sabato 2 febbraio 2008

Quel valore vincente della mobilità sociale

da Il Sole 24 Ore del 31 gennaio 2008, pag. 1

di Alberto Alesina




Le primarie ci stanno rive­lando aspetti straordina­riamente interessanti del­la società americana di oggi e l'immagine che ne esce è nel complesso positiva. Comincia­mo dall'ovvio: i democratici sembrano disposti a scegliere un candidato nero, afroamerica­no come si dice ora. La novità non è da poco: ci volle il " Voting Right Act" del non così lontano 1967 per garantire un effettivo diritto di voto alla minoranza ne­ra in molti Stati del Sud (e prima di autocongratularci con i soliti complessi di superiorità euro­pei nei confronti dell'America «razzista», chiediamoci fra quanti decenni sarà immagina­bile un primo ministro non bian­co in un Paese europeo).



È importante una distinzione: Barack Obama vuoi essere un candidato democratico che, guarda caso, è afroamericano, non il candidato degli afroameri­cani, come era per esempio il mediocre ed estremista Jesse Jackson. Sono due cose completa­mente diverse. Il primo non usa la carta razziale e ha una possibilità di vincere perché si presenta come il candidato di tutti, il se­condo no, perché va ben poco al di là di una solida maggioranza del voto degli afroamericani. Ed è proprio per questo che Hillary Clinton e il marito Bill, in modi anche un po' discutibili, hanno cercato di spostare Obama dalla prima casella alla seconda. Que­sto uso spregiudicato della carta razziale da parte dei Clinton nel­la Carolina del Sud non ha fun­zionato, infatti Obama ha vinto un rispettabile 25% del voto dei bianchi (oltre all'80% del voto dei neri), ma la mossa dei Clin­ton sarà strategicamente redditi­zia in altri Stati, anche se un po' antipatica e disdicevole.



La seconda osservazione ri­guarda il fallimento di John Edwards, che ieri ha annunciato ufficialmente il ritiro dalla corsa. Questo candidato ha predicato un unico messaggio: prendere ai ricchi per dare ai poveri. Ha parlato con sdegno populista dell'America delle corporations (in generale «cattive»), ri­petendo la visione delle due Americhe, quella dei ricchi (i cattivi) e quella dei poveri (i buoni). In un Paese in cui la disu­guaglianza è aumentata negli ul­timi tre decenni (ed era già più alta che in Europa), ci si poteva aspettare che Edwards fosse ascoltato con grande interesse, almeno dai meno ricchi che vo­tano per i democratici.



Invece è naufragato perfino nella natìa (e povera) Carolina del Sud e tra gli elettori che dovrebbero essere particolarmente sensibili al suo messag­gio. Questo dimostra che gli americani - tutti, non solo i ric­chi e non solo i repubblicani - sono avversi a redistribuzioni del reddito drastiche e accetta­no il sistema di welfare "legge­ro" degli Stati Uniti. Gli ameri­cani (anche i meno ricchi) pen­sano di poter risalire la scala della disuguaglianza sociale con le proprie forze, senza un eccessivo bisogno di aiuti pub­blici. In Europa la disugua­glianza sociale invece è vista come un male che solo un pe­sante intervento pubblico può risolvere, perché la mobilità tra scaglioni di reddito è bassa. Insomma, un candidato come Edwards in un Paese europeo che avesse sperimentato l'au­mento della disuguaglianza av­venuto negli Stati Uniti avreb­be stravinto. E non perché i po­veri in America non votano: a queste primarie sta partecipando un numero di elettori inaspettatamente alto, ben più del normale. Tra l'altro, l'eleva­ta partecipazione dimostra che gli americani non sono strutturalmente apatici nei confronti della partecipazio­ne politica, un altro luogo comune molto diffuso in Europa.



La parola che si sente ripete­re di più in queste primarie è cambiamento, change. L'insoddisfazione è evidente. Hillary si "vende" come il candidato esperto, che sa manovrare le le­ve della politica per realizzare questo cambiamento, aiutata dal marito. Obama come il grande idealista: con un mes­saggio un po' generico, certo, ma da outsider della politica

che galvanizza le masse. Cer­to, Hillary è sicuramente mol­to più esperta di Obama, ma è veramente l'esperienza la qualità essenziale per il prossimo presidente degli Stati Uniti? Tutto sommato, un presiden­te si può attorniare di consi­glieri efficaci, e Obama lo sta facendo. Ronald Reagan predi­cava un messaggio molto gene­rale, un'ideologia di massima, affidando tutti i "dettagli" al suo staff, e fu un grande presi­dente che arrestò il declino americano. Jimmy Carter (sicuramente una persona intelli­gente, esperta e altruista) dele­gava poco e fu un pessimo pre-sidente. Forse oggi agli Stati Uniti serve un volto nuovo, che proietti una immagine di­versa, che serva anche a ricuci­re gli strappi con Paesi un tempo amici e ora scettici sull'America. Forse un presi­dente afroamericano riusci­rebbe a migliorare la situazio­ne critica della minoranza ne­ra, afflitta datassi di povertà e di crimine ancora troppo ele­vati. Obama è anche molto popolare fra i giovani e il loro en­tusiasmo e ritorno alla politica potrebbe giovare.



Mentre si parla sempre di esperienza, un aspetto rima­sto in sordina è se Obama sia molto più a sinistra di Clinton. Apparentemente sì, ma è diffi­cile dirlo, perché Obama ha un "record" di voti al Senato rela­tivamente breve; anche se ha votato spesso "a sinistra", po­trebbe sicuramente aggiusta­re le sue politiche in direzione centrista e infatti sta cercando di dare questo messaggio. È credibile?


In conclusione, se io fossi un elettore democratico, sce­glierei Obama nella speranza che una sincera vocazione centrista insieme a questa im­magine di cambiamento gal­vanizzi un'America che ha bi­sogno di una spinta. Ma, se do­vessi scommettere, sceglierei Hillary Clinton. Al momento sembra più probabile che il prossimo presidente possa es­sere John McCain o Hillary, anche se molto può ancora succedere in queste straordi­narie primarie. Ma una cosa è certa: sia McCain sia Clinton sono sicuramente all'altezza del compito difficile che li aspetterebbe come presiden­te degli Stati Uniti.

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