle giovani generazioni.
In sostanza, si tratta di partire dalle dinamiche della realtà contemporanea per realizzare nuovi equilibri tra le istanze dello spazio estetico e quelle dello spazio socio-culturale, tra le esigenze individuali e quelle del contesto sociale. Se prendiamo coscienza che l’espressivismo soggettivistico conduce in un vicolo cieco, non dovrebbe essere difficile comprendere che occorre uscire da una situazione nella quale tutto appare disordinato, instabile, fluido.
2.2. La cura dei contesti di vita
È evidente che nel passato ogni soggetto si collocava in un ordine sociale preciso e strutturato e si confrontava con un quadro istituzionale regolativo e normativo. Oggi invece il soggetto si colloca in una realtà plurima, meno organizzata ed anche più confusa, e si confronta con diversi quadri valoriali e con livelli di regolazione relativamente deboli e parziali. Per cui oggi il soggetto non avverte l’esigenza di conformarsi ad un mondo sociale organizzato e moralmente definito.
Tuttavia il processo educativo non appare affatto superato. Anzi diventa più esigente e più impegnativo, dovendo fare i conti con una realtà sfuggente, certamente ricca di opportunità ma anche di rischi e di molta confusione.
Si tratta di attuare questo processo tenendo conto delle minori capacità delle istituzioni tradizionali di strutturare e normare la vita individuale, come pure dei più vasti margini di decisione autonoma.
Se, ad esempio, la famiglia odierna, alla presenza di modelli sociali diversificati e tra loro contraddittori, faticherà a costruire sintesi di senso, proprio la rielaborazione delle esperienze a livello familiare costituisce una guida sicura per non sprofondare nella confusione e nello spaesamento.
Le stesse considerazioni valgono, ad esempio, per il territorio. Il processo di ricomposizione dell'esperienza soggettiva continua ad attuarsi in riferimento al territorio, come filtro che seleziona le esperienze, come rete che ricompone interessi e identità e modella le appartenenze. Se si osserva la realtà con uno sguardo che va in profondità, ci si rende conto che le risorse essenziali per la vita sociale e per la quotidiana azione individuale continuano a venire offerte dalle strutture e dalle istituzioni cosiddette tradizionali, in un continuo confronto con i recenti processi della nuova socialità post-moderna.
Occorre dunque prestare la massima attenzione per disporre di criteri di riferimento che aiutino l'individuo a saper scegliere, diventando così autore della propria biografia in mezzo alle sollecitazioni dei diversi spazi e dei diversi paesaggi. Come scrive Natoli: “per trovare stabilità in questa deriva dobbiamo costituirci più mai come soggetti morali (…). Bisogna raccogliere e governare la propria esistenza. Divenire ‘ soggetto morale ’ vuol dire costituirsi come punto di resistenza a fronte della mobilità e delle perturbazioni dell’ambiente; ergersi a momento stabile di selezione/decisione” (p. 9).
Insomma, se oggi è grande la fatica di essere se stessi 10, diventa ancor più necessario fare appello a quei contesti di vita che sono riferimenti sicuri per orientare il cammino. Altrimenti la fatica sarà vana e inconcludente.
2.3. La cura della vita emotiva
Nello spazio estetico della realtà odierna, il ‘sentire’ è esaltato ma non esplorato nella sua estensione e nella sua portata. Diventa urgente superare il diffuso analfabetismo sentimentale con la cura della vita emotiva, propria e altrui, offrendo una grammatica dei sentimenti e un lessico per ‘nominarli’ in modo adeguato 11.
Senza questa cura da parte degli educatori e dei genitori, diventa contraddittoria la loro duplice richiesta ai ragazzi e ai giovani: quella di diventare abili nelle tecnologie (come garanzia di riuscita nella vita, per cui si investe in tempo e in soldi) e quella di dare prova di una maturità emotivo-affettiva, senza però garantire luoghi, modi e tempi per maturare, a differenza di quanto avviene per le competenze tecniche.
