domenica 3 giugno 2007

Il muro settentrionale

da La Repubblica del 29 maggio 2007, pag. 1

di Alberto Statera




E’ Verona, la tradizionale "Bologna bianca", vira­ta per una breve stagione al rosa, e tendente da oggi quasi al nero che simboleggia il vallo tra le due Italie, un vallo non più solo geografico, non so­lo antipolitico, ma antropologi­co. Alessandria, Vercelli, Como, Varese, molte le vittorie scon­tante del centrodestra. Ma Verona no, Verona è l'icona del Nord che se ne va, che evade definiti­vamente, che non concede più prove d'appello al centrosini­stra, incapace di confezionare le «scorciatoie mentali» che han­no dimostrato di pagare tra Padania e Pedemontana: immi­grazione, prostituzione, sicu­rezza e meno tasse, Ici e addizionali, tanti parcheggi, poca cultura.



Pochi slogan elementari, se possibile feroci, per­ché non catturano più nel Veneto cattolico e peccatore le «fumisterie» solidaristiche del Vescovo, «alibi» della sinistra per coprire l'incapacità di scelte esplicite e forti. Figurarsi l«redistribuzione», concet­to di moda a Roma, che i lea­der nazionali ripetono inco­scientemente anche in cam­pagna elettorale sulle sponde del Po. «Redistribuire? Redi­stribuiscano a noi quelli di Roma», ci ha detto un ricco commerciante del "Listòn" vero­nese, faticando a capire il con­cetto stesso di redistribuzione. Aveva un sindaco moderato, un avvocato ex democri­stiano, la ricca e moderatissima Verona, talmente modera­ta che per un mese Forza Italia e Udc litigarono su quale dei loro possibili candidati fosse il più moderato. Poi arrivò Um­berto Bossi che senza colpo fe­rire convinse Berlusconi a sce­gliere come candidato unita­rio il leghista più trinariciuto del Triveneto, il giovane asses­sore regionale Flavio Tosi, un signore che una volta si pre­sentò in comune con una tigre al guinzaglio lanciando lo slo­gan "el leon che magna el teròn". Bell'effetto sul prosce­nio della «leaderizzazione» lo­cale, una specie di parodia di quella nazionale. Paga più la moderazione di un avvocato "understatement", timorato e ben visto nei centri del potere economico, che non ha fatto male nel suo quinquennio, o quella di un giovanotto, capa­ce di fulminee «scorciatoie mentali» per chi lo ascolta? Più i faticosi ragionamenti di Pro­di o i fulminanti slogan di Berlusconi? Condannato in secondo grado per violazione della legge Mancino avendo propagandato «idee razziste», la leggenda metropolitana veronese dice che quella condanna, nata da un'inchiesta del Pm Papalia, è stata il vero, grande assist per l'elezione quasi a furor di popolo di Fla­vio Tosi. Il che, tra l'altro, la di­ce lunga sul fenomeno Bossi, che guida un partito ai minimi termini e divorato dalle lotte intestine, ma — genio del pa­rassitismo politico e tuttora massimo interprete dell'ani­ma padana—riesce a imporre e a far vincere i candidati scel­ti da lui. Ciò che fa infuriare il governatore forzista del Vene­to Giancarlo Galan, il quale sulla scelta leghista per Vero­na, che l'altra volta lui non az­zeccò aprendo la strada al can­didato di centrosinistra, chie­se addirittura le dimissioni dei coordinatori nazionali Bondi e Cicchitto, minacciando di creare Forza Veneto, per la quale — pare ovvio — dovrebbe ormai chiedere consulenza a Bossi. Infondo, funziona an­cora e sempre da tre lustri il «modello Gentilini», sindaco al terzo mandato (ora formal-mente nel ruolo di prosinda­co) di Treviso, quello che tolse le panchine agli immigrati e consigliò di sparargli come ai leprotti. Il paradosso è che dopo tanti anni di dichiarato raz­zismo del primo cittadino, Treviso risulta la città del Nord con una delle migliori integra­zioni degli immigrati extracomunitari. Vuoi forse dire che le «scorciatoie mentali» servono alla politica per prendere voti, ma che poi funzionano canali sotterranei di compensazione della locale classe dirigente? Dove l'avrebbero spedito Gentilini le decine di migliaia di imprenditori trevigiani, se davvero gli avesse negato la necessaria manodopera stra­niera? Dove s'incontrano poi «scorciatoie mentali» e busi­ness, lì è il vero regno di Bossi. Come a Monza, dove ha impo­sto il candidato leghista Marco Mariani, più moderato, ma più «business oriented», che ha vinto con una campagna elet­torale affidata al progettista di una grande speculazione im­mobiliare della famiglia Berlusconi, la «Milano-4», che ora certamente si farà in quel di Monza per replicare i successi di «Milano-2» e «Milano-3», con il fattivo appoggio del governatore lombardo Roberto Formigoni, nel nuovo capoluogo della nuova Provincia brianzola, già costata alcune decine di milioni. La destra ne ha fatto un cavallo di battaglia, la gente la Provincia la vuole, ma poi si schifa per i costi del­la politica. Solo quella degli al­tri? A Monza, altro presunto luogo felice di moderazione, abbiamo assistito a un comizio allo stato di «preparola» di Gianfranco Fini su come cac­ciare immigrati e puttane — ovazioni — e, il giorno dopo, ad uno di Walter Veltroni, assai meno affollato, sullo «spirito di servizio» e sul sindaco santo di Firenze Giorgio La Pira, che le ragazzotte minigonnate tra­scinate in piazza Trento e Trie­ste pensavano fosse un gelato.



L'antipolitica non si celebra nella sala ovattata della Musi­ca di Renzo Piano, con Luca Cordero di Montezemolo che sul palco legge il gobbo elettro­nico, si consuma al seggio di Monza o di Gorizia, anch'essa persa per insipienza dal centrosinistra, dove del Partito Democratico nulla sanno e so­prattutto nulla vogliono sape­re. L'antipolitica si fa nell'incrocio dello smercio europeo di droga a Verona, si fa alla «Cascinazza» di Monza, dove Pao­lo Berlusconi costruirà quasi un milione di metri cubi. L'on­data antipolitica nasce dalle piccole scelte leaderistiche, nazionali e locali, dei partiti in crisi, nei quali l'elettore non si ritrova più e corre alla ricerca della scorciatoia mentale, di cui Bossi, nonostante la malattia, resta uno dei migliori inter­preti sulla piazza. Fosse stato per Berlusconi e Galan, gli obiettivi Veneti sarebbero sta­ti persi, mentre per Monza, quartiere milanese, l'odore del business è invincibile.


Poi, c'è l'effetto «Berlusconi mancante», che ha prodotto un calo della partecipazione del voto a sinistra. Se non c'è lui, che odio, perché devo an­dare a votare? Croci e delizie del leaderismo. Ma, per favo­re, nessuno ci racconti più, tre lustri dopo la dicci, di un Nord cattolico e moderato.

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