mercoledì 14 marzo 2007

Il progetto della Margherita verso il nuovo Partito democratico

La relazione del coordinatore regionale Marco Monari al congresso provinciale di Bologna


Carissimi Delegati,
come sapete, il nostro atto di nascita è avvenuto nell’urna, con le elezioni del 13 maggio 2001. Quel 14,5% è il vero fondamento della Margherita, deciso dagli elettori, anche se successivamente confermato solo in parte.
Una nascita deliberatamente ed esplicitamente pensata come svolgimento del progetto dell’Ulivo. Una Margherita per l’Ulivo, dicemmo, assumendo su di noi la sfida di rappresentare un’anticipazione parziale ma concreta di un soggetto “meticcio” in grado di comprendere e di far interagire creativamente culture e storie politiche diverse ma unite da una comune idea dell’Europa, dei diritti, delle regole, del radicamento nei valori della carta costituzionale, dell’impulso ad una modernizzazione sempre attenta a chi rischia di rimanere indietro.
Quel progetto oggi,nella fase attuale, si è specificato nella decisione nostra e dei democratici di sinistra-assunta assieme al movimento dei repubblicani europei- di promuovere,di aprire il processo costituente di quel grande partito democratico –nazionale -a vocazione maggioritaria- che è indispensabile per condurre a compimento la riorganizzazione bipolare del nostro sistema politico così da fornire all’Italia le condizioni di una democrazia governante ed indispensabile per dare una struttura solida al nostro campo di centrosinistra.
La nostra mozione congressuale - infine unitaria - ci spinge a ragionare direttamente attorno al profilo politico e programmatico, attorno ai valori ed agli obiettivi caratterizzanti del partito nuovo, attorno al percorso che ci consentirà di offrirlo agli elettori di centrosinistra come lo strumento credibile, finalmente disponibile, di un nuovo rapporto, davvero democratico, con la politica.
Noi pensiamo che - per costruire il nuovo soggetto politico - occorra mettere al primo posto i contenuti e che le questioni relative agli assetti debbano seguire in modo tanto più spedito a seconda di come saranno affrontati in modo chiaro i problemi.
Riteniamo che anche a Bologna sia necessario partire dalle fondamenta, evitando intese di vertice o tra pochi. E’ il progetto che deve prevalere. Il Partito democratico deve essere un’occasione offerta alla società perché quest’ultima sia davvero protagonista di un tempo nuovo, portando a compimento una incubazione durata ormai dieci anni e che si è già manifestata negli straordinari risultati della lista unitaria, prima alle regionali, poi alle europee, infine alle politiche dell’aprile scorso.
Bisogna aprire un cantiere senza preclusioni, ma è evidente che dalle forze che hanno sin qui condiviso un impegno comune ci si attende una convinta convergenza politica e programmatica a tutti i livelli, com’è prontamente avvenuto con i gruppi unici, alla Camera ed al Senato.
Ma il partito democratico non potrà accontentarsi di essere una sommatoria di forze già in campo! Dovrà qualificarsi come occasione di moltiplicazione di risorse e di energie!La Margherita non può che essere artefice convinta di questo processo.
All’indomani della caduta del Muro di Berlino, in uno dei suoi libri più belli - 1989: riflessioni sulla rivoluzione in Europa - Ralf Dahrendorf ha osservato come la crisi del comunismo avrebbe inevitabilmente investito anche le socialdemocrazie europee: e così, in effetti, è stato. Anche per questo è indispensabile che tutte le forze del campo di centrosinistra – nessuna esclusa – compiano quel vero e proprio investimento verso il futuro che noi affidiamo alla costruzione del partito nuovo. Anche la questione del futuro rapporto tra il Partito Democratico ed il PSE deve essere affrontato a partire da questa consapevolezza. Nessuna sottovalutazione del tema della collocazione del nuovo partito in rapporto alle grandi famiglie politiche europee, e proprio per questo nessuna scorciatoia. Quanti di noi in altri momenti della loro storia politica si sono riconosciuti nel PPE non lo hanno abbandonato né per convenienza né per cedere a pressioni e richieste altrui ma per la profonda ed intima convinzione di una sopravvenuta incompatibilità ormai manifesta. Ecco perché noi della Margherita non chiediamo ai DS un preliminare abbandono del PSE. Ai DS chiediamo piuttosto di prendere atto che nel cielo e nella terra riformista vi sono più cose di quante ne contenga il PSE. E soprattutto chiediamo loro di accogliere il principio – questo si per noi non rinunciabile – che a decidere della collocazione europea del nuovo partito sia appunto il nuovo partito.
Questo è il mio pensiero autentico sul tema che oggi appassiona, in una misura che a me pare francamente eccessiva, i resoconti di stampa.
