da Il Sole 24 Ore del 31 gennaio 2008, pag. 1
di Alberto Alesina
Le primarie ci stanno rivelando aspetti straordinariamente interessanti della società americana di oggi e l'immagine che ne esce è nel complesso positiva. Cominciamo dall'ovvio: i democratici sembrano disposti a scegliere un candidato nero, afroamericano come si dice ora. La novità non è da poco: ci volle il " Voting Right Act" del non così lontano 1967 per garantire un effettivo diritto di voto alla minoranza nera in molti Stati del Sud (e prima di autocongratularci con i soliti complessi di superiorità europei nei confronti dell'America «razzista», chiediamoci fra quanti decenni sarà immaginabile un primo ministro non bianco in un Paese europeo).
È importante una distinzione: Barack Obama vuoi essere un candidato democratico che, guarda caso, è afroamericano, non il candidato degli afroamericani, come era per esempio il mediocre ed estremista Jesse Jackson. Sono due cose completamente diverse. Il primo non usa la carta razziale e ha una possibilità di vincere perché si presenta come il candidato di tutti, il secondo no, perché va ben poco al di là di una solida maggioranza del voto degli afroamericani. Ed è proprio per questo che Hillary Clinton e il marito Bill, in modi anche un po' discutibili, hanno cercato di spostare Obama dalla prima casella alla seconda. Questo uso spregiudicato della carta razziale da parte dei Clinton nella Carolina del Sud non ha funzionato, infatti Obama ha vinto un rispettabile 25% del voto dei bianchi (oltre all'80% del voto dei neri), ma la mossa dei Clinton sarà strategicamente redditizia in altri Stati, anche se un po' antipatica e disdicevole.
La seconda osservazione riguarda il fallimento di John Edwards, che ieri ha annunciato ufficialmente il ritiro dalla corsa. Questo candidato ha predicato un unico messaggio: prendere ai ricchi per dare ai poveri. Ha parlato con sdegno populista dell'America delle corporations (in generale «cattive»), ripetendo la visione delle due Americhe, quella dei ricchi (i cattivi) e quella dei poveri (i buoni). In un Paese in cui la disuguaglianza è aumentata negli ultimi tre decenni (ed era già più alta che in Europa), ci si poteva aspettare che Edwards fosse ascoltato con grande interesse, almeno dai meno ricchi che votano per i democratici.
Invece è naufragato perfino nella natìa (e povera) Carolina del Sud e tra gli elettori che dovrebbero essere particolarmente sensibili al suo messaggio. Questo dimostra che gli americani - tutti, non solo i ricchi e non solo i repubblicani - sono avversi a redistribuzioni del reddito drastiche e accettano il sistema di welfare "leggero" degli Stati Uniti. Gli americani (anche i meno ricchi) pensano di poter risalire la scala della disuguaglianza sociale con le proprie forze, senza un eccessivo bisogno di aiuti pubblici. In Europa la disuguaglianza sociale invece è vista come un male che solo un pesante intervento pubblico può risolvere, perché la mobilità tra scaglioni di reddito è bassa. Insomma, un candidato come Edwards in un Paese europeo che avesse sperimentato l'aumento della disuguaglianza avvenuto negli Stati Uniti avrebbe stravinto. E non perché i poveri in America non votano: a queste primarie sta partecipando un numero di elettori inaspettatamente alto, ben più del normale. Tra l'altro, l'elevata partecipazione dimostra che gli americani non sono strutturalmente apatici nei confronti della partecipazione politica, un altro luogo comune molto diffuso in Europa.
La parola che si sente ripetere di più in queste primarie è cambiamento, change. L'insoddisfazione è evidente. Hillary si "vende" come il candidato esperto, che sa manovrare le leve della politica per realizzare questo cambiamento, aiutata dal marito. Obama come il grande idealista: con un messaggio un po' generico, certo, ma da outsider della politica
che galvanizza le masse. Certo, Hillary è sicuramente molto più esperta di Obama, ma è veramente l'esperienza la qualità essenziale per il prossimo presidente degli Stati Uniti? Tutto sommato, un presidente si può attorniare di consiglieri efficaci, e Obama lo sta facendo. Ronald Reagan predicava un messaggio molto generale, un'ideologia di massima, affidando tutti i "dettagli" al suo staff, e fu un grande presidente che arrestò il declino americano. Jimmy Carter (sicuramente una persona intelligente, esperta e altruista) delegava poco e fu un pessimo pre-sidente. Forse oggi agli Stati Uniti serve un volto nuovo, che proietti una immagine diversa, che serva anche a ricucire gli strappi con Paesi un tempo amici e ora scettici sull'America. Forse un presidente afroamericano riuscirebbe a migliorare la situazione critica della minoranza nera, afflitta datassi di povertà e di crimine ancora troppo elevati. Obama è anche molto popolare fra i giovani e il loro entusiasmo e ritorno alla politica potrebbe giovare.
Mentre si parla sempre di esperienza, un aspetto rimasto in sordina è se Obama sia molto più a sinistra di Clinton. Apparentemente sì, ma è difficile dirlo, perché Obama ha un "record" di voti al Senato relativamente breve; anche se ha votato spesso "a sinistra", potrebbe sicuramente aggiustare le sue politiche in direzione centrista e infatti sta cercando di dare questo messaggio. È credibile?
In conclusione, se io fossi un elettore democratico, sceglierei Obama nella speranza che una sincera vocazione centrista insieme a questa immagine di cambiamento galvanizzi un'America che ha bisogno di una spinta. Ma, se dovessi scommettere, sceglierei Hillary Clinton. Al momento sembra più probabile che il prossimo presidente possa essere John McCain o Hillary, anche se molto può ancora succedere in queste straordinarie primarie. Ma una cosa è certa: sia McCain sia Clinton sono sicuramente all'altezza del compito difficile che li aspetterebbe come presidente degli Stati Uniti.
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