da Il Riformista del 29 maggio 2007, pag. 1
di Emanuele Macaluso
Una frase di D’Alema sulla crisi della politica in un’intervista al Corriere della Sera ha scatenato una bagarre politico-mediatica che ricorda altri tempi. La frase infatti richiamava i primi anni Novanta, la delegittimazione della classe politica e anche Tangentopoli.
Il Corriere, che conduce una campagna giornalistica, come è giusto che faccia un giornale, sui temi del costo e dell’inefficienza della politica, è accusato di complottare per mettere in crisi la coalizione prodiana e sostituirla con un governo di tecnici. L’accusa “ai poteri forti”, dei quali il Corriere sarebbe una sorta di portavoce, viene soprattutto dalla sinistra massimalista, la quale si sente emarginata dai partiti che si stanno unificando nel Partito democratico: esso si configurerebbe come un partito moderato, su cui punterebbero, appunto, proprio i poteri forti. Nello stesso giorno (martedì 22 maggio) in cui sui giornali abbiamo letto la denuncia di questo complotto, sull’Unità, Alfredo Reichlin, che vede nel nuovo partito l’operazione politica che può salvare il Paese dal baratro in cui l’ha buttato la destra berlusconiana, denunciava «una offensiva contro il Pd che va dalla Chiesa post-conciliare a quel coacervo di corporazioni, rendite, conservatorismo (comprese certe vecchie politiche della sinistra), sostenuta nel modo più velenoso da quel potente complesso giornalistico e mediatico il quale interpreta l’orientamento di fondo delle classi dirigenti italiane».
Insomma, la maggioranza che deve governare il Paese è dilaniata anche dal sospetto, fondato su analisi politiche, che il Pd, con il sostegno dei poteri forti, voglia fare fuori la sinistra antagonista, e i sospettati, invece, sospettano che “le vecchie culture della sinistra” diano una mano, sempre ai poteri forti, per fare abortire il progetto rivoluzionario del Partito democratico.
Ora un fatto è certo: la maggioranza non c’è, nel senso che non governa. E noi, senza indagare sui complotti, vediamo che la maggioranza - nel suo insieme e senza distinzioni - dopo le elezioni si prese la sbornia per una vittoria che in effetti era molto meno trionfale di come veniva descritta. Noi, restando sempre terra terra, letto il risultato elettorale scrivevamo con una invidiabile sintesi (scusate la vanteria) che «Berlusconi aveva perso e Prodi non aveva vinto». Era chiaro quindi che il presidente del Consiglio e i leader dei partiti della maggioranza avrebbero dovuto cestinare il librone programmatico scritto nei giorni in cui i sondaggi davano all’Unione un vantaggio di circa dieci punti sulla casa berlusconiana, e aprire una riflessione. Da subito si vide che al Senato la maggioranza era così risicata, incerta e minata da ricattatori che non avrebbe potuto assicurare l’attuazione di un programma di riforme incisive.
La situazione quindi imponeva di iniziare un discorso con l’opposizione, e in particolare con quella parte (l’Udc di Casini) che tentava di rendersi autonoma rispetto a Berlusconi. Invece i primi atti dell’Unione furono: eleggere (con fatica significativa) un suo esponente presidente del Senato e un altro alla Camera; costituire un governo in cui ministri, viceministri e sottosegretari assommano a centodue, un primato da Guinness. E l’euforia della vittoria fu trasmessa a tutte le strutture politiche periferiche (Regioni, Province, Comuni) dove la moltiplicazione dei pani e dei pesci si è concretizzata nel costo della politica di cui tanto si parla a proposito ma anche a sproposito.
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