Il vissuto emotivo ha bisogno prima di tutto di essere ‘sentito’ e riconosciuto e poi ha bisogno di essere tradotto in ‘parole’, scoprendone il senso per la vita e valutando le scelte che si compiono in conseguenza di ciò che si prova. Questa educazione dei sentimenti è indispensabile per diventare più consapevoli di sé decifrando il caleidoscopio dei sentimenti che colorano l’esistenza e danno sapore alla vita. Ma è soprattutto indispensabile per i ragazzi e i giovani. Si tratta di offrire ai giovani la possibilità di coltivare la propria interiorità, di prendersi cura della propria anima. In questo modo si potrà contrastare l’estetismo dominante, costituito da un lato dall’eccesso di provocazioni emotive, generatrici di confusione interiore, e d’altro dalla selezione riduttiva delle emozioni da parte della società (perseguire il piacere e rifuggire ogni situazione dolorosa o spiacevole).
Senza un’educazione del cuore i giovani restano disorientati dai messaggi contraddittori, esposti ai brividi virtuali, incapaci di reggere le emozioni reali e di affrontare gli ostacoli quotidiani. Aiutare a distinguere il reale dall’immaginario, la quotidianità dalla fiction, è oggi uno dei passaggi necessari per accedere all’età adulta.
2.4. La cura dell’autorità
Per accedere alla vita adulta occorre la presenza dell’adulto e l’autorità dell’adulto.
Certamente tra le difficoltà odierne dell’educazione vi è il problema dell’offuscamento della figura dell’adulto, in particolare della figura del padre. La crisi del padre - in quanto figura che “sta all’origine” – provoca la crisi dell’ educazione.
Dagli inizi degli anni ’60 è ricorrente l’espressione ‘ società senza padre ’, probabilmente dovuta al titolo dell’opera di A. Mitscherlich, Verso una società senza padre 12. Ma se l’espressione è recente, la difficoltà di accettare la pertinenza della figura del padre segna tutta la cultura borghese, con evidenti influssi sul costume diffuso 13.
Occorrerà però attendere i più recenti processi sociali e culturali di democratizzazione-ugualitarismo e di prevalenza dei codici simbolici individualistici per arrivare a trasformare la crisi della figura paterna in assenza e, spesso, in totale rifiuto del padre anche a livello di costume: questo esito sarebbe appunto un tratto qualificante la realtà contemporanea, caratterizzata da quell’espressione ormai usuale di “società senza padri”.
L’esito è drastico, ma esprime bene l’ideale dell’epoca: quello dell’emancipazione nei confronti dell’autorità.
Vale la pena di insistere su questo l’aspetto in quanto è forse uno dei più problematici per la coscienza educativa contemporanea. Se oggi si è molto attenti alla dimensione intersoggettiva, scarsa è invece l’attenzione alla comprensione dell’interazione relazionale. In questo modo diventa difficile riconoscere l’esperienza fondamentale dell’autorità, educativamente ineludibile. L’importanza primaria del rapporto fiduciale di riconoscimento passa sempre attraverso l’autorità. Il riconoscimento, infatti, porta con sé questa esperienza fondamentale: nel concedere il riconoscimento si è necessariamente autorità; nell’accogliere il riconoscimento si è in ogni caso in un rapporto che comporta la condizione di asimmetria (genitore/figlio, docente/studente, superiore/inferiore).
L’esercizio della funzione d’autorità è infatti necessario nel gioco della libertà.
Conclusione
Se notevoli sono le difficoltà di educare, è certamente motivo di conforto e di fiducia riconoscere che oggi è in crescita la domanda di educazione. “Cresce, da più parti, la domanda di un’educazione autentica e la riscoperta del bisogno di educatori che siano davvero tali. Lo chiedono i genitori (…), tanti insegnanti (…), lo chiede la società nel suo complesso (…) perché vede messe in dubbio dalla crisi dell’educazione le basi stesse della convivenza”.
Ma se ciò è motivo di conforto è anche motivo di stimolo per contribuire a far uscire la società in cui viviamo dalla crisi educativa che la affligge, mettendo un argine a quella sfiducia che sembra diventata una caratteristica della nostra civiltà.
† Mons. Gianni Ambrosio,
Vescovo Piacenza-Bobbio
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