Dal Corriere della Sera 7/4/07
Gli scetticismi sul Partito democratico
di ANGELO PANEBIANCO
Perché insoddisfazione, frustrazione, rassegnazione, scetticismo sembrano sentimenti così diffusi fra coloro che partecipano alla costruzione del Partito democratico? Perché così aspri conflitti fra i leader ne stanno segnando la nascita? Mentre i Ds e la Margherita si avviano verso i congressi che decreteranno il loro scioglimento e la nascita del nuovo partito, si constata una generalizzata mancanza di entusiasmo che non è certo il miglior viatico per chi si accinge a una nuova impresa. Perché questo accade? La spiegazione, forse, ha a che fare con il cambiamento di clima e di contesto intervenuti da quando, ormai anni fa, venne lanciata l’idea del Partito democratico. All’epoca si pensava ancora che l’Italia si sarebbe avviata a completare, in qualche modo, la sua rivoluzione «maggioritaria». Si pensava che fosse possibile stabilizzare la competizione bipolare e che le istituzioni (a cominciare dalla legge elettorale, che era allora prevalentemente maggioritaria) avrebbero favorito, prima o poi, la formazione, a sinistra e a destra, di due grandi forze politiche.
Il Partito democratico è figlio di quel clima e di quel contesto. Appariva allora non solo logico ma anche necessario, e sicuramente foriero di grandi successi politici, fare sì che i vari tronconi della sinistra che si diceva riformista confluissero in un unico partito. Quel partito, fondendo tradizioni e classi dirigenti radicate nella storia del Paese, e ormai sempre più affini, avrebbe avuto, plausibilmente, un futuro luminoso. Sarebbe diventato un grande partito a vocazione maggioritaria (come i socialdemocratici o i democristiani tedeschi, i socialisti spagnoli, i laburisti britannici, eccetera). Certo, nel suo seno sarebbero convissute, a volte anche conflittualmente, varie anime, ma questo non poteva preoccupare. In tutti i grandi partiti occidentali convivono diverse anime. Senza troppi danni, dal momento che nelle democrazie maggioritarie esistono barriere, ostacoli, che penalizzano le scissioni e le varie anime sono costrette a convivere, a fare compromessi.
Cosa è cambiato da allora? Perché il costituendo Partito democratico dà la sensazione agli stessi che vi confluiranno di avere un avvenire gramo e incerto? Sono radicalmente cambiati clima e contesto. Anziché «completare» la rivoluzione maggioritaria, abbiamo disfatto anche il poco che c’era. Da un lato, nessuna riforma della Costituzione in senso maggioritario è risultata possibile (oggi imbroglia solo le carte chi rispolvera l’argomento). Dall’altro lato, la frammentazione partitica, già elevatissima, è diventata, nel corso del tempo, selvaggia. E la riproporzionalizzazione della legge elettorale voluta dal governo Berlusconi ha fatto cadere molta altra pioggia sul bagnato.
Nel nuovo clima e nel nuovo contesto costruire partiti a vocazione maggioritaria appare un’impresa disperata. D’altra parte, se non ha l’ambizione di diventare un partito a vocazione maggioritaria, a che serve, a che può servire, il Partito democratico? Questo a me pare il problema che hanno di fronte i protagonisti, la causa profonda di tante frustrazioni odierne.
Che ci credano ormai pochissimo proprio quelli che ci dovrebbero credere di più è provato dalle loro attuali, inconsistenti, proposte di riforma elettorale (che si limitano a ritoccare l’esistente), e dai quotidiani esorcismi contro l’incombente referendum.
Si dà il caso che quel referendum sia l’unica carta oggi disponibile per tentare di invertire la tendenza, riavviare l’Italia sulla via della democrazia maggioritaria. Senza la quale, il Partito democratico, per le ragioni dette, sarebbe poco o nulla.
Con le eccezioni di Arturo Parisi, di Walter Veltroni, di Sergio Chiamparino e pochi altri, quasi tutti i leader coinvolti hanno sul punto un atteggiamento incoerente. Restano asserragliati, impotenti e inerti, all’interno del quadro proporzionalista: come dimostra la nebulosa proposta Chiti, degna compagna del progetto di riforma elettorale di quel centrodestra in cui chi parla di partito unico dei moderati non ci crede di sicuro.
Dovrebbe essere chiaro, invece, che c’è una sola possibilità residua per evitare di strangolare in culla il Partito democratico: giocare al rialzo (come ha capito Giuliano Amato), approfittare dell’occasione del referendum per riproporre i collegi uninominali e il sistema maggioritario.
Ma pensano di non poterlo fare. Perché i piccoli alleati, i nanetti, come li chiama Giovanni Sartori, farebbero cadere il governo. Perse di vista le ambiziose mete originarie del Partito democratico, i suoi futuri leader sacrificano sull’altare di un obiettivo contingente (puntellare per qualche mese ancora il quadro politico) l’obiettivo strategico. Vale per i capi dei Ds e della Margherita ma anche per Romano Prodi. Il quadro politico è, per definizione, pro tempore . Il Partito democratico, se gli si infondesse la vitalità necessaria, potrebbe essere invece un’impresa duratura. Davvero, il gioco, ossia lo scambio, non vale la candela?
Molti potrebbero obiettare: tanto peggio per il Partito democratico. Cosa può importare a chi, per esempio, non ha mai avuto intenzione di votarlo? Dovrebbe importare, invece. Perché se il Partito democratico fallisse, se facesse la fine ingloriosa dell’unificazione socialista degli anni Sessanta, non solo il centrosinistra ma anche il centrodestra resterebbero in permanenza nel marasma e nella iper-frammentazione attuali. Sarebbe allora difficile immaginare un buon futuro per una democrazia così conciata.
Angelo Panebianco
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