domenica 3 giugno 2007

La Lega trascina la conquista del Nord L'Unione paga la questione settentrionale

da Il Riformista del 29 maggio 2007, pag. 1

di Marco Alfieri


Divorzio del nord. Schiaffo dal nord. Secessione di velluto. Due paesi in uno. Chia­matela come volete ma il succo è questo ed è uno scossone vero e proprio: il centrodestra fa cap­potto nel Lombardo-veneto (ma anche in Remonte). La roccaforte forza-leghista incrementa e dilaga e il centrosi­nistra crolla al mi­nimo storico sopra il Po, una terra dove già di per sé, nell'ultimo quindicennio, è sempre stato am­piamente minori-tario. Cadono so­noramente Monza e Verona, cioè le due linee del Piave unionista, Gorizia sembra per­sa (all'ora in cui scriviamo), mentre nelle pedemontane Co­rno (dove si è votato sia per il comune che per la provincia), Varese e Vicenza, tradizionali bastioni cidiellini, si riconferma la destra ma su percentuali bul­gare, sconosciute ad­dirittura nei mitici metà dei Novanta, quando la Lega era al 10% nazionale: (69 a 24 alla provin­cia di Varese; 58 a 18 in quella di Vicenza; 69 a 27 in quella di Corno e 61 a 34 in­vece al comune).



E proprio la Lega, dopo la sofferenza e il calo alle politiche 2006, cannibalizzata dagli alleati forasti specie sul tema tasse, ha fatto il pieno di candidati vincen­ti uscendo come la vera vincitrice di questa tornata al nord. È leghista Mariani a Monza, è le­ghista Schneck a Vicenza, è le­ghista Tosi a Verona, e sono le­ghisti Carioni alla provincia di Como e Reguzzoni a quella di Varese. Segno che il celodurismo questa volta ha pagato, incar­nando perfettamente l'insofferenza dei ceti produttivi lombardoveneti verso il governo Prodi. «Dove c'è la Lega è garanzia di vittoria: si vince bene e si scalza il centrosinistra. Questo è un vo­to che ripropone la questione settentrionale e la Lega torna ad interpretare questa questione», gongola Roberto Maroni, para­dossalmente il più gauchiste del­la banda Lumbard, tanto che ie­ri sera ad Arcore Bossi, che ha cenato col Cavaliere, è subito passato all'incasso.



È evidente, naturalmente, che il dato va ben oltre il giudi­zio sulle singole amministrazioni locali: il voto di ieri è tutto politi­co e ha travolto esponenti e can­didati di centrosinistra ben oltre le proprie responsabilità. Sulla tornata ha giocato in modo deci­sivo il superinvestimento simbo­lico e nazionale imposto dal Ca­valiere: il voto è stato plateal­mente un segnale lanciato dal nord a questo governo oggettivamente troppo centrosudista nella sua costituency e nelle sue policy. È incredibile pensare che sindaci uscenti come Faglia a Mon­za o come Zanotto a Verona, magari non fulmini di guerra ma certamente più che onesti amministratori, siano stati spazzati via senza arrivare nemmeno al 40% dei consensi o appena appena superandolo o sfiorandolo. Mai successo.



Eppure, proprio questo, «in­vece che lavare via le colpe è ancor più grave perché significa che siamo ormai alla secessione silenziosa del nord», ammette un dirigente dieltino. «Siamo arrivati al punto in cui si vota a prescindere, in modo pre politi­co, senza entrare nel merito di candidati e programmi. Siamo cioè a una crisi devastante di in­terlocuzione politica tra classe dirigente di centrosinistra e cit­tadinanza». Banalmente: «non veniamo presi nemmeno in considerazione», ammette sconsolato Luciano Pizzetti, re­sponsabile Nord della Quercia. «Qui ormai siamo minoranza culturale prima che politica, sia­mo completamente screditati agli occhi della gente, e questo ci rende ininfluenti rispetto ai processo sociali». In effetti.



