domenica 16 settembre 2007

L’altro debito

da La Stampa del 13 settembre 2007, pag. 1

di Mario Deaglio


Non è probabilmente casuale che l’amministratore delegato dell’Enel abbia lanciato l’allarme sui rischi di scarsità energetica per il prossimo inverno proprio alla vigilia della Conferenza nazionale sui cambiamenti climatici. Ha così ottenuto una vastissima platea per un problema importante e sciaguratamente sottovalutato, ma c’è il rischio che l’allarme si disperda e si stemperi in una somma di istanze e di aspettative, in un clamore di voci che rischiano di coprirsi e annullarsi a vicenda.

Non basta, infatti, lanciare cifre a effetto, sulla cui assoluta validità è talora lecito il dubbio.

Il calcolo della temperatura media di un Paese è soggetto a incertezze simili a quelle relative al calcolo dell’indice dei prezzi da parte degli statistici. Sotto l’etichetta «ambiente» si possono giustamente racchiudere problemi disparati come l’emergenza metano e l’emergenza rifiuti, il riscaldamento globale e gli incendi dolosi, i mari pieni di meduse e poveri di pesci, l’estate «torrida» per eventi meteorologici (che non c’è stata) e l’inverno gelido per imprevidenza energetica (che forse ci sarà). Concentrarsi semplicemente sui cambiamenti climatici è come minimo riduttivo e potrebbe costituire una sorta di alibi intellettuale. Tutte queste moltissime sfaccettature dei problemi ecologici si possono meglio sintetizzare in un concetto generale di «debito ambientale».

Per avere un’idea di che cosa sia il «debito ambientale» che ci opprime occorre ricordare che, negli Anni Settanta e Ottanta, l’Italia non si è limitata ad accumulare allegramente il terribile debito finanziario che oggi ne schiaccia la crescita economica e il meno visibile, ma ancora più ingente, debito pensionistico che rende problematiche le prospettive di un buon lavoro e di un buon salario per le generazioni giovani. Ha anche provveduto attivamente a deteriorare il proprio territorio, la propria atmosfera, le proprie risorse idriche; lo ha fatto sostanzialmente lungo tre direttrici diverse.

La prima direttrice è quella produttiva e deve essere considerata come la meno grave: specie nei decenni passati, in maniera forse non troppo diversa da quella della Cina contemporanea, l’imperativo dell’uscita da una povertà secolare ha impedito che si guardasse troppo per il sottile ai danni ambientali provocati dai nuovi insediamenti industriali. Pur di veder spuntare l’agognata ciminiera o la sospirata autostrada, Parlamento, sindaci e amministratori locali hanno chiuso un occhio sulle devastazioni provocate da nuove installazioni produttive. Quest’ondata è ora probabilmente terminata, ma ha inferto ferite con le quali dobbiamo convivere e che solo in piccola parte appaiono come risanabili.

La seconda direttrice è quella speculativa o, più generalmente, del vantaggio personale, più recente e ben più grave per l’enorme distanza tra il beneficio sperato dal singolo e il danno arrecato alla collettività. Rientrano in questa categoria i boschi centenari dati alle fiamme da parte di incendiari che sperano di essere pagati per estinguerle, magari sotto ispirazione di chi calcola di poter sostituire il bosco incenerito con una costruzione abusiva, così come il sabotaggio (o la non riparazione) di un acquedotto per alimentare un fiorente commercio di acqua, distribuita mediante autobotti, quasi sempre «in nero»; o ancora i problemi delle discariche e degli inceneritori, contro le quali l’opposizione popolare viene spesso alimentata da chi ha interesse a mantenere invariati i sistemi di smaltimento vigenti e i relativi appalti. Un misto disastroso di cinismo e miopia produce così i guasti ambientali che più direttamente si riflettono sulla vita di tutti i giorni e che lentamente ammazzano questo Paese.

La terza direttrice è quella dell’incompetenza e dell’inefficienza pubblica; è una lunga storia di decisioni ritardate, visti negati, progetti iniziati e mai terminati. È la cronaca corrente di opere di sistemazione rallentate o bloccate perché nella «conferenza dei servizi» le autorità locali cercano di ottenere per il proprio territorio benefici speciali, incuranti di realtà più grandi; è il blocco per motivi di principio del nucleare senza domandarsi se le tecnologie non siano sufficientemente migliorate dopo la catastrofe di Cernobil e non possano oggi ragionevolmente giustificare quel tipo di investimento energetico. Tutto ciò fa sì che si finisca per lavorare soltanto in emergenza, senza scalfire la grande massa di arretrato che caratterizza il Paese, senza ridurre il «debito ambientale» che, anzi, insensibilmente aumenta.

Non basta quindi prendersela con la temperatura che sale, non sappiamo quanto per motivi ciclici e quanto per motivi di struttura, e magari cercare di imporre uno strisciante dirigismo, una dura limitazione delle scelte individuali, quasi a voler costringere l’intera popolazione a tornare a consumi e costumi del passato, a un’austerità energetica, di cui soltanto qualcuno ha rimpianto. Né è sufficiente sostenere che «l’ambiente conviene» riducendo un così vasto aspetto della realtà sociale e civile a un mero meccanismo di mercato. Occorre rendersi conto che il degrado climatico e ambientale è un aspetto di un più vasto degrado civile e politico che si presenta variamente diffuso in tutto il mondo, ma che mostra punte particolarmente elevate in Italia; e che il «debito ambientale» si accumula inesorabilmente senza che ci siano veri piani per fermarlo, a differenza di quanto succede per i debiti finanziari e pensionistici. E potrebbe essere questo il punto di partenza per un ragionamento serio su una nuova Italia; altrimenti si tratterà del fardello più pesante che lasceremo in eredità alle generazioni giovani.

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