sabato 3 marzo 2007

Se siamo poveri l'euro non c’entra è la pressione fiscale che ci rovina

da Il Riformista del 1 marzo 2007, pag. 2

di Giancarlo Pagliarini


Se ogni giorno che passa diventiamo più poveri la colpa non è certo dell'euro. Basti pensare che nel 2005 gli interessi passivi sul debito pubblico ci sono costati 64,5 miliardi di euro (circa il doppio di tutto il get­tito dell'Irap, che è stato di 34 miliardi) men­tre 15 anni prima, con un debito pubblico che era meno della metà, ne avevamo pagati più di oggi: 72 miliardi. La vera colpa della nostra povertà è 1) della mancanza di competitività del sistema Paese. Non attiriamo capitali: la Dell dal Texas non ha scelto la Brianza o Siracusa, ma ha investito e creato posti di lavo­ro a Montpellier. Ipod è in Irlanda e così via, e 2) non investiamo a sufficienza in ricerca, sviluppo, nuove tecnologie e nuovi prodotti. In passato rimediavamo con le «svaluta­zioni competitive», che sono una droga per l'economia e una tassa nascosta per le tasche di tutti. Adesso grazie all'euro tocchiamo con mano che siamo malati e che la malattia si chiama mancanza di competitivita. Le me­dicine sono note ma invece di guardare lon­tano e di pensare ai nostri figli a Roma pre­feriscono continuare a genuflettersi e a ve­nerare il dio voto, e così la malattia diventa ogni giorno più grave. Ecco perché molti nostri concittadini fanno sempre più fatica ad arrivare alla fine del mese.



Non attiriamo capitali e non investiamo a sufficienza perché la nostra pressione fisca­le è tra le più alte del mondo. Il dato ufficiale è del 40,5% del Pil, nella media dell'Ue. Ma quando l'Istat calcola il Pil considera anche, correttamente, una stima dell'economia sommersa. Ma quelli che operano nel som­merso non versano tasse e non pagano con­tributi sociali: dunque la pressione fiscale rea­le è intorno al 50%,e questi sono soldi che in­vece di essere spesi per studi e ricerche di nuovi prodotti finiscono allo Stato, ad altre pubbliche amministrazioni e agli enti previ­denziali. I primi li usano 1) per pagare gli sti­pendi ai propri dipendenti, il cui costo è au­mentato del 15% dal 2000 al 2005, ben oltre l'inflazione, e nel 2005 è stato pari al 39,8% di tutte le tasse (dirette, indirette, statali e lo­cali) incassate dalle pubbliche amministra­zioni, e 2) per finanziare, con operazioni di assistenzialismo non responsabilizzante, la caccia al voto di tutti i partiti politici. È il fa­moso "assalto alla diligenza" della legge fi­nanziaria. Se volete saperne di più chiedete agli addetti ai lavori il significato della parola «mancia», sempre con riferimento alla legge finanziaria. Mentre gli enti previdenziali, data l'enorme evasione dei contributi sociali, li utilizzano per finanziare con la fi­scalità il pagamento del 24,5% della previ­denza e dell'assistenza.



Tutto questo per dire che i conti pubbli­ci e il sistema fiscale hanno più che mai biso­gno di una decisa operazione di trasparenza. Con più trasparenza i soliti furbi non si po­trebbero più nascondere tra le pieghe dei bi­lanci, l'economia sommersa diminuirebbe e con essa la pressione fiscale, e le risorse pub­bliche verrebbero spese in modo più efficien­te: meno assistenzialismo dettato dalla caccia al voto e più responsabilità. Tutto questo ha un nome e un cognome: federalismo fiscale. Ora, mi rendo conto che non è bello fic­care il naso in casa d'altri, e io ormai ho la­sciato la Lega, ma c'è una cosa che proprio non capisco quando leggo che Calderoli, Ca­stelli e gli altri vecchi amici chiedono con tan­ta insistenza di sciogliere le Camere e di rifa­re le elezioni politiche. Mi domando: per co­sa? Evidentemente per vincere le elezioni. Va bene: e poi? Ai miei tempi l'obiettivo non era vincere o perdere le elezioni, ma realizza­re una riforma federale. Non di ottenerla con la sinistra oppure con la destra, ma di otte­nerla e basta. Per intenderci parlo di quella riforma che non abbiamo (dico «abbiamo» perché c'ero anch'io) ottenuto in 5 anni di governo con la Casa delle libertà.