Fermo restando, come ho già avuto modo di ribadire, che il documento illustrato ieri in conferenza stampa non costituisce un punto di arrivo ma il punto di partenza di una discussione ampia che deve allargarsi ben oltre il ceto politico, desidero sottolineare che queste mie convinzioni, queste che vi ho appena espresse, coincidono con le affermazioni della Mozione nazionale nella quale tutti noi ci siamo riconosciuti.
Ve le ripropongo: “intendiamo riaffermare la vocazione riformista e la missione europeista come fattore identitario del partito nuovo anche riguardo al sistema di rapporti internazionali. In questo senso siamo impegnati a promuovere una vasta alleanza internazionale delle forze di centrosinistra,capace di rinnovare profondamente la configurazione esistente. La strada che noi scegliamo non è la confluenza nel PSE ma la costruzione,con il PSE e con tutte le forze democratiche e di progresso presenti in Europa,di una grande rete dei riformisti impegnata prima di tutto a sostenere il processo di integrazione politica. Una rete di solide relazioni internazionali che sappia allargare la collaborazione e le iniziative comuni innanzitutto con i Democratici americani e quelle maggiori formazioni democratiche che già da tempo lavorano per risposte innovative, partecipative, eque e sostenibili, per la pace, la sicurezza e la promozione dei diritti umani.”
Detto questo è ben vero che vi sono forze che non condividono o che addirittura osteggiano la nascita del Partito Democratico. Ma anch’esse non possono adagiarsi nella comoda distinzione tra moderati e radicali, tra riformisti ed antagonisti. Troppo facile! Troppa pigrizia intellettuale!La sfida della costruzione di una cultura di governo comune a tutta l’Unione non può essere elusa:la crisi dei giorni scorsi ci ha mostrato quali sarebbero le conseguenze – inevitabili – se questa sfida non fosse affrontata e vinta!
In questo senso la Margherita, e la sua stabile collocazione nell’Ulivo, ha rappresentato e tuttora rappresenta la condizione necessaria per la nascita di un soggetto riformatore. La sinistra democratica non basterebbe: occorre dar vita ad una forza che costituisca il centro di gravità dell’Unione e che sia in grado di avanzare un progetto di innovazione e di cambiamento sufficientemente forte e credibile sia per conquistare consensi oltre i confini attuali del centrosinistra, sia per attestare l’intera Unione sul terreno dell’azione di governo.
E’ un progetto di enorme difficoltà, è evidente, ma è un progetto realistico e perseguibile giacché l’Ulivo non è stato e non è un’invenzione senza radici, ma l’idea-forza che può unire e fondere diversi accenti del riformismo democratico in un Paese come il nostro, dall’impegno dei cattolici in politica alle sensibilità ambientaliste, dall’evoluzione europea della sinistra alle aspirazioni della società civile ad una partecipazione più incisiva e sostanziale alla vita democratica del Paese.
Anche nel nostro contesto locale la Margherita, proprio verso il Partito democratico, deve maggiormente porsi come un soggetto propositivo, interessato al rapporto con le molteplici espressioni della comunità locale.
E’ la politica che deve adeguarsi alla società, non il contrario.
A Bologna dobbiamo dare il nostro contributo, fornendo risposte concrete alle molteplici esigenze di territori diversi e complessi che vanno attraversando cambiamenti profondi e delicati. A questo scopo si tratta di proseguire l’esperienza avviata con il Comitato politico provinciale e con l’elaborazione collegiale e l’approfondimento politico-programmatico che hanno fissato un primo risultato con l’iniziativa che intitolammo “Bologna Centrale”.
Bologna non è solo la città simbolo di importanti tradizioni sociali, civili e politiche. Oggi, in piena epoca post-industriale, è una grande realtà dell’innovazione e del terziario, composta da un polo universitario e di ricerca famoso nel mondo, da un fondamentale sistema sanitario, da infrastrutture di rango europeo, come l’aeroporto, la fiera, che hanno bisogno di un progetto di adeguamento che da troppo tempo tarda a decollare, in una realtà caratterizzata da una presenza tra le più significative di professionisti, di operatori della giustizia, dell’informazione, del commercio, del credito e delle nuove produzioni di beni immateriali, specialmente nel campo della cultura, dell’educazione e delle tecnologie informatiche.
Una realtà che è patria della cooperazione, sede di un diffuso tessuto artigianale, di una sperimentazione di multi-utilities per l’energia e l’ambiente che hanno presto assunto un radicamento regionale e un rilievo nazionale, e che, oltre la storica dimensione distrettuale delle piccole e medie imprese, oggi significativamente partecipa in molti modi alle nuove forme del lavoro autonomo, di prima e di seconda generazione.
Bologna è oggi una città che va oltre la cinta delle antiche mura, come prevedeva e auspicava ben mezzo secolo fa il Libro bianco di Giuseppe Dossetti, una città allargata e integrata al territorio dal punto di vista di ciò che soprattutto conta, le dinamiche reali della vita delle persone.
