lunedì 9 luglio 2007

Il bersaglio preferito

Prodi e i commenti impietosi degli alleati

di
Sergio Romano

Corriere della Sera 8/7/07


Più di cinquant'anni fa, agli albori della Prima Repubblica, un presidente del Consiglio dovette dimettersi perché il segretario del suo partito definì il governo, con glaciale distacco, semplicemente «amico». L'episodio accadde nel dicembre del 1953. Il segretario era Alcide De Gasperi, eletto da pochi mesi alla guida della Democrazia cristiana. Il governo era un monocolore Dc, costituito dopo le elezioni del giugno. E il presidente del Consiglio era Giuseppe Pella, esponente dell'ala moderata del partito cattolico, da qualche mese impegnato in un braccio di ferro con la Jugoslavia di Tito sulla questione di Trieste. Bastò quella parola («amico») perché Pella capisse che la Dc gli aveva voltato lo spalle e non lo riconosceva più come suo rappresentante. Tre settimane dopo, l'uomo di Stato biellese, autore con Luigi Einaudi del risanamento economico italiano nel primo dopoguerra, rinunciò all'incarico. Questo era lo stile della classe politica cattolica e liberale che tornò al potere dopo l'avvento del fascismo. I toni volutamente bassi dell'understatement non erano allora una virtù esclusivamente britannica.

L'Italia è cambiata. Romano Prodi e il suo governo vengono trattati con sufficienza, ironia e persino sarcasmo da coloro che dovrebbero sostenerlo. Il presidente del Consiglio, in particolare, è diventato bersaglio di battute taglienti e sorrisi di sufficienza. Qualcuno, all'interno del governo, lo contraddice apertamente. Altri lo prendono in giro. Molti pensano che il governo abbia esaurito la sua «carica propulsiva » e possa soltanto navigare a vista cercando di schivare gli scogli più pericolosi, fra cui il Senato dove non può contare su una maggioranza sicura. Altri lasciano capire che è impacciato da una somma di interdizioni e che non potrà mai realizzare un programma coerente. Le sue riforme, se riuscirà a farle, saranno parziali, poco efficaci e non daranno soddisfazione a nessuno. Se dovessimo prendere alla lettera i giudizi che circolano su Prodi nei salotti della politica e nelle anticamere dei ministeri, il presidente del Consiglio dovrebbe dimettersi.

Ma nessuno, all'interno del centro-sinistra gli chiede di farlo. In altre parole sta accadendo esattamente il contrario di ciò che accadde più di cinquant'anni fa. Allora bastò una parola perché il governo se ne andasse.
Oggi non basta neppure un coro di critiche e di commenti, spesso sgarbati o villani. Non basta perché nessuno all'interno del centro-sinistra (e forse neppure tra le file dell'opposizione) sa come affrontare il «dopo Prodi». La legge elettorale è pessima, ma il Parlamento non sembra capace di farne una migliore. Il Partito democratico è in mezzo al guado e rischia di affogare prima di essere arrivato all'altra riva. Le «larghe intese», per ora, sono soltanto una nebulosa, un disegno senza contorni. Le dimissioni di Prodi aprirebbero una crisi al buio, senza sbocchi prevedibili. E pochi parlamentari della maggioranza hanno voglia di tornare alle urne. Finché una parte del centro-sinistra e una parte del centro-destra non si saranno accordate sul modo di governare la crisi e darle uno sbocco razionale, Prodi continuerà a galleggiare da uno scoglio all'altro.

Tra le condizioni della barca e i brontolii dell'equipaggio esiste probabilmente una relazione. Gli alleati di Prodi non sanno che cosa fare, ma vogliono prendere le distanze dal governo ed esprimono la loro impotenza con esternazioni critiche, battute e commenti in libertà: uno spettacolo di cattivo stile che può soltanto far crescere l'insofferenza del Paese per la sua classe politica.

08 luglio 2007

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