giovedì 27 dicembre 2007

Nella bonaccia di Natale emerge la debolezza dei leader

da Il Sole 24 Ore del 20 dicembre 2007, pag. 14

di Stefano Folli




Forse ha ragione Fausto Bertinotti quan­do afferma che oggi ci si deve rifugiare «nell'ottimismo della disperazione». Così, parafrasando Gramsci, il presidente della Camera coglie una verità: siamo ormai arrivati al punto di stallo del sistema politi­co. E gli aeroplani, quando vanno in stallo non volano più: figurarsi i partiti.



A ben vedere, la vicenda nazionale, in que­sta fine anno, è piuttosto disperante. Il gover­no riuscirà ad approvare la legge finanziaria e il «pacchetto Welfare », ma solo attraverso una serie di voti di fiducia. Nel frattempo si deve rifare il decreto sulla sicurezza, lascia­to decadere dopo i noti errori. L'impressio­ne è di un esecutivo costretto all'ordinaria amministrazione in condizioni di crescente affanno. Inattesa non solo della fatidica «ve­rifica» di gennaio, ma soprattutto che qual­cosa si muova sul terreno dei rapporti politi­ci. Perché la bonaccia di Natale mette in luce in modo impietoso i limiti oggettivi dell'ese­cutivo. Pur con un'eccezione che va segnala­ta e che riguarda le maggiori entrate fiscali e i risultati resi noti della lotta all'evasione e all'elusione fiscale. Del che va dato atto a Via XX Settembre. Poi c'è la stasi della politica. In apparenza è tutto un cantiere effervescente: nuovi par­titi, grandi conflitti, il senso che qualcosa si muove. Ma è davvero così? Le difficoltà di Veltroni sono evidenti e ieri Riccardo Barenghi, sulla "Stampa", ha usato un'immagine ef­ficace: la sensazione è che «Veltroni si sia lasciato prendere la mano dal nuovo se stes­so». Cioè dal leader votato e incoronato nel­le "primarie", in grado di decidere e coman­dare. Viceversa i voti raccolti nei "gazebo" non bastano a creare dal nulla uno statista capace di superare di slancio le infinite in­gessature del sistema italiano.



In altri termini, il tasso "mediatico" della politica italiana continua a essere intollera­bile, inversamente proporzionale alla con­cretezza di cui ci sarebbe urgente bisogno. Ieri, ad esempio, il sindaco di Roma ha detto una frase di buon senso a proposito dell'ec­cesso di burocrazia («l'Italia ha il demone del non fare... si guarda con sospetto chi inve­ce fa»). Ma questa adesione alla «cultura del fare» non rappresenta di per sé un messag­gio positivo all'opinione pubblica. Perché mette ancora di più in luce che la politica è impotente, prigioniera delle buone intenzio­ni prive di risvolti pratici. Spezzare la gabbia è difficile e finora non si vedono i segni della svolta. Lo stesso Ber­lusconi si muove (e certo non da oggi) sul terreno mediatico, di cui è un notevole in­terprete. In fondo, il Partito della Libertà as­somiglia fin troppo al Partito Democratico. Belle sigle, ma finora poco altro. I due, per essere credibili, dovrebbero avere la volon­tà e la forza politica per stringere intese da far valere in Parlamento senza dilazioni. Sulla legge elettorale, certo, ma anche su molto altro. Tuttavia questo scenario, tale da configurare una sorta di Grande Coali­zione non ufficiale, è del tutto irrealistico.
Veltroni, nonostante i voti delle "prima­rie", deve ancora dimostrare di non avere le mani legate sia nel Pd sia nel centrosinistra. E Berlusconi deve probabilmente rendersi conto che i "gazebo" non bastano nemmeno a lui. È dubbio infatti che la resa dei conti con Fini e Casini sia utile alle fortune del cen­trodestra. Se davvero gli alleati erano una spina nel fianco, sarebbe stato meglio che Berlusconi avesse fatto piazza pulita dopo il primo dei suoi cinque anni di governo. Ades­so è tutto meno credibile. Più un teatro per i media che un servizio al Paese.

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