sabato 3 marzo 2007

Chi vuole una Rifondazione socialista non dice una parola su come organizzarsi

Da Il Riformista
3/3/07
di Federico Fornaro

Leggendo in queste settimane della ritrovata vitalità nell’area socialista e di progetti di Rifondazione socialista credo possa tornare utile al dibattito in corso rammentare, parafrasando un antico detto popolare, che «le idee camminano con le gambe dell’organizzazione».
Intendiamoci, partiti di sinistra senza un coerente patrimonio ideale non hanno alcun significato, ma attenzione a non commettere l’errore fatale di dimenticarsi dell’importanza del radicamento territoriale, insomma, in una parola dell’organizzazione. La storia italiana, infatti, ci ha fornito più di un esempio di soggetti politici dotati di un bagaglio culturale e di idee di prim’ordine, che hanno clamorosamente fallito, proprio per aver sottovalutato gli aspetti materiali della propaganda (oggi si direbbe della comunicazione politica), delle sezioni e delle risorse economiche necessarie.
Un esempio di questo genere è stato il Partito d’Azione, erede del movimento di Giustizia e Liberta, uscito dall’esperienza resistenziale come uno dei maggiori protagonisti della lotta contro il nazifascismo. Forti dell’immagine di coraggio e di determinazione di molti dei suoi comandanti partigiani, gli azionisti ebbero un brutto risveglio all’indomani delle elezioni del 2 giugno 1946. Nonostante i commentatori dell’epoca (i sondaggi per nostra fortuna non esistevano ancora) gli attribuissero nelle previsioni un buon 10%, il Partito d’Azione raccolse un modesto 2,5%, con un piccolo drappello di deputati nell’Assemblea Costituente. Un partito che durò poco più di due anni dopo la Liberazione, mentre l’azionismo continuò a essere nella cultura della sinistra italiana un filone tanto nobile quanto minoritario.
Anche l’esperienza della socialdemocrazia italiana (Psli, poi Psdi) è lì a testimoniare quanto sia importante il radicamento organizzativo sul territorio, nelle grandi realtà associative di massa (sindacato, cooperative). Tutti oggi riconoscono che a Palazzo Barberini (gennaio 1947) Saragat aveva ragione nel difendere l’autonomia del socialismo democratico dall’abbraccio fusionista e nelle scelte di politica internazionale, eppure il responso delle elezioni del 1948 (7,1%) segnò la fine dell’illusione di poter creare in Italia un grande partito socialista democratico di massa, sul modello di altri paesi europei: un soggetto in grado di vincere la competizione con i comunisti per la leadership della sinistra. In verità a pochi mesi dalla fondazione del Psli, al primo congresso della Cgil unitaria, si era già manifestata una debolezza strutturale, destinata a pesare inesorabilmente a condizionare in negativo lo sviluppo del nuovo partito. In quella occasione la lista dei sindacalisti vicini al Psli e al Pri ottenne uno striminzito 5%. Una presenza marginale e insufficiente per sviluppare una qualsivoglia azione di contrasto alla maggioranza socialcomunista.
Insomma, un partito socialdemocratico o è un grande partito oppure non è in grado di svolgere il ruolo di guida della sinistra di governo che gli è proprio.
Riportato alla politica di oggi e alla questione socialista, il problema della dimensione critica di un soggetto d’ispirazione socialista democratica non può essere eluso, pena risvegliarsi malamente all’indomani della prima elezione. L’entusiasmo riunificatore che pervade l’articolato arcipelago socialista, rischia di sottovalutare i fattori materiali dell’organizzazione partitica e di gettare il cuore oltre l’ostacolo, senza riflettere adeguatamente proprio sui caratteri tipici dei partiti del socialismo europeo.
L’altra faccia della medaglia di un simile atteggiamento è la costituzione di un partito di reduci del socialismo, con la testa rivolta a un passato glorioso, ma estraneo alle dinamiche sociali e alle nuove domande della società, pur essendo in possesso di un bagaglio ideale e culturale di prim’ordine. Il riformismo per dare gambe alla sua azione di cambiamento ha bisogno di una rete organizzativa in grado di sostenere questo sforzo rivoluzionario, se si pensa alle resistenze corporative diffuse nella società e nell’economia italiana.
Anche per questa ragione, sono tra quelli che ritengono che la questione socialista possa trovare una risposta migliore nella partecipazione attiva e critica al processo costituente del Partito democratico. Un cantiere aperto che ha bisogno di essere innervato dalla cultura del riformismo socialista, per evitare di diventare una “fusione fredda” tra Ds e Margherita.
A riguardo vi sono molte obiezioni e comprensibili riserve tra i socialisti, ma l’obiettivo di unire in un unico, grande partito, i filoni del riformismo italiano del Novecento è una risposta ambiziosa, ma indispensabile per uscire dalla crisi del sistema politico italiano e ridare centralità riformista all’attuale alleanza di governo. Sta nelle cose naturali, infine, che l’approdo finale del Pd nella politica internazionale sia la famiglia socialista democratica del Pse e l’Internazionale socialista. Ci sono legittime resistenze nella Margherita su questa soluzione, ma alternative concrete non ci sono e alla fine non potrà che vincere un approccio ragionevolmente pragmatico prima ancora che sterilmente ideologico.
In definitiva la questione socialista è giunta a un bivio: tentare una improbabile Rifondazione socialista, tra gruppi, associazioni e partiti distanti tra loro su molti aspetti, correndo il rischio di ripercorrere l’esito elettoralmente fallimentare della Rosa nel pugno e di costruire un rifugio di reduci più che un moderno partito socialista democratico (mi si perdoni la brutale franchezza), oppure essere protagonisti e non comprimari della sfida del Partito democratico, che può diventare quel grande partito riformista plurale che l’Italia non ha mai avuto.
In questo quadro il fattore O (organizzazione) non può essere accantonato e su questo aspetto nel dibattito in corso nell’area socialista mi pare di osservare un imbarazzato silenzio, preoccupante per chi vorrebbe partecipare alla competizione elettorale con ambizioni da partito a vocazione maggioritaria. Di un nuovo Psiup gli italiani non sentono alcun bisogno.

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