venerdì 14 settembre 2007

Per ora il Partito democratico è meno della somma Ds-Dl

da Il Sole 24 Ore del 13 settembre 2007, pag. 18

di Stefano Folli


Secondo il sondaggio pubblicato ieri da «Repubblica» il Partito democratico, quando manca un mese alla sua nasci­ta ufficiale, raccoglie il 28 per cento dei con­sensi. Abbastanza per incoraggiare Veltro­ni («siamo i primi»), ma troppo poco per rassicurare davvero sul futuro del centro-si­nistra. Il 28 per cento rappresenta il 3,3 in me­no di quanto abbiano raccolto Ds e Marghe­rita, sommati insieme, nelle elezioni del 2006. Ne deriva che per ora il nascituro Pd non riesce nemmeno a riportare a casa tutti i voti del binomio da cui prende origine.



È un caso tipico delle fusioni in Italia: la somma di due partiti separati è sempre su­periore al totale del nuovo soggetto. Il che costituisce uno scenario drammatico per gli architetti politici che preparano le prima­rie di ottobre. L'effetto Veltroni non sem­bra così evidente come gli ottimisti sperava­no. A quanto pare c'è bisogno di qualcosa di più per sedurre l'elettorato. Tanto più che recuperare i voti del 2006 (Ds più Margheri­ta) sarebbe ancora insufficiente. La vera sfida del Partito democratico consiste nello sfondare sul versante del centro-destra. So­lo così può pensare di rovesciare un rappor­to di forza che vede ancora l'opposizione berlusconiana, stando ai sondaggi, in van­taggio di parecchi punti percentuali.



Qui è il nodo della questione. Il nuovo par­tito ha bisogno di idee nuove, cioè di colpire la fantasia dell'opinione pubblica con pro­poste efficaci e quasi rivoluzionarie. Tanto più che il centro-destra vive a sua volta un momento di afasia. La stessa vicenda legata al V-Day di Beppe Grillo dimostra che il berlusconismo non incanala più in via esclusi­va il senso di frustrazione e di disincanto di una grossa fetta di elettorato. Bossi ha colto subito il pericolo e anche Fini, ieri, ha parla­to di «un'onda che può travolgerci». Ha ra­gione, il leader di An: non esiste una rendita di posizione permanente per la Cdl o quel che ne rimane. Gli uni e gli altri, la destra e la sinistra moderata, devono riadattare il loro messaggio. Ma il compito più difficile nell'immediato tocca ai fautori del Pd.



A Padova Veltroni è intervenuto in un ambiente poco favorevole e ha usato un lin­guaggio che è piaciuto all'uditorio, compo­sto di rappresentanti del tessuto produttivo in genere poco compiacenti verso la sini­stra di governo. Giorni fa il ministro Visco aveva accusato di «antistatalismo» quegli stessi imprenditori che il sindaco di Roma ha, invece blandito con ben maggiore senso dell'opportunità. Nella sostanza tuttavia ha ripetuto punti di vista già espressi, nel di­scorso di Torino, tempo fa. Quel che occor­re è «una democrazia che decide» e che non si fa bloccare dai veti. Principio fondamentale che tuttavia non può risolversi nel­la semplice enunciazione.



Veltroni ha parlato della necessità di ta­gliare il numero dei parlamentari, ipotesi al momento piuttosto astratta. Ci sarebbe in realtà una strada più rapida per mandare un segnale agli italiani: la drastica riduzione del numero dei ministri, in linea conia rifor­ma Bassanini mai così disattesa. Nella Mar­gherita c'è chi insiste da giorni su questo punto (vedi «Europa») e in effetti sarebbe un colpo di teatro a dir poco clamoroso. Ma il candidato leader evita di imboccare tale sentiero. Ne vede di certo i rischi destabiliz­zanti per Prodi. E qui ci si impiglia nella soli­ta contraddizione. Il Pd deve sostenere l'esecutivo, ma tale sostegno appanna l'identità del partito e gli impedisce di espri­mere qualche idea innovativa. Alla lunga l'ambiguità non regge.

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