da La Repubblica del 8 ottobre 2007, pag. 1
di Marc Lazar
Ancora una volta, un'ondata di denuncia, di rigetto e di contestazione della politica si abbatte sull'Italia. Denuncia? Lo attesta il grande successo del libro di Sergio Rizzo e GianAntonio Stella, che descrive in dettaglio i tanti privilegi di cui godono i membri della «casta». Rigetto? Basta guardare i record di impopolarità del governo e l'aumento della sfiducia, registrata dai sondaggi, nei confronti della maggior parte delle istituzioni e dei responsabili politici. La contestazione? In questo momento, a farsene portavoce è Beppe Grillo, che scrive così una nuova pagina, derisoria e parodistica, della tradizione italiana di opposizione sistematica al potere in carica. Grillo suscita l'adesione di molti italiani, principalmente di sinistra, come diversi sondaggi d'opinione hanno dimostrato, che aspirano a un grande repulisti. È nella natura stessa della democrazia alimentare in permanenza un rancore contro se stessa, in particolare da parte di quelli che sono convinti che i principi di uguaglianza e rappresentanza a cui essa fa riferimento non vengono veramente applicati. Nel caso italiano, tuttavia, l'osservatore straniero rimane un po' sconcertato dalla virulenza e dall'asprezza dell'attuale passione antipolitica. E si interroga: la democrazia italiana è dunque da mettere alla gogna nella sua interezza? La sua esistenza è minacciata?
Non è la prima volta che interrogativi simili giungono all'ordine del giorno. Fin dall'epoca dell'Unità, l'Italia sperimenta ondate di antipolitica e di populismo. Nella sua storia recente, almeno tre episodi, di differente natura, lo testimoniano. Negli anni dell'immediato dopoguerra, il movimento dell'Uomo qualunque fustigava la democrazia, lo Stato e la sua fiscalità.
Negli anni 60-70, le critiche virulente, di opposto contenuto, dell'estrema sinistra e dell'estrema destra contro «il sistema» precipitarono in una violenza protratta e intensa. All'inizio degli anni 90, la partitocrazia della Prima Repubblica fu travolta da un vero e proprio terremoto di cui approfitterà Silvio Berlusconi per imporsi come attore politico ammiccante all'antipolitica.
La ricorrenza di queste accessi di febbre si spiega attraverso tre fattori principali: la scarsa efficacia del potere esecutivo, le accuse permanenti e reciproche che si scagliano contro maggioranza e opposizione riguardo alla rispettiva affidabilità democratica, i rapporti tesi e distanti intrecciatisi da lungo tempo fra le élites e il popolo. Tratti strutturali della politica italiana che fanno sentire il loro peso anche oggi. Altri elementi vi si aggiungono a esacerbare il malessere. Le ripetute alternanze al potere, dal 1994 in poi, hanno approfondito le fratture del Paese intorno ai due poli di centrodestra e di centrosinistra, fermamente accampati sulle loro posizioni. I governi successivi non hanno realizzato le riforme tanto attese, in particolare per le istituzioni e per la legge elettorale. La classe politica è frammentata fino all'estremo, ossificata, oligarchica e gerontocratica. E, infine, Romano Prodi ha deluso. I suoi elettori volevano essere associati alle decisioni, speravano che la pagina berlusconiana venisse girata in fretta e si aspettavano di veder soffiare sul Paese un vento riformatore. Ahimè! Il pletorico esecutivo è stato subito messo sotto chiave dai partiti, la sua strategia manca di incisività, il suo progetto è nebuloso, la sua maggioranza fragile, profondamente divisa, sempre sull'orlo della crisi di nervi, l'integrità di alcuni dei suoi membri sospetta, la sua competenza non sempre entusiasmante, la sua capacità di comunicazione disastrosa.
Andando a scavare più a fondo, la crisi attuale è anche il risultato dell'avvento della democrazia d'opinione, che da oltre un decennio sta mettendo sottosopra l'Italia con più vigore che altrove. I suoi tratti distintivi sono il declino dei partiti tradizionali, il ruolo centrale della televisione e dei media, la personalizzazione più accentuata della vita politica, l'emergere di leader che giocano soprattutto sulla seduzione. Quando questi ultimi ricorrono a formule semplicistiche per abbordare questioni complesse, si danno da fare per aggirare i circuiti deliberativi, propugnano la democrazia diretta o pretendono di incarnare il popolo, stanno alimentando, più o meno consapevolmente, l'antipolitica.
L'ora, dunque, è difficile, e nessuno potrebbe contestarlo. Questo vuoi dire, come suggeriscono tanti commentatori, che la democrazia è in pericolo? A dire il vero, tutto è sospeso. Per reagire alla democrazia d'opinione, la democrazia rappresentativa si è sforzata di rinnovarsi, cosa tanto più vale la pena di segnalare dal momento che gli italiani non sempre se ne rendono conto. I presidenti della Repubblica, ieri Ciampi e oggi Napolitano, temperano gli ardori, ricordano le regole del gioco, celebrano le virtù della Costituzione. Da parte sua, l'esecutivo non rimanere inerte. Anzi, malgrado le profonde lacerazioni della sua maggioranza parlamentare e l'ostilità di una gran parte dell'opinione pubblica, si impegna per risanare le finanze pubbliche, intraprendere liberalizzazioni, aiutare i più deboli, riposizionare il Paese nel gioco diplomatico. Ciò non significa che la sua azione sia esemplare, tutt'altro: il ritardo che sta accumulando l'Italia sul piano dell'insegnamento e della ricerca diventa drammatico. D'altronde, se molti italiani cedono al fascino dell'antipolitica, altri, al contrario, esprimono con forza un interesse per la politica, una volontà di intervento nella cosa pubblica, un'esigenza di onestà, una determinazione a rinvigorire la democrazia. Questo appetito di democrazia partecipativa e questa aspirazione rinnovatrice vanno a sbattere sulla sordità e l'autismo della maggior parte dei partiti. Alcuni tra loro, tuttavia, cercano, non senza errori e difficoltà, di adattarsi. Lo scrutinio del 14 ottobre per la formazione del Partito democratico è un'iniziativa originale e interessante, non solamente in Italia ma in Europa. Il futuro partito dichiara di voler rivoluzionare le linee tradizionali della sinistra, e rispondere alle attese dei cittadini. Resta da vedere se sarà in grado di farlo, considerando che le modalità di organizzazione delle primarie hanno immediatamente imbrigliato l'impresa di rinnovamento, che sembra impantanarsi in diatribe interne, che l'incertezza più completa circonda le sue intenzioni e che è già quasi paralizzato dalle consuete lotte per la spartizione dei posti, demoltiplicati nella fattispecie dal processo di fusione di due burocrazie, quella dei Ds e quella della Margherita.
Il tempo stringe. Anzi, ormai è in corso una vera e propria corsa a chi arriva primo, tra i demagoghi che danno fiato alle trombe dell'antipolitica e gli artigiani di una profonda rigenerazione della politica che punta a condizionare l'avvenire della democrazia italiana. La sorte dell'Italia dipenderà, in gran parte, dall'esito di questa corsa.
NOTE
Traduzione di Fabio Galimberti
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