da Il Riformista del 29 maggio 2007, pag. 1
di Marco Alfieri
Divorzio del nord. Schiaffo dal nord. Secessione di velluto. Due paesi in uno. Chiamatela come volete ma il succo è questo ed è uno scossone vero e proprio: il centrodestra fa cappotto nel Lombardo-veneto (ma anche in Remonte). La roccaforte forza-leghista incrementa e dilaga e il centrosinistra crolla al minimo storico sopra il Po, una terra dove già di per sé, nell'ultimo quindicennio, è sempre stato ampiamente minori-tario. Cadono sonoramente Monza e Verona, cioè le due linee del Piave unionista, Gorizia sembra persa (all'ora in cui scriviamo), mentre nelle pedemontane Corno (dove si è votato sia per il comune che per la provincia), Varese e Vicenza, tradizionali bastioni cidiellini, si riconferma la destra ma su percentuali bulgare, sconosciute addirittura nei mitici metà dei Novanta, quando la Lega era al 10% nazionale: (69 a 24 alla provincia di Varese; 58 a 18 in quella di Vicenza; 69 a 27 in quella di Corno e 61 a 34 invece al comune).
E proprio la Lega, dopo la sofferenza e il calo alle politiche 2006, cannibalizzata dagli alleati forasti specie sul tema tasse, ha fatto il pieno di candidati vincenti uscendo come la vera vincitrice di questa tornata al nord. È leghista Mariani a Monza, è leghista Schneck a Vicenza, è leghista Tosi a Verona, e sono leghisti Carioni alla provincia di Como e Reguzzoni a quella di Varese. Segno che il celodurismo questa volta ha pagato, incarnando perfettamente l'insofferenza dei ceti produttivi lombardoveneti verso il governo Prodi. «Dove c'è la Lega è garanzia di vittoria: si vince bene e si scalza il centrosinistra. Questo è un voto che ripropone la questione settentrionale e la Lega torna ad interpretare questa questione», gongola Roberto Maroni, paradossalmente il più gauchiste della banda Lumbard, tanto che ieri sera ad Arcore Bossi, che ha cenato col Cavaliere, è subito passato all'incasso.
È evidente, naturalmente, che il dato va ben oltre il giudizio sulle singole amministrazioni locali: il voto di ieri è tutto politico e ha travolto esponenti e candidati di centrosinistra ben oltre le proprie responsabilità. Sulla tornata ha giocato in modo decisivo il superinvestimento simbolico e nazionale imposto dal Cavaliere: il voto è stato platealmente un segnale lanciato dal nord a questo governo oggettivamente troppo centrosudista nella sua costituency e nelle sue policy. È incredibile pensare che sindaci uscenti come Faglia a Monza o come Zanotto a Verona, magari non fulmini di guerra ma certamente più che onesti amministratori, siano stati spazzati via senza arrivare nemmeno al 40% dei consensi o appena appena superandolo o sfiorandolo. Mai successo.
Eppure, proprio questo, «invece che lavare via le colpe è ancor più grave perché significa che siamo ormai alla secessione silenziosa del nord», ammette un dirigente dieltino. «Siamo arrivati al punto in cui si vota a prescindere, in modo pre politico, senza entrare nel merito di candidati e programmi. Siamo cioè a una crisi devastante di interlocuzione politica tra classe dirigente di centrosinistra e cittadinanza». Banalmente: «non veniamo presi nemmeno in considerazione», ammette sconsolato Luciano Pizzetti, responsabile Nord della Quercia. «Qui ormai siamo minoranza culturale prima che politica, siamo completamente screditati agli occhi della gente, e questo ci rende ininfluenti rispetto ai processo sociali». In effetti.
