sabato 14 aprile 2007

Sicilia è ancora Italia?

da La Stampa del 12 aprile 2007, pag. 35

di Alfio Caruso


La Sicilia spende un milione di euro al giorno per le indennità, i rimborsi, le missioni degli 11 mila eletti nelle rappresentanze istituzionali. I 90 più fortunati, i consiglieri regionali, pretendono di essere chiamati onorevoli in ricordo del parlamento più antico d’Europa, vantano uno status equiparato a quello dei senatori, brillano per assenteismo, siedono nelle commissioni elargitrici di cospicui gettoni e sfarzosi viaggi all’estero. Eppure, fra le diverse assemblee regionali, esibiscono la percentuale più alta di ammanettati e ciascuno mostra una totale sottomissione alla mafia. A incidere sulla scelta di campo non è una particolare predilezione per la «società del disonore», bensì la straordinaria immanenza della stessa. Insomma, dalla mafia in Sicilia non si prescinde. Le anime bennate si sono spesso rifugiate nel suadente slogan: se tutto è mafia, niente è mafia. Rassegniamoci: sempre più spesso tutto è mafia perché il sentimento mafioso, figlio primigenio del sentimento siciliano, s’è mangiato qualsiasi spazio di legittimità.

Sessant’anni di pessima autonomia regionale, trasformata spesso in una volgare abbuffata, hanno regalato a troppi la certezza che quanto vale nel resto d’Italia non vale nell’Isola. È occorso un colpo di mano dei Ds per impedire che lo sfilacciato governo di centro-destra ritrovasse compattezza nell’approvare il cumulo dell’indennità di onorevole con quella di sindaco. L’arresto di Bartolo Pellegrino racconta d’una borghesia prona ai voleri delle cosche, insofferente d’ogni regola e legge in contrasto con il tornaconto personale. D’altronde la stessa storia di Cosa Nostra c’insegna che ai suoi vertici stanno assisi i felici rappresentanti delle arti, dei mestieri, delle professioni. Il poter assommare nella propria persona la funzione di rappresentante dello Stato e dell’Antistato costituisce l’essenza dell’autentico «spertu e malandrinu».

Ai siciliani costretti a vivere in perenne cattività evidentemente va bene.Piegano il capo dinanzi a qualunque soverchieria: l’ultima il previsto aumento del ticket sanitario per l’assistenza peggiore d’Italia, dal numero dei decessi alle condizioni igienico-ambientali degli ospedali. Nei giorni scorsi il ministro Turco ha fatto una visita pastorale a Palermo, ha ispezionato strutture dai marmi rilucenti senza badare alle sale operatorie chiuse e impresentabili, non si è sottratta all’accoglienza festosa di Cuffàro, ben lieto di ricevere simile credito da una persona perbene. Probabilmente la Turco ignora che, malgrado la Regione abbia stipulato 1.870 convenzioni, più del totale nazionale, i suoi abitanti detengono il primato dei viaggi della speranza. Perfino Provenzano, come dire la massima autorità locale, si è sobbarcato una lunga trasferta a Marsiglia con tutto ciò che ha comportato in falsificazione di documenti e in misure di sicurezza. E se non si è fidato Provenzano, un cui braccio sinistro, Michele Aiello, s’è guadagnato sul campo la qualifica di ras della sanità privata, hanno ragione di non fidarsi i suoi corregionali. Vacilla perfino la leggendaria efficienza di Cosa Nostra: nonostante controlli ospedali, laboratori, case di cura, non riesce a farli funzionare. Un magistrato della direzione distrettuale antimafia ha recentemente affermato che i morti di mala sanità in Sicilia sono morti di mafia.

Ma questa Sicilia, nella quale sette medici su dieci risultano indagati; nella quale il presidente regionale è vicino a una condanna per favoreggiamento della mafia; nella quale il Tar di Catania sfida il buonsenso pur di proteggere la squadra di calcio; nella quale il ponte sullo Stretto è diventato l’unico problema alla faccia di nove città stabilmente in fondo alla classifica per qualità della vita; nella quale le baby pensioni regionali continuano a essere in agguato; nella quale ogni richiamo alla responsabilità è subito tacciato di congiura nordista, ecco questa Sicilia è ancora Italia? O, in ossequio alla micidiale previsione di Sciascia sul progredire della linea della palma, dobbiamo chiederci: quest’Italia è ancora Europa?

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