da La Repubblica del 12 aprile 2007, pag. 1
di Bernardo Valli
E’ il lungo momento di un lento, luminoso tramonto nella Valle della Loira, quando Nicolas Sarkozy invita a sognare una Francia liberata da «tutte le angosce, da tutte le paure» che l'attanagliano. Anche Napoleone, dice, faceva i suoi piani di battaglia con i sogni dei suoi soldati addormentati. Per non parlare di de Gaulle, ricorda sempre Sarkozy in preda a un raptus storico, che fu il più grande dei francesi quando, nei quattro anni di occupazione nazista, fu il solo «a mantenere l'onore come un invincibile sogno».
Siamo in seimila, forse di più, nella vasta costruzione geometrica, destinata ai concerti rock e alle mostre dei prodotti, soprattutto agro-alimentari, di questa ricca regione. L'invito a sognare è accolto da un profondo, compunto silenzio (che forse può' turbare un devoto dell'irrispettoso Rabelais, nato in questa civilissima valle).
Mancano soltanto dieci giorni al primo voto delle elezioni presidenziali e quindi il sogno, annuncia l'oratore, sta per diventare realtà. Basta che i francesi dicano "no" alla fatalità e al declino, votando per lui. E lui è pronto. Perché per lui essere presidente della Repubblica «è un'ascesi, una rinuncia di sé, della propria felicità personale, dei propri sentimenti, dei propri interessi, per dedicarsi alla felicità dei francesi, al prestigio della Francia, alla grandezza dello Stato e al bene comune». La prevista ovazione esplode puntuale: «Sar-ko-zy pré-si-dent!» Più che un auspicio, sembra il grido di una vittoria annunciata, se ci si adegua ai pronostici quasi unanimi e fin troppo insistenti dei media e degli esperti in demoscopia. Un successo imminente, si ripete, portato dal vento di destra che soffia sulla Francia.
Nel Parc des Expositions, alla periferia di Tours, c'è un campionario dell'elettorato del candidato di centro destra, di cui le analisi sociologiche fanno il seguente ritratto. Non mancano gli operai, occupati più nell'artigianato, nei trasporti, nella manutenzione, che nell'industria. È uno strato popolare che in gran parte ha abbandonato la sinistra da tempo, che apprezza il linguaggio diretto e fermo di Sarkozy, e che slitta a volte verso l'estrema destra di Le Pen. Prevalgono, come è ovvio, i rappresentanti di quelle che chiamiamo genericamente classi medie e che sono sensibili al principio delle responsabilità individuali. Uno degli slogan preferiti da Sarkozy è «chi lavora di più deve guadagnare di più». Altrettanto ovvia è l'assenza dell'elite economica, che non partecipa ai comizi ma che punta quasi compatta su di lui, considerandolo il solo capace di ridimensionare i costi dello Stato sociale.
È sufficiente un colpo d'occhio per capire quanto sia stata radicale la decomposizione dei due tradizionali schieramenti elettorali. Fino agli anni Settanta i quadri e le professioni intellettuali votavano a destra. Dalla metà degli anni Ottanta i francesi che hanno «superato il bac» (la maturità) votano piuttosto a sinistra. E l'elettorato popolare è andato nella direzione opposta. Non è un fenomeno soltanto francese. I confini di classe non sono stati abbattuti ma contano molto meno. Il tema delle disuguaglianze, della giustizia sociale, conserva la sua forza, ma il discorso sull'identità nazionale e la sicurezza prevale. E questi ultimi sono gli argomenti tradizionali della destra, in cui la sinistra è rimasta impigliata, non riuscendo a imporre con efficacia i temi sociali, di cui dovrebbe essere la depositaria.
Così la campagna elettorale, arrivata nella sua fase finale, a soli dieci giorni dal primo turno, è ritmata da Nicolas Sarkozy. E Ségolène Royal, all'inizio favorita dalla sua immagine, correrebbe adesso il rischio, stando ai sondaggi, di essere esclusa dal ballottaggio, come accadde a Lionel Jospin, candidato socialista nel 2002 e superato in quell'occasione da Jean Marie Le Pen. Questa volta a scavalcare Ségolène Royal sarebbe François Bayrou, il candidato centrista. Se questo dovesse accadere, la vittoria di Nicolas Sarkozy al secondo turno (il 6 maggio) sarebbe molto meno scontata. Come ruba elettori a sinistra, Bayrou ruba elettori a destra. E se arrivasse al ballottaggio potrebbe trascinare un elettorato di centro sinistra, deciso a contrastare il candidato di destra del quale inquieta il carattere autoritario, comunque giudicato «imprevedibile».
