sabato 14 aprile 2007

Più nazione e sicurezza ecco Sarkozy

da La Repubblica del 12 aprile 2007, pag. 1

di Bernardo Valli




E’ il lungo momento di un lento, luminoso tramonto nella Valle della Loira, quando Nicolas Sarkozy invita a sognare una Francia liberata da «tutte le angosce, da tutte le pau­re» che l'attanagliano. Anche Napoleone, dice, faceva i suoi piani di battaglia con i sogni dei suoi soldati addormentati. Per non parlare di de Gaulle, ricorda sempre Sarkozy in preda a un raptus storico, che fu il più gran­de dei francesi quando, nei quat­tro anni di occupazione nazista, fu il solo «a mantenere l'onore come un invincibile sogno».



Siamo in seimila, forse di più, nella vasta costruzione geo­metrica, destinata ai concerti rock e alle mostre dei prodotti, soprat­tutto agro-alimentari, di questa ricca regione. L'invito a sognare è accolto da un profondo, compun­to silenzio (che forse può' turbare un devoto dell'irrispettoso Rabelais, nato in questa civilissima val­le).



Mancano soltanto dieci giorni al primo voto delle elezioni presi­denziali e quindi il sogno, annuncia l'oratore, sta per diventare realtà. Basta che i francesi dicano "no" alla fatalità e al declino, vo­tando per lui. E lui è pronto. Perché per lui essere presidente della Re­pubblica «è un'ascesi, una rinun­cia di sé, della propria felicità per­sonale, dei propri sentimenti, dei propri interessi, per dedicarsi alla felicità dei francesi, al prestigio della Francia, alla grandezza dello Stato e al bene comune». La previ­sta ovazione esplode puntuale: «Sar-ko-zy pré-si-dent!» Più che un auspicio, sembra il grido di una vittoria annunciata, se ci si adegua ai pronostici quasi unanimi e fin troppo insistenti dei media e degli esperti in demoscopia. Un succes­so imminente, si ripete, portato dal vento di destra che soffia sulla Francia.



Nel Parc des Expositions, alla periferia di Tours, c'è un campionario dell'elettorato del candidato di centro destra, di cui le analisi sociologiche fanno il seguente ritratto. Non mancano gli operai, occupati più nell'artigianato, nei trasporti, nella manutenzione, che nell'industria. È uno strato popolare che in gran parte ha abbandona­to la sinistra da tempo, che apprezza il linguaggio diretto e fermo di Sarkozy, e che slitta a volte verso l'e­strema destra di Le Pen. Prevalgono, come è ovvio, i rappresentanti di quelle che chiamiamo genericamente classi medie e che sono sensi­bili al principio delle responsa­bilità individuali. Uno degli slogan preferiti da Sarkozy è «chi la­vora di più deve guadagnare di più». Altrettanto ovvia è l'assenza dell'elite economica, che non par­tecipa ai comizi ma che punta qua­si compatta su di lui, consideran­dolo il solo capace di ridimensio­nare i costi dello Stato sociale.



È sufficiente un colpo d'occhio per capire quanto sia stata radica­le la decomposizione dei due tra­dizionali schieramenti elettorali. Fino agli anni Settanta i quadri e le professioni intellettuali votavano a destra. Dalla metà degli anni Ottanta i francesi che hanno «supera­to il bac» (la maturità) votano piut­tosto a sinistra. E l'elettorato po­polare è andato nella direzione op­posta. Non è un fenomeno soltan­to francese. I confini di classe non sono stati abbattuti ma contano molto meno. Il tema delle disugua­glianze, della giustizia sociale, conserva la sua forza, ma il discor­so sull'identità nazionale e la sicu­rezza prevale. E questi ultimi sono gli argomenti tradizionali della de­stra, in cui la sinistra è rimasta im­pigliata, non riuscendo a imporre con efficacia i temi sociali, di cui dovrebbe essere la depositaria.



Così la campagna elettorale, ar­rivata nella sua fase finale, a soli dieci giorni dal primo turno, è rit­mata da Nicolas Sarkozy. E Ségolène Royal, all'inizio favorita dalla sua immagine, correrebbe adesso il rischio, stando ai sondaggi, di es­sere esclusa dal ballottaggio, come accadde a Lionel Jospin, candida­to socialista nel 2002 e superato in quell'occasione da Jean Marie Le Pen. Questa volta a scavalcare Ségolène Royal sarebbe François Bayrou, il candidato centrista. Se questo dovesse accadere, la vitto­ria di Nicolas Sarkozy al secondo turno (il 6 maggio) sarebbe molto meno scontata. Come ruba eletto­ri a sinistra, Bayrou ruba elettori a destra. E se arrivasse al ballottag­gio potrebbe trascinare un eletto­rato di centro sinistra, deciso a contrastare il candidato di destra del quale inquieta il carattere au­toritario, comunque giudicato «imprevedibile».