Io in questi giorni non avrei chiesto ele­zioni anticipate, ma avrei fatto una cosa di­versa. Avrei consegnato a Prodi (e a Napoli­tano per conoscenza) l'articolato della legge della Lega per un serio federalismo fiscale. Avrei reso pubblico il testo, con tanto di rela­zione tecnica e con tutte le spiegazioni del ca­so, e avrei detto a Prodi: se mi firmi (tu e i capigruppo dei partiti della tua coalizione) che entro due mesi questo testo viene portato in aula alla Camera e al Senato e se fai firmare a tutti i deputati che stanno dalla tua parte l'impegno a votare questo articolato così com'è e senza proporre nessuna modifica, io ti voto la fiducia. Cosa poteva succedere? Per cominciare tutti avrebbero parlato di questa proposta, del «tradimento» della Lega, ma anche e soprattutto del contenuto della leg­ge per realizzare un serio federalismo fiscale. E questo sarebbe stato già un bel successo. Poi vediamo: mi sembra che potevano succedere tre cose. Prima possibilità: Prodi ri­fiutava sdegnosamente la proposta. Bene, così Prodi e i suoi non avrebbero più potuto dire che il federalismo fiscale per loro è una cosa importante, e tutti i giornali avrebbero commentato la legge della Lega per il fede­ralismo fiscale esaminandone in dettaglio il contenuto e cesellandone i pro e i contro. Na­turalmente a questo punto sarebbe stato fin troppo agevole dichiarare che lo stesso testo sarebbe stato proposto a Berlusconi come condizione della Lega per aderire in futuro alla Cdl e questo avrebbe significato, naturalmente in presenza di una buona legge, che alle prossime elezioni la Lega avrebbe avuto i voti dei leghisti, anche di quelli che hanno lasciato la Lega, anche il mio, e a mio giudizio anche quello di una buona metà degli elettori del Nord di FI.



Oppure, seconda possibilità, Prodi avrebbe proposto delle modifiche al testo della legge. Ancora meglio. Parliamone: così avremmo potuto seminare numeri, cono­scenze e idee di autonomia, di responsabilità e di federalismo. Proprio quello che faremo a Brescia domenica prossima, il 4 di Marzo.



Oppure, terza possibilità, Prodi accetta­va la proposta. Qualcuno mi ha detto che questa possibilità è remota. Anzi, che non esi­ste proprio. È vero... a meno che la legge proposta sia una "porcata" ancora più gran­de di quella elettorale. Il che non è impossibi­le, se ricordiamo che venerdì 75 novembre 2006 La Padania aveva pubblicato un artico­lo intitolato «Ora serve il federalismo fisca­le». Quel testo era l'apoteosi del centralismo e sarebbe piaciuto non solo a Prodi, ma an­che a Bertinotti, a Diliberto e a Franco Turigliatto. Ecco il testo: «Il federalismo fiscale si­gnifica innanzitutto una più equa distribuzio­ne delle risorse basata sul principio che chi più e meglio produce deve avere un segno più tangibile dell'attenzione dello Stato ri­spetto a quelli che producono meno e spre­cano di più». Incredibile vero? Siamo qui in ginocchio con la mani giunte ad aspettare un segno più tangibile dell'attenzione del Padre­terno, sì insomma, dello Stato. Quel testo lo ricordo come un incubo, e spero che non sia per questo che la Lega in questi giorni ha chiesto di sciogliere le Camere invece di fare quella che a me sembrava la cosa più logica nella circostanza: parlare ancora e sempre di riforma federale.

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