sabato 14 aprile 2007

Partito democratico (cristiano)

da La Stampa del 13 aprile 2007, pag. 1

di Augusto Minzolini


Il profilo programmatico del Partito De­mocratico continua ad essere confuso. Come pure il meccanismo con cui storie politiche diverse dovrebbero fondersi. E le contraddizioni, al solito, vengono esorcizza­te con l'enfasi di un nuovismo che piace solo ad alcuni o con il pragmatismo che non con­vince tutti. O, ancora, con le mozioni degli affetti su una nuova missione talmente inde­finita da non scaldare i cuori.



Una cosa, però, è certa e su questo non ci sono dubbi: lì dentro, in quel partito che ancora deve nascere tutti vogliono comandare.



Tant'è che dei discorsi dedicati in questi giorni al Partito democratico dall'uomo che potrebbe essere consi­derato l'ostetrico della nuova creatu­ra, Piero Fassino, ciò che è rimasto impresso nella memoria di tutti è la sua voglia di diventarne il primo pre­sidente, o il primo segretario, o il pri­mo coordinatore. Insomma, le sue ambizioni. «Ci sono tanti che aspira­no - ama ripetere in questi giorni il leader della Quercia - e io non ho cer­to meno titoli. Anzi, forse di più». Fas­sino addirittura è tornato ad intro­durre un argomento che è stato un pezzo di storia De, quello del «doppio incarico», cioè l'avversione ad un ver­tice che faccia coincidere la figura del premier con quella del leader del partito: «Le due persone possono coincidere oppure no», ha spiegato. La frase spazza via l'ipocrisia di non ammettere che molti dei proble­mi che hanno rallentato e stanno ral­lentando la nascita del Partito demo­cratico riguardano il suo gruppo diri­gente futuro. Anzi, si può dire che il problema è tutto 6: l'area diessina che non aderirà, ad esempio, se ne va in fin dei conti solo per la paura di non avere più posti di rappresentan­za in un partito al quale qualche son­daggio assegna uno striminzito 23%; quelli che rimangono, invece, voglio­no avere garanzie sui ruoli che svol­geranno in futuro. E in fondo l'idea di avere due poltrone, invece di una (candidato al governo e leader del partito) può aiutare a risolvere la questione. Almeno in parte. Non per nulla l'ipotesi dello sdoppiamento non trova contrario Francesco Rutelli, il quale in privato fa capire ai suoi che lui scenderà in campo come al­ternativa a Fassino: «Sarà dura - ha spiegato agli amici - ma io giocherò le mie carte».



A stare attenti ai movimenti del­l'ex sindaco di Roma si arguisce che il personaggio sta tentando di crea­re un «ticket» con il suo successore in Campidoglio, Walter Veltroni: in un patto di mutua assistenza que­st'ultimo potrebbe diventare l'uomo di governo mentre «ciccio bello» il primo leader del Partito democrati­co. O viceversa. Una soluzione geometrica: in questo modo, infatti, i due soggetti che si fonderanno, Ds e Margherita, avranno entrambi una rappresentanza al vertice del nuovo partito. In fondo la storia della De è piena di «patti» del genere: il più fa­moso fu quello di San Ginesio tra Ar­naldo Forlani e Ciriaco De Mita, du­rò vent'anni. Qualcuno dirà che c'en­tra il Pd con la De? C'entra, c'entra. Come ama ripetere un king-maker della corsa alla leadership, Franco Marini: «Basta che in un partito ci sia un ex de e le regole del gioco le impo­ne lui». Solo che questa volta il patto Veltroni-Rutelli non nasce in un convento, ma benedetto, questo sì, dall'in-gegner Carlo De Benedetti.



Per cui l'uomo che si è scelto il ruo­lo della lepre nella corsa alla leader­ship del nuovo partito, cioè Fassino, ri­schia non poco. Deve fronteggiare l'at­tacco mediatico dei suoi avversari che nei sondaggi dimostrano di avere più appeal di lui e, soprattutto, deve trova­re alleati. Cosa non facile. Massimo D'Alema, altro king-maker, non sem­bra apprezzarlo. «Quando gli ho detto che Piero è già ai blocchi di partenza -racconta un dirigente diessino - ha storto la bocca e ha risposto con il tipi­co "mah!" di disapprovazione». Tutte cose che Fassino sa. E il suo bersaglio principale è Walter Veltroni, perché anche se ci saranno due poltrone inve­ce di una al vertice del nuovo partito non potranno essere occupate entram­be da ex ds: «So che Veltroni scenderà in campo - è l'assicurazione che ha da­to ai suoi fedeli - ma io mi metterò di mezzo». Solo che dovrà guardarsi da più parti. C'è Veltroni ma anche il «liberalizzatore» del centro-sinistra, Pierluigi Bersani: chiede «volti nuovi» per la guida del Pd che somigliano tan­to al suo identikit.



«Chi entra Papa esce cardinale»: al­la fine il detto che è stato coniato per il Conclave, che è andato bene per i congressi De ora sarà riadattato per il Pd. Del resto anche quell'anima pia di Arturo Parisi avverte che alla corsa per la leadership dovranno partecipare più concorrenti: «Non ci dovrà essere un candidato unico». E ricorda che il fondatore del Pd è Romano Prodi. Già, il Professore. Guai a dimenticarselo. Non piacerà a tre quarti del paese ma è sempre lì. «Nel Partito democratico - si inalbera l'ulivista Enrico Morando - il leader di governo deve coincidere con quello di partito. E finché c'è Pro­di, c'è Prodi. Lo sdoppiamento è un'in­venzione di Fassino». Un discorso che non piace ad un ex dc, come il sottose­gretario, Giampaolo D'Andrea, che si ricollega ancora una volta alla storia dello scudocrociato: «Il doppio incari­co non funziona. Nella dc era impossi­bile. Chi fece il contrario - Fanfani e De Mita - fece una brutta fine».



Così, a ben vedere, il Pd rischia di essere un ritorno al passato: con le cor­renti, i capi e i congressi all'ultimo san­gue. E' l'immagine che ne da uno che se n'è andato, come l'ex direttore dell'Uni­tà Giuseppe Caldarola: «C'è una sola questione: chi deve comandare. Guar­date Fassino: per mettersi alla pari con Veltroni che sembra nato nell'89, ha fatto un lavacro del suo passato. Si è ri­cordato dei Gulag. Ma alla fine decide­ranno i due king-maker, D'Alema e Ma­rini, i capi dei dorotei di quello che do­vrebbe essere un partito nuovo. Insom­ma, tanto casino per nulla».

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