Il Riformista
EDITORIALE
lunedì 9 luglio 2007
VELTRONI. LA CRISI NON È SOLO DI LEADERSHIP, È SOPRATTUTTO POLITICA
DI UMBERTO RANIERI
Forse è opportuna una riflessione più attenta, da parte dei gruppi dirigenti promotori del Partito democratico, sulle tendenze che sembrano prevalere nella convulsa vicenda politica italiana. Il rischio è che l'operazione che ha condotto in queste settimane alla candidatura di Veltroni con l'obiettivo di aprire una nuova e più espansiva prospettiva al Partito democratico possa rapidamente ridimensionarsi; che i nodi politici irrisolti (che hanno condizionato il primo anno di vita del governo Prodi) si ripropongano prepotentemente in vista di una sorta di resa dei conti distruttiva nella maggioranza. Sbaglierò ma ho la sensazione che, rispetto a tendenze in atto che muovono le cose in questa direzione, i riformisti del centro sinistra subiscano gli eventi, quasi incapaci di reagire sul piano politico. Eccessivo pessimismo? Vediamo.
Lo stato di difficoltà politica e di crisi di comunicazione del governo è purtroppo evidente. A me pare enorme che, nel volgere di appena un anno, si siano erose, in misura consistente, le sue basi di consenso e che, su questo dato, non si rifletta a sufficienza. Quasi fosse possibile aggirarlo. La verità è che all'origine delle difficoltà del governo non c'è tanto, né solo, una crisi di leadership. È una interpretazione consolatoria quella che riduce tutto alla presunta debolezza di Prodi. I nodi sono di fondo. È la configurazione politica assunta dal centro sinistra che stenta a reggere alla prova delle scelte necessarie per affrontare i problemi aspri e duri con cui deve fare i conti il paese. Per dirla senza mezzi termini (e rischiando qualche semplificazione) la sinistra massimalista condiziona eccessivamente la capacità di innovazione e di decisione del governo. Questo comporta inevitabilmente, su alcune questioni oggetto di negoziati tra le parti sociali e il governo, l'irrigidimento del sindacato che non intende (né può) lasciarsi scavalcare da gruppi della estrema sinistra. Esemplare di questo problema è lo stallo sulla delicata vicenda delle pensioni. Certo, l'alleanza con le componenti radicali della sinistra è resa inevitabile dall'attuale legge elettorale. Si tratta tuttavia di uno stato di necessità le cui conseguenze andrebbero attenuate dalla impronta riformista che sull'azione del governo dovrebbero imprimere le forze impegnate nella costruzione del Partito democratico. La verità è che questo, finora, non è avvenuto con la limpidezza necessaria per timore che una visibilità riformatrice esplicita ostacolasse la continuità del rapporto con la sinistra estrema.
Questa è la chiave per intendere la natura dei problemi in cui si dibatte l'esecutivo. Si tratta di un circolo vizioso in cui il centro sinistra rischia di avvitarsi e che potrebbe condurre, inevitabilmente, alla paralisi o alla implosione. Cosa fare? Qui ritorna il nodo del Partito democratico e della candidatura di Veltroni. Il bel discorso di Walter a Torino segna una marcata assunzione di valore dell'identità riformista del Pd. Veltroni appare consapevole che occorre lavorare perché i riformisti diventino realmente il motore di un nuovo centro sinistra impegnato a realizzare le riforme di cui il paese ha bisogno. Decisivo tuttavia è che vi sia, in chi si candida a guidare il Pd, la volontà di affrontare anche l'impopolarità, se necessario, per difendere un progetto di cambiamento. Che non si abbia timore di distinguersi visibilmente dai luoghi comuni e dai tabù conservatori della vecchia sinistra massimalista. Ma c'è un aspetto particolarmente delicato di cui occorrerebbe discutere in vista delle primarie. La nuova formazione politica deve rappresentare un fattore di stimolo nell'attività del governo evitando di appiattire il proprio profilo su quello dell'attuale maggioranza. Occorre per esempio che il Partito democratico si mostri pronto a lavorare perché il Parlamento provveda ad approvare una nuova legge elettorale ma non abbia timore, se ciò (come purtroppo è probabile) non accade, a sostenere gli obiettivi del referendum; non abbia timore a promuovere il rilancio delle riforme economiche e sociali necessarie per il Paese e sostenga coraggiosamente misure innovative ed eque per la riforma del sistema previdenziale, ispirando a principi di solidarietà non assistenziale le proposte di riforma del welfare state.
Ecco perché, oltre l'illustrazione di una piattaforma politica (come efficacemente ha fatto Walter a Torino) occorre un'indicazione concreta delle riforme da realizzare. La stabilità del governo infine è solo una delle obbligazioni cui deve tendere il Partito democratico. L'altra è elaborare una cultura politica propria, distinta dalla semplice identificazione con il “Patto di maggioranza”. È un percorso arduo di cui non mi nascondo le difficoltà. Ma a me pare, al punto cui sono giunte le cose, obbligato. Ed è partendo da queste considerazioni che c'è da chiedersi se non sia un errore l'assenza, nelle primarie, di una competizione aperta tra candidature diverse. Io penso che lo sia. La estrema difficoltà politica dell'impresa, più che una unità rituale di facciata che dura lo spazio di un mattino, imporrebbe un dispiegarsi di candidature e progetti diversi nel quadro di regole chiare e condivise. L'argomento secondo il quale o si è portatori di piattaforme del tutto alternative o non è il caso di presentarsi, come ha dimostrato efficacemente Michele Salvati, non regge. Non capisco perché non ci si renda conto di quella che a molti pare una elementare verità.
Nessun commento:
Posta un commento