venerdì 3 agosto 2007

La selezione è la sfida che prepara il futuro dei giovani

da Il Messaggero del 27 luglio 2007, pag. 1

di Paolo Pombeni


Il ministero della Pubblica istruzione ha diffuso i dati sui risultati della maturità: sono cifre importanti per un Paese che sa di dover scommettere il proprio futuro sul mercato della qualificazione e delle intelligenze, visto che non abbiamo molte altre risorse “naturali” da spendere, mentre quelle acquisite grazie all’intelligenza e alla capacità delle generazioni precedenti si rinsecchiranno in breve se non provvediamo ad alimentarle adeguatamente.
Sono banalità che quasi ci si vergogna a ripetere, se non fosse che a furia di farlo qualche risultato si è ottenuto. Il Ministero ci fa sapere che la riforma dell’esame finale, che ha riportato un controllo esterno in questa prova, ha visto un innalzamento della serietà nella verifica: i bocciati sono raddoppiati, passando esattamente dal 3,3% al 6,6% sul numero dei maturandi. Si potrebbe pensare che sia appunto tutto frutto della reintroduzione di commissari esterni, che si sentivano più liberi e meno vincolati dai rapporti con gli alunni, le loro famiglie e il loro territorio nel valutare i risultati che avevano davanti.


In parte sarà stato anche così, ma a leggere con attenzione i numeri c’è un altro dato che colpisce: in realtà quel 6,6% di bocciati è fatto solo per il 2,6% di persone che non hanno superato l’esame finale, mentre il 4% è dato da coloro che non sono stati considerati ammissibili alla prova già dai loro stessi professori, e che dunque risultavano bocciati a priori. Ciò significa che fra gli stessi insegnanti il richiamo alla serietà (prima ancora che alla “severità”) nelle valutazioni ha fatto breccia

Anche se li ha aiutati il poter mettere famiglie (che spingono per il lassismo più di quanto non si immagini) e studenti di fronte al fatto che comunque sarebbero caduti sotto l’occhio vigile di un “esterno”.


Giustamente il ministro Fioroni, che ha anche presentato un interessante intervento sul sistema di valutazione degli istituti (sistema che intende meritoriamente incrementare), sottolinea come gli studi internazionali mettano in luce che la valutazione finale esterna è in tutti i paesi un fattore che incrementa la qualità delle performance di apprendimento.
Anche qui, guardando i dati, c’è da imparare. Intanto si è visto che ci sono stati voti più bassi nella seconda prova scritta, dove appunto entrava sempre in gioco un commissario esterno. C’è anche da dire che la prova d’italiano è ormai ridotta male, con generazioni che con la lingua e lo scrivere hanno più di un trauma, purtroppo spesso incurabile anche da un buon docente (come lottare con una società non solo degli Sms, ma della sgrammaticatura e del linguaggio “informale”, per usare un eufemismo, dai politici agli uomini di spettacolo?).


Però c’è un altro dato che colpisce. C’è stato un crollo dei “privatisti”, si parla del 20% in meno. E in corrispondenza c’è stata una performance molto peggiore delle scuole private di tutti i tipi (licei, tecnici, ecc.) rispetto alle scuole pubbliche, mentre l’anno precedente erano alla pari. Non è difficile sapere, lo dice lo stesso comunicato stampa ufficiale, che proprio nelle private si concentravano i “privatisti”, che non sono più i piccoli scrivani fiorentini del libro Cuore, ma per lo più un fiorente mercato di figli e figlie di papà che non ce la fanno nelle scuole normali, vengono mandati in istituti di “recupero anni” che poi hanno i loro collegamenti con istituti privati parificati abbastanza compiacenti, dove, presumibilmente, con commissari interni era più facile aggiustare le cose. Sembrerebbe che questo andazzo sia stato almeno ridotto, sempre grazie alla maggiore serietà introdotta nelle commissioni, e c’è da esserne contenti, soprattutto per quei molti istituti pubblici “non statali” dove invece si è sempre fatto e si continua a fare una istruzione rigorosa.


Insomma, senza costruire montagne che poi partoriscano topolini, c’è da rallegrarsi per un inizio di inversione di tendenza che dobbiamo far progredire nell’interesse dei giovani. Ai quali va detto con onestà che dovranno misurarsi con un futuro non facile, dove la competizione internazionale in ogni campo morderà anche da noi e non lascerà scampo a chi non è preparato, non solo a livello di istruzione generale, ma anche a livello di capacità ad affrontare la fatica e lo stress di un mondo complicato.


Per camminare su questa strada è importante che l’opinione pubblica si convinca che non può continuare a diffondere questi modelli di facile successo e di evasione, di ripudio dell’impegno e della fatica: modelli che curiosamente colpiscono più i maschi delle femmine, se è vero che ai vertici della classifica troviamo il 60% di ragazze contro un 40% di ragazzi.

L’aurea mediocrità, che aumenta (i voti che si collocano fra 61 e 80 passano dal 51,6 al 54,6%), non è un buon viatico per il futuro, soprattutto tenendo conto che ormai lo sbocco dell’istruzione superiore nell’università è larghissimo, con un effetto di indebolimento a cascata della qualità della preparazione nei nostri giovani.

Non c’è da darsi agli allarmismi, né da pensare che ormai ce l’abbiamo fatta. Un percorso è cominciato, ma ci vuole impegno e convinzione da parte di tutta la società per portarlo alla meta.

Nessun commento:

Posta un commento