da La Stampa del 20 dicembre 2007, pag. 1
di Luigi La Spina
Il titolo principale della Stampa di qualche giorno fa parlava, a proposito di treni, di due Italie. Se guardiamo alle condizioni di vita nel nostro Paese anche per altri aspetti, però, l’impressione è che a quel titolo dovrebbe essere applicato un robusto moltiplicatore. Quante sono le Italie della sanità, dell’ordine pubblico, dell’istruzione, dell’assistenza, dell’immigrazione, della raccolta dei rifiuti? Forse, stiamo davvero diventando «una nazione a coriandoli».
I motivi di questo progressivo ma, negli ultimi tempi, accentuato sbriciolamento italiano sono molteplici e partono da grandi disparità storiche fra le nostre regioni in campo politico, amministrativo, economico-sociale, culturale. È innegabile, però, che queste differenze, invece di attenuarsi, tendono negli anni ad aggravarsi, non solo nel più marcato dualismo Nord-Sud, ma anche all’interno delle grandi aree regionali del Paese. Dobbiamo concludere, perciò, che sta fallendo il fondamentale compito dello Stato, quello di esercitare una funzione di equilibrio e di regolazione dello sviluppo nazionale.
Non è certo il povero Bossi il colpevole. Se addossassimo al leader della «Lega» una simile responsabilità, dovremmo attribuirgli facoltà miracolistiche o luciferine, a seconda dei punti di vista. La scomposizione italiana, invece, è il risultato di un altro squilibrio, quello tra il potere centrale, del governo nazionale, e quello dei poteri locali, essenzialmente quello dei sindaci e dei presidenti di Regione. Da circa 15 anni il primo è sempre più debole, il secondo sempre più forte.
Poiché è d’attualità parlare di legge elettorale, partiamo pure da qui per analizzare questa contrastante tendenza. Anche se non dobbiamo cadere nell’errore di credere che il motivo del fenomeno sia solo il sistema con cui vengono votati sindaci e presidenti di Regione. Certo, l’elezione diretta, la facoltà di scioglimento del Consiglio e le altre prerogative connesse alla loro funzione donano a loro, immediatamente, un potere notevole. L’effetto sulla stabilità dei governi e sulla chiara verificabilità del loro operato, da parte dei cittadini, comunque, è sicuro. Ma non basta a giustificare una indicativa tendenza che, con poche eccezioni, assegna di solito ai sindaci e ai presidenti delle Regioni un secondo mandato. Testimonianza evidente del riconoscimento di una notevole efficacia del loro potere.
Lampante diventa il contrasto, a questo proposito, con una consuetudine nazionale che, ormai, sembra diventata la regola: il voto per il Parlamento punisce sempre lo schieramento che ha sostenuto il governo uscente. Come mai l’insoddisfazione degli elettori si scarica contro chi occupa il potere a Roma e quasi mai contro chi lo esercita nelle città o nelle Regioni? Possibile che l’antipolitica, l’odio per «la casta», la protesta qualunquistica risparmi quasi sempre le autorità locali e regionali, alle quali, anche nei rari casi di mancata rielezione, viene riconosciuto rispetto e onore?
L’impotenza, l’affanno decisionale, l’incapacità di offrire un obiettivo unificante dell’autorità nazionale sono ormai manifesti. Sul piano economico, la discrezionalità delle scelte, a parte la propaganda partitica, è assai limitata: l’Europa costringe i bilanci nazionali su binari abbastanza obbligati e in più, per l’Italia, il nostro debito pubblico e la struttura della nostra spesa statale costituiscono vincoli fortemente condizionanti.
Poche parole, perché perfino troppe sono state sprecate, per il nostro sistema politico. Legge elettorale a parte, persino maggioranze amplissime non hanno garantito efficacia e coerenza decisionale. Basterebbe questa osservazione per non illudersi sulla soluzione taumaturgica di nuove regole di voto. Ma l’incapacità e la debolezza del potere centrale si manifestano anche, e forse soprattutto, fuori dal circuito della politica. Quando il governo, qualsiasi governo, si confronta con i grandi e piccoli altri poteri italiani. Non solo nel rapporto con la magistratura, con cui l’atteggiamento oscilla solo tra il lamento rancoroso e la subordinazione intimorita. Ma con tutte le corporazioni, gli interessi minimamente organizzati, le pressioni da qualsiasi parte possano arrivare. Al di là degli errori di comportamento e delle leggerezze sul piano della procedura è sintomo illuminante di questa situazione come un governo, a ragione o a torto, non riesca nemmeno a sostituire un comandante della Finanza o un consigliere di amministrazione Rai.
Ecco perché città e Regioni italiane sembrano sapersi e potersi scegliere il loro destino, in un «fai da te» decisionale che accentua i contrasti nelle condizioni di vita degli italiani. Un destino che riguarda anche i loro amministratori locali, baciati dal successo finché siedono in quelle poltrone, ma molto in difficoltà quando tendono a ripeterlo in sede nazionale. Naturalmente, con tanti auguri a Walter Veltroni e tanti futuri auguri al suo compagno di rima, Roberto Formigoni.
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