sabato 14 aprile 2007

La Margherita dice sì ma soffre “È un matrimonio squilibrato”

da La Repubblica del 13 aprile 2007, pag. 17

di Edmondo Berselli


Rutelliani, prodiani, parisiani. E poi popolari, laici, li­berali, socialisti, ambientalisti. Un vortice, una girandola di congressi, di circoli, di tessere, con un corollario tardo-democristiano di ricorsi e contestazio­ni. Se c'è un partito versatile, an­zi di più, un partito costitutiva­mente eclettico, questo è la Mar­gherita. Con uno spettro varie-gatissimo di sfumature, di tradi­zioni, di ispirazioni, di culture.



In effetti la Margherita è un partito "post", che viene dopo che è succes­so tutto: dopo la dissolu­zione della Democrazia cristiana, dopo la con­fluenza dei democratici dell'Asinello prodiano, e soprattutto dopo la fine o la trasfigurazione delle culture politiche tradi­zionali: «In teoria», dice uno degli esponenti più vicini ad Arturo Parisi, il bolognese Antonio La Forgia, ex comunista di antiche ascendenze ingraiane, «noi siamo il partito più moderno dell'U­nione. Con le caratteristiche più profonde del catch-all-party, il partito "pigliatutto" che si rivol­ge alla società intera con un'idea di modernizza-zione del paese». E che perciò non esprime verso il futuro partito democra­tico le resistenze che si manifestano apertamente o che serpeggiano come una febbre nel corpo dei Ds.



Piuttosto c'è ansia, se non proprio timore, per la «fusione asimmetrica». Cioè per un matrimonio fra partiti squilibrati numericamente, a vantaggio dei Ds. «Non siamo proprio alla ri­cetta impazzita del pasticcio di allodola e cavallo — dice La For­gia — ma la differenza numerica fra i due partiti maggiori del cen­trosinistra balza in primo piano in ogni discussione e in ogni ipotesi per il dopo congresso». Ed è riconoscibile anche una specie di continua, evocata, sottolinea­ta "subliminal competition" con il partito di Fassino.



Il paragone fra i due partiti a prima vista è semplice. I con­gressi dei Democratici di sinistra si sono svolti nel modo più tradi­zionale e identificabile: la mo­zione del segretario, con il dis­senso strutturale della mozione Mussi, e la fronda della terza mozione, Angius-Zani. Mentre dentro la Margherita i settori di resistenza aperta all'approdo nel Pd sono limitati. Piccole en­clave di refrattari. Prevale sem­mai un'inquietudine, resa espli­cita da uno dei giovani leader del partito, Lapo Pistelli: «Le strate­gie all'interno dei Ds sono chia­re; c'è l'eventualità che una par­te del nucleo dirigente si stacchi, ma in linea di tendenza non si staccheranno gli elettori. Men­tre per noi vale il contrario: il gruppo dirigente è compatto, ma con la rinuncia di un'identità specifica c'è invece il timore di perdere quote di elettori».



Dentro la Margherita si guar­da con freddezza ai dati dei son­daggi, che al momento fissano pessimisticamente il Partito de­mocratico a un quarto dell'elet­torato. «Intanto il fatto più importante», dice uno degli uomi­ni di punta, il presidente dei de­putati dell'Ulivo Dario Franceschini, «è che al Pd la Margherita ci arriva tutta intera, senza defe­zioni e senza rotture». Sembra un'ovvietà, ma sullo sfondo di questo risultato c'è un lavorio che ha cambiato la struttura del partito. Oggi la Margherita è il ri­sultato dell'incontro di Chianciano dell'autunno scorso, in cui i popolari, capitanati anche simbolicamente dal "tridente" composto da Enrico Letta, Franceschini e Giuseppe Fioroni, hanno riallineato il partito sulla struttura organizzativa degli ex popolari, guadagnando nei con­gressi locali un largo vantaggio.



Con quale risultato e quali prospettive? A sentire gli uomini del "tridente", l'avere oggi un partito con un 70-80 percento di matrice popolare è un risultato tutt'altro che negativo nel momento in cui occorrerà avviare una fase "contrattuale" con i Ds, ossia quando comincerà la con­vivenza, dopo i due congressi si­multanei e in attesa dell'assem­blea costituente dell'autunno prossimo.



