sabato 3 marzo 2007

Sindrome indiana per il Professore

da Corriere della Sera del 1 marzo 2007, pag. 38

di Bill Emmott




Immagino che dovrei chiedermi, con un sospiro infastidito: perché restare sorpreso davanti alla crisi politica italiana? Queste crisi erano all'ordi­ne del giorno, prima del lungo regno di Silvio Berlu­sconi. Ma una ragione c'è. Forse pecco di ingenuità politica, ma non ho potuto fare a meno di restare sconvolto dal fatto che la coalizione fosse entrata in crisi in materia di politica estera, sul rinnovo dell'ade­sione dell'Italia alla missione Nato in Afghanistan. Ai miei occhi, tali argomenti sono estranei ai giochi di potere e dovrebbero esigere una sorta di accordo bipartisan, affinchè la vita dei soldati italiani e dei civili afghani non venga messa a repentaglio dalle manovre politiche interne. Eppure, non solo sono rimasto scosso nel vedere che la coalizione si è spac­cata per questo motivo, ma ancor più allibito, come straniero, nel vedere il centrodestra bocciare il gover­no su qualcosa che avrebbe invece appoggiato se fos­se stato ancora al potere.



Sì, in politica sono un ingenuo. Indubbiamente quest'episodio è una rappresaglia per qualche misfat­to compiuto in passato dalla sinistra. Ma l'opposizio­ne si è sminuita con questo voto, sotto il punto di vista sia morale sia patriottico. Qualunque cosa si voglia pensare dell'invasione dell'Iraq (e ammetto di essere stato favorevole), il governo Berlusconi si era dimostrato fiero di essere italiano quando aveva in­viato i suoi soldati a contribuire alla ricostruzione del Paese. Inviare altre truppe per dar man forte ai canadesi, ai britannici e ad altri alleati della Nato in Afghanistan sarebbe stato anch'esso un atto patriot­tico e di grande statura politica, capace di rafforzare la reputazione dell'Italia nel mondo. Ma no. Si è pre­ferito, così pare, un gesto campanilistico, persino al costo di danneggiare l'immagine dell'Italia.



Forse però questa crisi italiana mi sorprende anco­ra di più per la mia recente visita in India, nel corso della quale ho partecipato al ricevimento presso la residenza dell'ambasciatore italiano in onore di Ro­mano Prodi. Il premier italiano mi era apparso così rilassato e fiducioso... E' normale sentirsi rilassati quando si è lontani dal proprio Paese, lontani da un ambiente stressante. Ma la sua aria rilassata si spie­ga forse con il suo ritrovarsi in una situazione stranamente familiare. Il premier indiano Manmohan Singh potrebbe essere chiamato «il professore» dal suo capo, Sonia Gandhi, e presiede anch'egli una fragile coalizione di centrosinistra: governa cioè con il soste­gno di svariati partiti comunisti, che intralciano le sue riforme economiche. I due leader avranno trova­to molto da dirsi.



Non c'è dubbio che avranno discusso anche delle reciproche alternative — al di là delle alternative, in­tendo dire, e cioè la possibilità di abbandonare la politica per tornare all'insegnamento universitario. Le altre opzioni di Singh sono limitate, perché l'In­dia non ha più veri e propri partiti a livello naziona­le. Singh non ha altri grandi, potenziali alleati. Tutti i governi sono costruiti su coalizioni di piccoli partiti regionali. Singh può cambiare alleanze e prendere a bordo piccoli partiti locali, su base di casta, ma solo se è disposto a pagarne il prezzo in termini di favori da elargire a quella casta o a quella tribù.



La posizione di Romano Prodi è senz'altro miglio­re. La sua coalizione è divisa e fragile, ma così è pure il centrodestra, che non riesce a mettersi d'accordo sul successore di Berlusconi, specie in quanto Berlu­sconi non è d'accordo che occorra cercargli un succes­sore. Il sogno a lungo accarezzato di una coalizione di centro dovrebbe in teoria rappresentare un'opzio­ne pratica, in tali circostanze. Da entrambi i lati cova­no dissenso e disaccordo. Ma è bene non lasciarsi ingannare neanche da questo. Teoria e pratica sono due cose molto diverse quando si tratta di politica.


Avendo ottenuto la fiducia per rilanciare il suo governo, che cosa dovrebbe fare oggi Prodi? Molti hanno detto che è ormai un leader ferito, indebolito, incapace di portare avanti le sue riforme coraggiose. Ed è vero che la sinistra radicale ha dimostrato di essere in grado di far cadere il governo e non si lascia intimidire dalla minaccia di nuove elezioni. Nono­stante questo, Prodi non dovrà comportarsi da lea­der azzoppato, non dovrà cedere a pressioni e ricatti. Se non prosegue sulla strada delle riforme, assai mo­deste benché necessarie, a quale scopo conservare la poltrona di primo ministro? Se non riesce a conclude­re nulla nel governo, tanto vale che se ne torni all'uni­versità. Caro Prodi, non la dia vinta alla sinistra. Continui a osare.

NOTE

© Bill Emmott, 2007
Traduzione di Rita Baldassarre

Nessun commento:

Posta un commento