Torniamo per un attimo a una delle due città linea del Piave per la sinistra. A Monza, nonostante i viaggi elettorali degli ultimi giorni dei big, da Fassino, a Bersani e so­prattutto all'astro Veltroni (il che dovrebbe interrogare anche sulla capacità di questa classe dirigente nazionale nel mobilitare la gente del nord), Mariani ha vinto al pri­mo turno. «La mistica alla Michael Moore sull'affaire Cascinazza e speculazione di Berlusconi jr an­nessa, evidentemente ha spaventato e allontanato molti elettori mo­derati, anche nostri», fan­no autocritica alcuni Ds locali. Sì, perché poi que­sto è l'altro grande tabù che il voto di ieri ha sco­perchiato. La rotta al nord non è solo imputa­bile a quel corpaccione di lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, par­tite iva e padroncini che votano naturaliter a destra da sempre. No. La pesante astensione che ha portato a scarti bulgari va imputata anche all'astensionismo che ha colpito molto elettorato ulivista. Per dire, a Varese il centrosinistra ha perso il 14% dei voti dall'anno scorso: 39% nel 2006, ieri è sceso al 25%. Segno che l'astensione è per molti versi di centrosinistra. «Anche i nostri hanno voltato le spalle a questo governo, standosene a casa», s'in­cazzano dalla Margherita varesina. E nel resto del nord è accaduto lo stesso. Mentre l'asse di ferro Lega-Forza Italia ha dimostrato di esse­re più vivo che mai, erodendo anzi dentro la Cdl consensi ad An e Udc (che alle politiche erano an­date bene). E questo la dice lunga anche sull'ap-peal al nord del terzismo velleitario di un Casini o di futuribili suggestioni montezemoliane.



A Verona, invece, è accaduto un fatto che ha del rivoluzionario. Flavio Tosi, che sugli immigrati dice cose che in città pensano qua­si tutti ma nessuno, per buona creanza democristiana, ha il corag­gio di dire, ha stravinto sancendo una rupture clamorosa. Cioè attac­cando in lungo e in largo la Curia specie sui rom, che in una città co­me Verona tradizionalmente cattolica e moderata, ha sempre avuto una presa fortissima sulla gente. In­vece questo volta no. Il lungo magi­stero appena terminato del vescovo Carraro, palesemente sbilanciato a sinistra, mentre la gente nel frat­tempo continuava a votare Lega e Forza Italia, è stato evidentemente deleterio. Eccola la sfida vinta dalla Cdl: presentarsi e stravincere con un candidato che rappresenta uno stacco netto con qualsiasi tradizio­ne cattolica, anche la più moderata (come sarebbe invece stata la can­didatura Meocci). Nella convinzio­ne che in città la Chiesa rappresen­ti sempre meno in termini di con­senso l'elettorato di centrodestra. Scommessa ampiamente incassata con il ruspante Tosi e sconfitta sec­ca per quel cattolicesimo di sinistra moderata che si pensava egemone, con Zanotto, in città.



Persino a Sesto San Giovanni, dove doveva essere una passeggia­ta, la sinistra avrebbe vinto per il rotto della cuffia. Mentre nei co­muni minori lombardi, da Rho a Crema, a Castiglione delle Stiviere a Mortara a Erba, il centrodestra ha fatto filotto. Insomma una rotta devastante. Nonostante un surreale Vannino Chiti ieri pomeriggio mi­nimizzasse dicendo che sì, «c'è un problema al nord, ma comunque la destra non sfonda». Alla faccia...



Anche se la cosa che più colpisce, a sera, è sentire tanti dirigenti ulivisti del nord, for­se per la prima vol­ta, minacciare che «se non la capisco­no questa volta, a Roma, vorrà dire che tireremo le conse­guenze». A partire dal neosegretario regionale Ds, Maurizio Martina: «per il centrosi­nistra al Nord è tempo di darsi una mossa. Non basta più prendere semplice­mente atto dell'esi­stenza di una questione settentrionale. O noi, nel giro stret­to di qualche mese, mettiamo mano radicalmente alla questione fiscale, che qui riguarda il 90% della gente, oppure verremo tutti travolti». Fi­no ad arrivare a Pizzetti: «non c'è stata la spallata al governo tanto ri­cercata dal centrodestra, ma per il centrosinistra - dice - si ripropone, aggravata, la questione settentrio­nale come grande questione nazio­nale. Il voto al nord prescinde dal buon governo territoriale del cen­trosinistra, che viene travolto dal giudizio sulle scelte del governo nazionale. Dalla legge finan­ziaria la sfiducia del nord nel centrosinistra nazio­nale è cresciuta. Occorre una netta inversione di tendenza nel rapporto con la parte più moder­na del paese, già a parti­re dall'utilizzo dell'extra-gettito e dal procedere con determinazione sulla via delle riforme».


Già. Ma che lo facciano davvero, perché ormai siamo arrivati a un punto di non ritor­no. L'incapacità di interpretare questi mondi a capitalismo diffuso in cui la qualità delle infrastrutture, la competitività dell'azienda in cui si lavora, il rapporto col fisco e con la burocrazia diventano fattori de­cisivi nelle scelte di voto, è ormai patente. E i territori non è detto che aspettino.

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