venerdì 1 giugno 2007

Anche il centrodestra è in crisi

da Il Riformista del 1 giugno 2007,

Non c'è dubbio che per l'Atene prodiana questi sono giorni di pianto, ma non è che nel frattempo nella militarizzata Sparta berlusconiana si rida più di tanto. Anzi, il centrodestra, pur beneficato da un voto positivo, sembra galleggiare in un limbo di caos, contraddizioni e litigi a tutti i livelli, ben lontano quindi da una strategia unitaria e chiara ai suoi elettori. Tutti sono prigionieri di tatticismi e convenienze, a cominciare dal leader Silvio Berlusconi. Le voci messe in giro dai suoi collaboratori all'indomani della chiusura dei seggi sono indicative di questo stato di indecisione. La fazione che fa capo al portavoce Bonaiuti (Palazzo Grazioli) ha subito smentito un'eventuale visita al Quirinale del Cavaliere per chiedere il voto anticipato. Al tempo stesso, la fazione del coordinatore azzurro Bondi (via dell'Umiltà) sosteneva l'esatto contrario.
Risultato: un vero tormentone che ha spiazzato l'opinione pubblica e che ancora una volta ha dimostrato che l'ex premier non sa che fare. La verità è questa. Non sa decidersi se dare o meno la spallata a Prodi, non sa se fare il governissimo oppure scendere in piazza, non sa se candidarsi per la quinta volta oppure passare la mano, non sa se fare la federazione delle libertà o il partito unico, non sa se ascoltare l'ala estrema di Bossi o quella più moderata di Fini. Insomma, attendismo puro, altro che grande decisionista. E nel frattempo l'uscita del giornale della rossa Brambilla, previsto per oggi, è destinata a lacerare ancora di più un partito preda di clan e correnti, dove ormai le gelosie e le ambizioni hanno superato il livello di guardia. Non che vada meglio negli altri partiti della Cdl. La Lega, nonostante la boccata d'ossigeno alle amministrative, deve fare i conti con un capo malato e part-time che governa fino a un certo punto le intemperanze dei suoi colonnelli. Alleanza nazionale, poi, è logorata da mesi dal caso Storace, l'ex governatore del Lazio in procinto di fare una scissione a destra insieme con Daniela Santanché. Fini per tutta risposta snobba la questione e l'impressione che se ne ricava è quella di un partito di carrieristi (sono parole di Storace) dove l'elaborazione politica e culturale si fa altrove, tra fondazioni e riviste che nascono come funghi. Forse An avrebbe bisogno di un congresso, ma per il momento non se ne parla proprio. Non è il massimo della democrazia, diciamolo pure.
Infine l'Udc di Casini. Alle elezioni amministrative il flop centrista è stato evidente. Pur contando su una base clientelare tipica del radicamento democristiano, l'Udc non ha sfondato come Casini sperava. Segno che l'elettore moderato anti-comunista pensa ancora che l'unico centrodestra possibile sia quello di Berlusconi. Certo, c'è la variabile Montezemolo con cui l'ex presidente della Camera ha giocato di sponda nei giorni della dura requisitoria confindustriale contro Prodi. Ma il mini-pacchetto di voti dell'Udc, ulteriormente rinsecchito dopo le amministrative, non consente grandi sogni di gloria, nonostante l'appoggio e la simpatia di certi poteri forti. Perdipiù, il centro come luogo politico ideale non è che abbia fatto sfracelli nel suo complesso domenica scorsa. Come si vede, non è un panorama particolarmente esaltante. Il centrodestra dopo il fallimento della prova di governo nella scorsa legislatura, fallimento registrato con la più schiacciante maggioranza della storia repubblicana, sembra non solo ripetere, ma addirittura moltiplicare i suoi vecchi errori e tic, che gli elettori accettano e perdonano solo perché resiste il collante del berlusconismo. Intanto, i volti sono sempre gli stessi, più vecchi di cinque anni. A parte la Brambilla, ovviamente. Ma da sola, l'avvenente e giovane manager di Calolziocorte non può rappresentare al completo il ricambio di una classe dirigente.

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