Torniamo per un attimo a una delle due città linea del Piave per la sinistra. A Monza, nonostante i viaggi elettorali degli ultimi giorni dei big, da Fassino, a Bersani e soprattutto all'astro Veltroni (il che dovrebbe interrogare anche sulla capacità di questa classe dirigente nazionale nel mobilitare la gente del nord), Mariani ha vinto al primo turno. «La mistica alla Michael Moore sull'affaire Cascinazza e speculazione di Berlusconi jr annessa, evidentemente ha spaventato e allontanato molti elettori moderati, anche nostri», fanno autocritica alcuni Ds locali. Sì, perché poi questo è l'altro grande tabù che il voto di ieri ha scoperchiato. La rotta al nord non è solo imputabile a quel corpaccione di lavoratori autonomi, piccoli imprenditori, partite iva e padroncini che votano naturaliter a destra da sempre. No. La pesante astensione che ha portato a scarti bulgari va imputata anche all'astensionismo che ha colpito molto elettorato ulivista. Per dire, a Varese il centrosinistra ha perso il 14% dei voti dall'anno scorso: 39% nel 2006, ieri è sceso al 25%. Segno che l'astensione è per molti versi di centrosinistra. «Anche i nostri hanno voltato le spalle a questo governo, standosene a casa», s'incazzano dalla Margherita varesina. E nel resto del nord è accaduto lo stesso. Mentre l'asse di ferro Lega-Forza Italia ha dimostrato di essere più vivo che mai, erodendo anzi dentro la Cdl consensi ad An e Udc (che alle politiche erano andate bene). E questo la dice lunga anche sull'ap-peal al nord del terzismo velleitario di un Casini o di futuribili suggestioni montezemoliane.
A Verona, invece, è accaduto un fatto che ha del rivoluzionario. Flavio Tosi, che sugli immigrati dice cose che in città pensano quasi tutti ma nessuno, per buona creanza democristiana, ha il coraggio di dire, ha stravinto sancendo una rupture clamorosa. Cioè attaccando in lungo e in largo la Curia specie sui rom, che in una città come Verona tradizionalmente cattolica e moderata, ha sempre avuto una presa fortissima sulla gente. Invece questo volta no. Il lungo magistero appena terminato del vescovo Carraro, palesemente sbilanciato a sinistra, mentre la gente nel frattempo continuava a votare Lega e Forza Italia, è stato evidentemente deleterio. Eccola la sfida vinta dalla Cdl: presentarsi e stravincere con un candidato che rappresenta uno stacco netto con qualsiasi tradizione cattolica, anche la più moderata (come sarebbe invece stata la candidatura Meocci). Nella convinzione che in città la Chiesa rappresenti sempre meno in termini di consenso l'elettorato di centrodestra. Scommessa ampiamente incassata con il ruspante Tosi e sconfitta secca per quel cattolicesimo di sinistra moderata che si pensava egemone, con Zanotto, in città.
Persino a Sesto San Giovanni, dove doveva essere una passeggiata, la sinistra avrebbe vinto per il rotto della cuffia. Mentre nei comuni minori lombardi, da Rho a Crema, a Castiglione delle Stiviere a Mortara a Erba, il centrodestra ha fatto filotto. Insomma una rotta devastante. Nonostante un surreale Vannino Chiti ieri pomeriggio minimizzasse dicendo che sì, «c'è un problema al nord, ma comunque la destra non sfonda». Alla faccia...
Anche se la cosa che più colpisce, a sera, è sentire tanti dirigenti ulivisti del nord, forse per la prima volta, minacciare che «se non la capiscono questa volta, a Roma, vorrà dire che tireremo le conseguenze». A partire dal neosegretario regionale Ds, Maurizio Martina: «per il centrosinistra al Nord è tempo di darsi una mossa. Non basta più prendere semplicemente atto dell'esistenza di una questione settentrionale. O noi, nel giro stretto di qualche mese, mettiamo mano radicalmente alla questione fiscale, che qui riguarda il 90% della gente, oppure verremo tutti travolti». Fino ad arrivare a Pizzetti: «non c'è stata la spallata al governo tanto ricercata dal centrodestra, ma per il centrosinistra - dice - si ripropone, aggravata, la questione settentrionale come grande questione nazionale. Il voto al nord prescinde dal buon governo territoriale del centrosinistra, che viene travolto dal giudizio sulle scelte del governo nazionale. Dalla legge finanziaria la sfiducia del nord nel centrosinistra nazionale è cresciuta. Occorre una netta inversione di tendenza nel rapporto con la parte più moderna del paese, già a partire dall'utilizzo dell'extra-gettito e dal procedere con determinazione sulla via delle riforme».
Già. Ma che lo facciano davvero, perché ormai siamo arrivati a un punto di non ritorno. L'incapacità di interpretare questi mondi a capitalismo diffuso in cui la qualità delle infrastrutture, la competitività dell'azienda in cui si lavora, il rapporto col fisco e con la burocrazia diventano fattori decisivi nelle scelte di voto, è ormai patente. E i territori non è detto che aspettino.
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