Ma nel frattempo aleggiano sull'itinerario verso il Pd un paio di problemini tutt'altro che semplici. Che si chiamano nientemeno Rutelli e Prodi. Per quanto riguarda il presidente della Margherita, al momento il suo ridimensionamento è in­dubbio. Dovrà reinventarsi un ruolo puntando sul fatto che la sua figura è la garanzia formale e sostanziale che il Partito democratico non sarà una riedizione minore del compromesso con­sociativo fra sinistra democri­stiana ed ex Partito comunista.



Quanto al premier, il discorso si fa delicato: perché Prodi va considerato il padre fondatore, possibilmente il futuro presi­dente del partito democratico, il federatore di una iniziativa che rivoluziona il centrosini­stra e la politica italiana, e che a suo giudizio non si conclude affatto con la fusione fra Ds e Marghe­rita. Ma per l'ala più esplicita della Margherita, rappresentata ad esem­pio dal sindaco di Vene­zia Massimo Cacciari, «Prodi è un hapax logomenon, termine filologi­co per indicare un termi­ne unico, che ricorre solo in quell'autore. Pensa di poter governare il Paese e poi anche il futuro partito, soltanto dalla posizione di presidente del Consiglio».



Liquidato anche Prodi? No, ma si ha la sensazione palpa­bile che con il Big Bang costi­tuente si assisterà a un cambia­mento radicale nella politica del centrosinistra. Prodi ha scritto all'Unità che auspica un «parti­to dei cittadini», aperto alla so­cietà civile, ai movimenti, alle associazioni. Dimostrando così che non ha nessuna intenzione di assistere da spettatore passivo alla genesi del nuovo partito. An­che il capo del governo sa bene che finiranno al macero alcuni schemi che nell'ultimo decen­nio hanno dettato il codice di comportamento della politica italiana. Come dice Franceschini: «Forse non ci siamo ancora resi conto che con la nascita del Pd finiscono tutte le rendite di posizione. Non basterà più qua­lificarsi come i più moderati del­la coalizione per guadagnarsi le candidature. Non ci sarà più la figura dell'uomo di garanzia elet­torale, il moderato che traghetta la sinistra nell'area del governo. Dentro il Partito democratico saremo tutti uguali, e questa è più o meno la rivoluzione».



Il che significa che il processo costituente sarà verosimilmen­te movimentato. Se Fassino si sente legittimato a concorrere alla leader­ship del Pd, altre fi­gure nutriranno la stessa ambizione. E non va perso di vista un aspetto destina­to a complicare ulteriormente i giochi: nella po­litica postideologica le aggre­gazioni di parti­to si formano intorno a una leadership. Quindi nella Margherita tutti sanno be­nissimo che si porrà il problema di decidere se il ca­po del Partito de­mocratico sarà an­che il candidato del­lo schieramento alle elezioni politiche e quindi alla premiership. «Credo che in un primo momento sarà opportuno te­nere distinte queste due posizioni», com­menta Giulio Santagata, ministro per l'attua­zione del programma, l'uomo più in vista della piccola pattuglia prodiana. Anche perché tutti sanno che nell'ar­co temporale dell'effet­tivo varo politico del Pd, di qui alle elezioni europee del 2009, la fusione fredda dovrà scaldarsi fino a far emergere una leadership nuova: «Inu­tile metterci un'ipoteca adesso».



E su questo tema si ri­scontra effettivamente la duttilità della Margherita, di cui fa parte anche la tra­dizionale disponibilità de­mocristiana alla scelta pragmatica del leader. Per i Ds, la corsa alla posizione di vertice può essere l'ultima battaglia per lo sdoganamento dello sdoganamento, la per­fetta legittimazione senza più residui o riserve mentali. Invece per la Mar­gherita, la gara per la leadership è più che altro un modo di fare politica nello scenario nuovo: «Ognuno dovrà metterci del suo», ridacchia Franceschini, proprio perché non ci saranno diritti ereditari da far valere. E La Forgia, con un realismo che vie­ne da lontano: «I Ds hanno una forza elettorale superiore, ma a ben guardare la Margherita è già una specie di partito democrati­co. Tanto per capirci, noi, al casi­no, ci siamo più abituati».

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