Questi fantasmi sono assenti dal Parc des Expositions dove Nicolas Sarkozy da il meglio di se stesso. La settimana scorsa, il solo membro di origine araba del governo, il sot­tosegretario Azuz Begag, nel frat­tempo dimissionario, ha rivelato di essere stato ripetutamente insultato («coglione!») dall'allora ministro degli interni in preda alla collera. In altre occasioni Sarkozy ha perso la calma. L'insulto («ca­naglia») lanciato ai giovani, al mo­mento della sommossa nelle banlieues, gli ha impedito finora di te­nere comizi nei quartieri dove po­trebbero rinfacciargli quell'in­temperanza. Ma adesso il tono del discorso oscilla tra il solenne, l'ap­passionato, il colloquiale. Non c'è traccia del "bullo" descritto dagli avversari. Sarkozy si presenta co­me il figlio di immigrati che deve tutto alla Francia. A Jean Marie Le Pen, che non lo considera «abba­stanza francese» per pretendere alla massima carica della Quinta Repubblica, replica: «Sì, sono il fi­glio di un ungherese e il nipote di un greco nato a Salonicco che ha combattuto per la Francia nella Grande Guerra. Sì, monsieur Le Pen, la mia famiglia è venuta da lontano, ma nella mia famiglia amiamo la Francia perché sappia­mo quel che le dobbiamo». E si di­chiara un francese di sangue mi­sto, convinto che si è francesi in proporzione all'amore che si ha perla Francia.



«Francia», «nazione», «Stato» sono le parole che più risuonano nella vasta costruzione geometri­ca in cui di solito si odono le note della musica rock. Echeggiano vi­branti, come giaculatorie, ma sen­za aggressività. Vogliono definire l'identità nazionale in un Paese in cui molti hanno «il sentimento di non saper più a che punto sono». L'immigrazione, l'Europa senza frontiere, la mon­dializzazione dan­no un'impressione di insicurezza. Ni­colas Sarkozy caval­ca quei due temi, l'i­dentità nazionale e la sicurezza, rivol­gendosi a tutte le componenti del suo virtuale elettorato. A quella popolare, un tempo di sini­stra, ricorda i grandi nomi del sociali­smo, da Jean Jaurès a Leon Blum. Sembra che si sia invaghito di loro. Li cita in ogni comizio.



Quelli erano veri patrioti. La sinistra d'oggi li ha rinnegati. Ha voltato loro le spalle. Non difende più i lavoratori. E comunque non li rappresenta più. Invece lui, Sarkozy, è al fianco di chi lavora. Ai francesi tentati dal Front National come baluardo all'immigrazione elencale regole severe a cui gli stra­nieri devono attenersi se vogliono lavorare in Francia. Anzitutto de­vono rispettarla e amarla. Parlare e scrivere la lingua. Non essere poli­gami e non portare il velo A tutti promette l'ordine, al quale si è de­dicato negli anni in cui è stato mi­nistro degli interni. Annuncia uno Stato forte ma non troppo inva­dente. Un po' colbertista, accentratore, e un po' liberista. Parla di una Francia generosa che esige di essere amata. Ai deboli va dato aiu­to, ma l'assistenzialismo non è una soluzione. Dice un po' tutto e un po' il contrario di tutto. Segue il vento di destra che soffia sulla Francia. Ma è il vento di una destra, come ripete, repubblicana.


Ségolène Royal si è trovata spiazzata. Non poteva lasciare il monopolio della nazione al suo avversario e ha sventolato il tricolore e fatto suonare la Marsigliese. La sua nazione è più repubblicana, più carica di valori sociali di quella di Sarkozy, ma la sua esaltazione, benché contenuta, è bastata per dirottare non poche intenzioni di voto che sembravano acquisite verso i candidati dell'estrema sini­stra. Questa diserzione l'ha inde­bolita in vista del primo turno. Cinque anni fa fu fatale a Lionel Jospin. In quanto alla sicurezza, altro ar­gomento chiave, la candidata so­cialista ha parlato di un ordine «giusto». L'aggettivo ha rivelato imbarazzo. Ha scontentato gli uni e non è apparso sufficiente agli al­tri. Di fronte a un Nicolas Sarkozy, per alcuni incarnazione in Francia della rivoluzione conservatrice americana, la candidata socialista avrebbe dovuto, dovrebbe adotta­re un discorso più ancorato ai pro­blemi sociali. Il tentativo di rinno­vare il pensiero di sinistra con un innesto di idee di destra si sarebbe rivelato una trappola.

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