Questi fantasmi sono assenti dal Parc des Expositions dove Nicolas Sarkozy da il meglio di se stesso. La settimana scorsa, il solo membro di origine araba del governo, il sottosegretario Azuz Begag, nel frattempo dimissionario, ha rivelato di essere stato ripetutamente insultato («coglione!») dall'allora ministro degli interni in preda alla collera. In altre occasioni Sarkozy ha perso la calma. L'insulto («canaglia») lanciato ai giovani, al momento della sommossa nelle banlieues, gli ha impedito finora di tenere comizi nei quartieri dove potrebbero rinfacciargli quell'intemperanza. Ma adesso il tono del discorso oscilla tra il solenne, l'appassionato, il colloquiale. Non c'è traccia del "bullo" descritto dagli avversari. Sarkozy si presenta come il figlio di immigrati che deve tutto alla Francia. A Jean Marie Le Pen, che non lo considera «abbastanza francese» per pretendere alla massima carica della Quinta Repubblica, replica: «Sì, sono il figlio di un ungherese e il nipote di un greco nato a Salonicco che ha combattuto per la Francia nella Grande Guerra. Sì, monsieur Le Pen, la mia famiglia è venuta da lontano, ma nella mia famiglia amiamo la Francia perché sappiamo quel che le dobbiamo». E si dichiara un francese di sangue misto, convinto che si è francesi in proporzione all'amore che si ha perla Francia.
«Francia», «nazione», «Stato» sono le parole che più risuonano nella vasta costruzione geometrica in cui di solito si odono le note della musica rock. Echeggiano vibranti, come giaculatorie, ma senza aggressività. Vogliono definire l'identità nazionale in un Paese in cui molti hanno «il sentimento di non saper più a che punto sono». L'immigrazione, l'Europa senza frontiere, la mondializzazione danno un'impressione di insicurezza. Nicolas Sarkozy cavalca quei due temi, l'identità nazionale e la sicurezza, rivolgendosi a tutte le componenti del suo virtuale elettorato. A quella popolare, un tempo di sinistra, ricorda i grandi nomi del socialismo, da Jean Jaurès a Leon Blum. Sembra che si sia invaghito di loro. Li cita in ogni comizio.
Quelli erano veri patrioti. La sinistra d'oggi li ha rinnegati. Ha voltato loro le spalle. Non difende più i lavoratori. E comunque non li rappresenta più. Invece lui, Sarkozy, è al fianco di chi lavora. Ai francesi tentati dal Front National come baluardo all'immigrazione elencale regole severe a cui gli stranieri devono attenersi se vogliono lavorare in Francia. Anzitutto devono rispettarla e amarla. Parlare e scrivere la lingua. Non essere poligami e non portare il velo A tutti promette l'ordine, al quale si è dedicato negli anni in cui è stato ministro degli interni. Annuncia uno Stato forte ma non troppo invadente. Un po' colbertista, accentratore, e un po' liberista. Parla di una Francia generosa che esige di essere amata. Ai deboli va dato aiuto, ma l'assistenzialismo non è una soluzione. Dice un po' tutto e un po' il contrario di tutto. Segue il vento di destra che soffia sulla Francia. Ma è il vento di una destra, come ripete, repubblicana.
Ségolène Royal si è trovata spiazzata. Non poteva lasciare il monopolio della nazione al suo avversario e ha sventolato il tricolore e fatto suonare la Marsigliese. La sua nazione è più repubblicana, più carica di valori sociali di quella di Sarkozy, ma la sua esaltazione, benché contenuta, è bastata per dirottare non poche intenzioni di voto che sembravano acquisite verso i candidati dell'estrema sinistra. Questa diserzione l'ha indebolita in vista del primo turno. Cinque anni fa fu fatale a Lionel Jospin. In quanto alla sicurezza, altro argomento chiave, la candidata socialista ha parlato di un ordine «giusto». L'aggettivo ha rivelato imbarazzo. Ha scontentato gli uni e non è apparso sufficiente agli altri. Di fronte a un Nicolas Sarkozy, per alcuni incarnazione in Francia della rivoluzione conservatrice americana, la candidata socialista avrebbe dovuto, dovrebbe adottare un discorso più ancorato ai problemi sociali. Il tentativo di rinnovare il pensiero di sinistra con un innesto di idee di destra si sarebbe rivelato una trappola.
Nessun commento:
Posta un commento