sabato 3 marzo 2007

Un'élite da ripensare

da La Stampa.it del 28 febbraio 2007

di Paolo Baroni


Classe dirigente? Se lo sei non lo dici, lo fai» sentenzia il sociologo Ilvo Diamanti. «Si guarda ma non si piace - aggiunge Nadio Delai -. Fatica a riconoscersi». Ma esiste in Italia una classe dirigente degna di questo nome? Molti rispondono di no. Molti gestiscono, pochi decidono. Tanti si occupano dell’oggi, quasi nessuno del domani.

La fotografia scattata dalla Luiss dà una rappresentazione un po’ sfuocata, per nulla brillante, delle élite che guidano il Paese. Come confermano anche gli esperti chiamati dall’Università della Confindustria a commentare la ricerca, la prima in assoluto in Italia su questo tema e realizzata assieme alle Università di Bologna e della Marche. Lo stesso titolo è significativo: «Generare classe dirigente. Un percorso da costruire». «Per le élite del futuro - spiega il presidente di Confindustria Luca Montezemolo - servono competenza e passione civile, senso patriottico e capacità di guardare avanti, ma con i piedi ben radicati nel passato. L’università ha un ruolo fondamentale: deve intervenire per contribuire a creare la classe dirigente di domani formando personalità che avvertano la responsabilità dell’interesse collettivo».

Chi comanda
Quanti sono quelli che contano nel nostro Paese? I «numeri uno», sono poco meno di 2000: 713 nella politica e nelle istituzioni, 243 nelle associazioni di rappresentanza, 748 nelle banche e nelle imprese, 72 nell’università e nella ricerca e 148 tra mass media e opinion maker. Questi sono i veri leader, quelli che fanno leva su carisma, notorietà e potere di decisione e sono riconosciuti ovunque, in Italia e all’estero. Un gradino più sotto si collocano 6 mila persone, la cosiddetta «élite traente» che fa leva sul potere della propria organizzazione per incidere sulle decisioni importanti. La «base» dell’establishment nazionale è però rappresentato da altre 17 mila persone, innanzitutto dirigenti della Pubblica amministrazione. Una «élite di policy» che sfrutta i vantaggi della propria organizzazione nella gestione della negoziazione degli interessi diffusi sul territorio. Pochi, tanti? «Il problema - spiega Delai - è che negli ultimi anni l’ansia dello spoil system ha mandato in crisi la formazione delle nuove leve. I troppi cambi si sono rivelati dannosi».

Caste isolate
I ceti più forti si sono messi a «fare fortino», si sono rinchiusi in se stessi rallentando il ricambio ed è cresciuta l’età media della classe dirigente, da 56,8 a 61,8 anni tra il 1990 e il 2004. «Il deficit di leadership del nostro Paese è evidente» spiega uno dei curatori della ricerca, Carlo Carboni. «La popolazione vorrebbe più competenze specifiche e chiede senso di responsabilità, e invece vede che si affermano valori esattamente contrari». Dovrebbe contare la «conoscenza» e invece prevalgono le «conoscenze». Appena uno su quattro degli appartenenti a queste classi si sente effettivamente parte di una élite. Lo scarto tra caratteristiche ideali e caratteristiche reali è fortissimo. Nel primo caso la ricerca indica «visione strategica e capacità di anticipare i problemi» (97,8% delle risposte), «capacità di attuare le decisioni» (95,8%) e «capacità di innovazione e creatività» (95,3), mentre nei fatti pesano molto di più l’«avere relazioni importanti» (81,6%), «privilegiare la tutela e la promozione di interessi specifici» (78,7%) e «l’orientamento alla ricerca e alla difesa di interessi personali» (77,1%).

Questione di potere
Lo scarto tra teoria e realtà si coglie a pieno anche analizzando le varie categorie: troppo potere a magistrati, giornalisti e mass media, vertici sindacali e banche, e troppo poco potere alle principali cariche dello Stato, ai vertici delle associazioni di categoria e agli imprenditori delle aziende medie e grandi. «La classe dirigente italiana non si sente classe dirigente e quindi non si comporta come tale - sintetizza Massimo Bergami dell’Università di Bologna -. E questo spiega molti dei problemi che abbiamo in Italia».

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