venerdì 3 agosto 2007

Il male minore come linea di governo ha dei costi. Eccoli

da Il Foglio del 27 luglio 2007, pag. 2

di Enrico Cisnetto




Mettiamoci d'accordo. Se nel giudicare l'accordo sulle pensioni, e più in gene­rale l'approccio alla riforma del welfare, dobbiamo assumere come parametro il fat­to che poteva andare peggio, o addirittura molto peggio, allora si assuma il principio del male minore come regola di governo di questo paese e non se ne parli più. E' come se uno avesse un incidente di macchina e scegliesse di valutare l'incidente una fortu­na perché non è morto, anziché una disgrazia perché avrebbe potuto evitarlo. Chi s'accontenta, gode. Certo, la trasformazione dello "scalone" in uno scalino più una doppia quota (età anagrafica sommata all'anzianità di lavoro) è meglio che l'abolizione tout court del passaggio da 57 a 60 an­ni dell'età pensionabile, costa 10 miliardi in un decennio anziché 65, consente di rag­giungere gli stessi risultati che si prefiggeva la Maroni con un anno di ritardo, rinvia la revisione dei coefficienti di altri tre anni (due li aveva già concessi Berlusconi) ma la rende non più trattabile (salvo che a qual­cuno non venga in mente in Parlamento di far saltare lo specifico codicillo). Insomma, vista così, come scampato pericolo, quella che continuo a considerare una "contro­riforma" appare accettabile. Se Padoa-Schioppa, Bonino e un piccolo drappello di riformisti (sparuto, per la verità) non aves­sero tenuto duro, le cose sarebbero andate davvero molto peggio. E la reazione di una parte della maggioranza (Diliberto in parti­colare) e del sindacato (Fiom) a questa me­diazione è lì a testimoniarlo. Sintesi mira­bile di Enrico Letta (quarantenne): "Sulle pensioni potevamo fare di più, ma abbiamo trovato un equilibrio che rivendico". D'altra parte, a pensarci bene, anche il centrode­stra nel 2004 chiese di applicare il medesi­mo principio alla Maroni: piuttosto che niente, accontentatevi di questa riformetta. Anche se la sua applicazione è differita, se la revisione dei coefficienti è rinviata, se il traguardo dei 60 anni è minimo, se la que­stione dei lavori usuranti è rinviata ai po­steri. Sarebbe bastato che i tre anni di au­mento dell'età pensionabile fossero sca­glionati tra il 2005 e il 2007, ed ecco che og­gi parleremmo d'altro.


Il fatto è, però, che l'Italia non si può più permettere di accontentarsi del "meno peggio". Basterebbe dare un'occhiata alla clas­sifica europea della previdenza per vedere come in genere l'età per lasciare il lavoro sia fissata a 65 anni, e che le eccezioni sono tutte verso l'alto salvo l'Italia, unica a per­mettere di andare in pensione con meno di 60 anni. Oppure basterebbe leggere le stime fomite dal Fondo monetario, in cui si vede come l'economia mondiale aumenta le sue potenzialità arrivando ad un'ipotesi di cre­scita del pii del 5,2 per cento sia per quest'anno che per il prossimo, che l'Europa contribuisce ancora troppo poco a questo sviluppo - oltre metà del quale lo fanno in tre: Cina, Russia e India - ma pur sempre cresce del 2,6 per cento a livello dei paesi euro e del 3,1 per cento se si considera la Ue a 25, e che l'Italia è l'unico paese a rimane­re sotto il tetto del 2 per cento di incremen­to annuo della ricchezza. Insomma, mentre il mondo viaggia ad una velocità mai così elevata, noi siamo lenti e maledettamente indietro: per questo il tirare a campare ci penalizza, e dobbiamo trovare la forza e il coraggio di rappresentare a noi stessi una realtà delle cose assai diversa da quella che fanno propria, anche inconsciamente, i riformisti che si accontentano. Magari co­minciando col dire che non possono più fre­giarsi di questo titolo coloro che si adattano alla logica del "meno peggio". E siccome, co­me abbiamo visto con la Maroni, anche il centrodestra ha mostrato lo stesso difetto, sarà bene prenderne atto. Anzi, proprio la mancata riforma delle pensioni - che tale non si poteva chiamare la Maroni, né tantomeno quella attuale - messa a confronto con la sua inderogabile necessità, dimostra che la formula politica della Grande Coalizione è ineluttabile. Perché, dopo la Dini del 1995, non si è più riusciti a dare un assetto mo­derno e sostenibile al sistema previdenzia­le? Per due motivi. Primo: perché nei due poli ci sono forze "conservatrici". Secondo: perché ciascun polo teme che l'altro specu­li su eventuali iniziative impopolari (o pre­sunte tali, perché io sono convinto che a la­mentarsi di una vera riforma delle pensioni sarebbe una minoranza, magari vociante al contrario della maggioranza silente, degli italiani), con conseguente danno elettorale. E come si fa a superare questi due ostacoli? Unendo le forze moderate e riformiste in una grande alleanza, che lasci fuori dal governo del paese la sinistra massimalista e la destra populista. La bellissima - ma, mi sia consentito, tardiva, e sbagliata nell'indica­zione della bozza D'Alimonte come punto di partenza per la nuova legge elettorale - in­tervista di Giulio Tramonti al Corriere della Sera di mercoledì dimostra che quanto vado da tempo predicando, solitariamente, co­mincia a farsi strada: il potere è debole - al­trimenti non ragionerebbe in termini di "meno peggio" - e non ci possiamo più permettere governi col 51 per cento, ricattati dentro e fuori dal perimetro della loro maggioranza. Ergo, occorre una Grande Coali­zione, come sta avvenendo un po' in tutta Europa. Non c'è solo Merkel: non è forse un governo di "larghe intese" quello che Sarkozy - pur senza problemi numerici in Parlamento - ha messo dando metà dei mi­nisteri a socialisti? E così non è in Austria? Così non sarà presto in Olanda? Ormai è chiaro, se si vogliono riforme strutturali co­me quella delle pensioni, bisogna pensiona­re il vecchio bipolarismo.

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