Intervento-intervista di Valerio Zanone
La prendo alla lontana: dopo la scomparsa del PLI c’è stata un’inflazione dell’aggettivo liberale nella nostra classe dirigente, che sembra tuttavia averne adottato solo la definizione e non anche le politiche, tanto che quella del “liberalismo” sembra una nuova politically correctness. Pensa che questo novo “consenso liberale” faccia più bene o male alla causa del liberalismo?
In sé la divulgazione, e persino la banalizzazione, del termine liberale non è negativa: vale quanto meno a certificare la caduta delle ideologie rigide e totalizzanti che hanno funestato il Novecento. Naturalmente ogni inflazione deprezza il valore di riferimento, ed anche l’inflazione del termine liberale ha finito per deprezzarne i tratti più distintivi. Servono politiche liberali che arrivino a selezionare anziché confondere. Ma come vedremo appresso, non c’è da illudersi che in Italia praticarle sia oggi più facile rispetto al passato. Non lo è, prima che in senso politico, in senso culturale; e prima che in senso culturale, in senso esistenziale. Essere liberale sul serio, non è una scelta di partito, è una scelta di vita.
Si sottolinea spesso che quella liberale è una tradizione vasta e frastagliata, un “modus cogitandi” o un “prepartito” secondo la formula crociana, che in quanto tale non può essere appannaggio di un solo partito ma “comune sentire”. Pensa che oggi sia ancora questo il ruolo del liberalismo in Italia o che possa invece dettare l’agenda politica di un governo?
La formula crociana del prepartito era magistrale in tempi di libertà negata e poi di democrazia statu nascenti. Oggi non serve più perché “pesca troppo”: il mercato, la democrazia, i diritti individuali di base sono fuori discussione almeno in Europa. Servono oggi (ritorno alla prima risposta) politiche liberali che affrontino l’agenda delle scelte selettive. Se dovessi scriverla io, comincerei per l’Italia da quattro questioni complessive: i diritti civili; l’unione politica europea; l’apertura dei mercati; il funzionamento della democrazia.
Venendo al Partito Democratico: che ruolo pensa vi potrà giocare la cultura liberale? Sarà solo uno dei riferimenti ideali di cui si compone un partito “aperto” (assieme alla componente socialista, ambientalista e cattolica) o avrà un ruolo e una preminenza diversa?
Ci ho provato prima nella direzione di “Democrazia è Libertà” (La Margherita) a partire dal 2001; poi nel partito democratico. Sarei insincero se mi fingessi soddisfatto dei risultati. Lasciamo perdere i “riferimenti ideali” che vanno bene solo per i prologhi in cielo. I liberali nel partito democratico hanno due tentativi praticabili: tentare di organizzarsi in una delle correnti che vanno proliferando nel partito sotto l’insegna delle “fondazioni”; oppure tentare di imprimere un profilo liberale all’identità del partito, che è tuttora in gran parte indefinibile. Sono per la seconda soluzione; ma occorre che nuovi soggetti ci provino, e riescano dove io non sono riuscito.
Michele Salvati, in un libello pubblicato lo scorso novembre citando indirettamente Gobetti, ha parlato di “Partito Democratico per la Rivoluzione Liberale”. Anche lei guarda al liberalismo come grande rivoluzione incompiuta della storia italiana?
Penso che nella storia italiana il liberalismo abbia avuto nei momenti migliori una tensione rivoluzionaria, e debba averla in futuro. Penso anche che ogni rivoluzione, se vuole essere liberale, debba essere sempre incompiuta.
Passiamo all’argomento centrale della tesi, il Welfare State. L’invecchiamento della popolazione, il rallentamento dell’economia e la concorrenza sui mercati internazionali sottopongono il modello europeo dello stato sociale a delle pressioni che ne rivelano i profili di non sostenibilità e spesso anche iniquità sociale. In quale direzione dovrebbe muoversi una moderna liberaldemocrazia per riformare i propri schemi di solidarietà?
Il welfarismo nella Gran Bretagna della prima metà del novecento è nato liberale. Per tornare ad esserlo dovrebbe distendere sull’arena sociale non solo la rete di protezione per tutti, ma anche più corde per chi ha voglia di arrampicarsi. Nel resto d’Europa l’idea del nuovo Welfare è filtrata prima che in Italia, basta guardare le tabelle dell’ormai dimenticata agenda di Lisbona.
Nel nostro paese un serio welfarismo all’italiana ha avuto corso nel primo ventennio del 900 con i giovani giolittiani. Il fascismo ha rivestito lo Stato sociale con uniformi servili e lo ha inquadrato in sfilate tragicomiche. La repubblica ha investito nella spesa sociale molto, anche qui basta dare uno sguardo alla ripartizione dei bilanci dello Stato fra la prima e la seconda metà del novecento. Ma il carico è stato addossato tutto alle generazioni future.
L’Italia del terzo millennio è popolata da pensionati troppo giovani che vivacchiano con pensioni da fame. La qualità dei servizi sociali è iniquamente sperequata, a parità di costo, dal nord al sud. Il sistema di formazione non offre ai giovani (nuovamente con inique sperequazioni fra nord e sud) le corde giuste per salire. Negli ultimi anni la sola agenzia efficace di redistribuzione dei redditi è rimasta, sempre di più, la famiglia. Il sistema fiscale si accanisce sui redditi da lavoro dipendente, il principale cespite che non puo’ sfuggire al prelievo.
Alcuni dei malfunzionamenti suddetti, non tutti, erano oggetto di revisione nel programma del governo Prodi, che peraltro è stato bloccato dagli spiriti di negazione della sinistra antagonista ed è stramazzato prima di arrivare a metà del percorso. Del nuovo governo è presto per parlare con cognizione di fatto, anche se forse è già tardi per coltivare illusioni.
Il primo capitolo della tesi analizza i diversi sistemi di welfare state europeo evidenziando la principale dicotomia fra modello nordico-universalistico, che propone assistenza omogenea a tutti indipendentemente dalla capacità contributiva e dalla partecipazione lavorativa (si pensi al piano Beveridge degli anni ‘50 e al welfare svedese), e modello occupazionale-continentale, che invece lega le prestazioni sociali al lavoro e all’effettiva partecipazione o ai tentativi di partecipazione (workfare) del lavoratore. Qual è tra i due (o al di fuori di questi) per un liberale nel Partito democratico il modello di riferimento?
Leggerò con interesse la Sua tesi. La carta dei diritti dell’unione europea dedica molto spazio (troppo, per i suoi critici) al riconoscimento dei diritti sociali fondamentali che devono valere per tutti i cittadini dell’Unione. Un modello più articolato migliora le flessibilità del sistema, ma si presta anche a protezioni privilegiate e alla corrispettiva penalizzazione di gruppi e individui esclusi. Penso che lo Stato sociale debba badare in primo luogo ai più svantaggiati; e poi procedere evitando effetti di livellamento. Per rispondere alla Sua domanda: quando si pongono a confronto due modelli alternativi, ciò generalmente serve per definire un terzo modello che utilizzi gli elementi più utili di entrambi.
Veniamo ad un altro tema caro ai liberali e alla sinistra democratica italiana: l’Unione Europea. La recente bocciatura del Trattato di Lisbona da parte degli irlandesi segue quella della Costituzione ad opera di francesi e olandesi. Si può minimizzare, imputando lo scarso attaccamento europeista alla congiuntura economica sfavorevole, o l’Unione Europea va ripensata su nuove basi? E nel caso le ambizioni, pur fragili, espresse a Lisbona vanno nella direzione giusta?
La crisi della costruzione europea precorre il trattato di Lisbona. Anzi quel trattato ne è già in sé l‘espressione, per ciò che ha escluso: esclusi i simboli, perché “simbolo” significa il segno che unisce, e dunque si sono esclusi i simboli per escludere l’unione; escluso ogni richiamo alla costituzione europea, perché la costituzione è la carta di cittadinanza, e dunque si esclude la forma costituzionale per escludere la cittadinanza comune.
Malgrado tutto ciò il trattato, derubricato da trattato costituzionale in trattato di riforma, restava comunque un altro passaggio nella corsa ad ostacoli, un punto di ripartenza per riattivare il processo costituente. L’inciampo in Irlanda ferma un’altra volta il percorso. Esultano gli antieuropei, che deprecano l’assenza dell’Europa dalle decisioni da ci essi stessi la escludono; e dichiarano inesistente il demos europeo cui essi stessi negano cittadinanza.
Dove sta allora il cuore del problema? Si può trovarlo nelle “idee per l’Europa” raccolte con un questionario nel congresso dell’Aja del Movimento Europeo. Fra le venti idee politiche selezionate, la più votata diceva “più interazione fra l’unione europea ed i suoi cittadini”.
Da parti politiche diverse matura la convinzione che dalla crisi europea si esce solo con l’apertura di una terza fase storica. La prima fase si aprì sulle macerie della guerra, nella visione pacificatrice degli alti ideal impersonati dai padri dell’europeismo attivo. La seconda fase si è sviluppata per mezzo secolo seguendo l’approccio funzionalistico e si è consolidata con l’unione monetaria. La terza fase non può che essere direttamente politica: la devoluzione di sovranità dagli stati nazionali ale istituzioni, regole, diritti e garanzie della democrazia deliberativa. Se l’unione non sviluppa l’interazione con i suoi cittadini continuerà ad inciampare ad ogni consultazione diretta.
Dunque le risposte d’obbligo all’esito negativo del referendum irlandese (non fermarsi, procedere nelle ratifiche) non arrivano al cuore del problema, che riguarda la devoluzione di sovranità. In regime di democrazia ogni devoluzione di sovranità deve essere legittimata dal consenso popolare. Se nell’Europa allargata a 27 il consenso è bloccato da resistenze nazionali o locali, la costruzione dell’unione politica po’ procedere soltanto a marce differenziate. L’unione può essere fatta soltanto da quelli che la vogliono.
Sempre a proposito dell’Unione Europea, pensa sia ipotizzabile, come sostiene tra gli altri Maurizio Ferrera un welfare state europeo: un European security net, che omogeneizzi standard minimi di prestazione sociale a livello comunitario? O pensa che siano altre le funzioni dell’Unione europea?
Le dimensioni del bilancio comunitario sono del tutto insufficienti a finanziare un welfare state europeo. Le prestazioni sociali resteranno anche per il futuro affidate essenzialmente ai governi nazionali, e articolate sulla scala della sussidiarietà verso il basso. Ma il corpus dei diritti riconosciuti nella Carta costituirebbe, se attuato, una rete di sicurezza sociale su scala europea.
23.6.07
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