Da un lato, una parte cospicua dei bolognesi proviene dalla provincia. Dall’altro, Bologna appare oggi connessa ad altre città della provincia che sono cresciute grazie al contributo demografico portato dai bolognesi che hanno lasciato il capoluogo.
Bologna è il capoluogo di questa regione, conta soprattutto per la qualità complessiva del suo contesto territoriale e, proprio per questo, è necessario riconoscerne il ruolo primario nel nuovo sviluppo del sistema regionale.
La visione metropolitana è particolarmente importante, specie se intesa come attitudine, attraverso il metodo cooperativo, a coinvolgere il sistema degli Enti locali, delle autonomie funzionali e l’associazionismo economico e sociale, al fine di collegare di più, intorno alle politiche locali, le azioni orientate ad uno sviluppo compatibile e meglio distribuito nell’intero contesto territoriale.
Occorre prendere atto che la cittadinanza metropolitana è ulteriormente cresciuta e con grande concretezza indicare ai cittadini le reali convenienze di un progetto prima di tutto politico, di definizione di una nuova sovranità democratica per le scelte di area vasta.
Le riforme si fanno con le idee chiare e non con i decreti emessi dall’alto, fissando obiettivi strategici con un pensiero lungo. Quindi, no alle gabbie rigide o astratte, sì alla valorizzazione delle peculiarità.
Occorre poi sapere che certe realtà del territorio sono, per reddito, qualità della vita, servizi, più avanti di certe zone sin qui considerate centrali.
In realtà è un intero sistema che deve essere ripensato.
Occorre tornare ad essere “Comunità”, una Comunità che deve irrobustire la propria identità chiarendosi su dove vuole andare, dichiarando quali obiettivi strategici vuole perseguire con chiarezza, lo dobbiamo ai nostri elettori e a tutti i cittadini.
La questione metropolitana non risiede nelle quantità, demografiche e socioeconomiche, o almeno non solo, quanto nella qualità di un progetto innovatore che sappia saldare in un corpo unico, per quanto flessibile e articolato, città e territorio.
Città metropolitana deve significare ri-articolazione del capoluogo in un insieme meglio impostato di realtà, Comuni del territorio e Quartieri che si trasformano in municipalità, solidali nel condividere le grandi soluzioni amministrative di area vasta.
E allora: sì al riequilibrio territoriale, no all’accentramento o ad un puro e semplice allargamento dei confini del capoluogo. Sì ad un sistema coordinato, non gerarchico, di città e di comunità, che condividano un comune progetto di governo.
In questa prospettiva riteniamo possa essere valutata la nascita di una Unione dei Comuni dell’area urbana bolognese, purché si fondi sul principio della pari dignità.
Dobbiamo diventare interlocutori credibili di tutti questi mondi. Dobbiamo dare sostanza sociale al nostro agire politico, unendo la tutela dei ceti più deboli alla creazione di opportunità di intrapresa per quelli più dinamici.
Tutto ciò,e tanto più questo passaggio verso il Partito democratico , ci impone di dotarci di un gruppo dirigente che sia all’altezza delle necessità e che in questa fase sappia garantire le condizioni dello stare insieme e una concorde valorizzazione della pluralità delle sensibilità presenti nella Margherita in tutte le realtà territoriali.
Dobbiamo lavorare perché i circoli costituiscano un’occasione di partecipazione sostanziale e possano diventare un ponte gettato tra politica e società, senza circoscriverne l’azione all’ambito stretto degli aderenti alle forze costituenti della Margherita.
Negli ultimi mesi la Margherita ha trovato un clima di maggiore serenità, di ciò va dato merito al buon lavoro svolto da un Comitato politico rappresentativo di tutte le sensibilità presenti nel partito. Bisogna continuare così. Bisogna guardare avanti.

Care amiche, cari amici,
da quando mi è stato chiesto di assumere l’interim anche come coordinatore della Margherita provinciale bolognese poco meno di un anno fa, nel luglio del 2006, mi sono impegnato nel tentativo di creare un clima di dibattito franco e costruttivo valorizzando l’organismo dell’ufficio politico come luogo della rappresentanza aperta e plurale.
Credo che l’esperienza fatta sia stata positiva. Certamente lo è stata per me. Spero lo sia stata per tutti coloro che hanno collaborato con me.
Desidero ringraziarli tutti. E’ evidente che per me la relazione tra il regionale e Bologna è importante per ragioni anagrafiche oltre che politiche.
E’ stato un lavoro intenso che mi ha fortemente coinvolto, ma ritengo che ne valesse la pena.
Penso anche che lo stesso congresso cittadino avrebbe potuto essere impostato in modo più ordinato se tutti avessero creduto fino in fondo nell’utilità di quell’organismo, dell’ufficio politico, al fine di comporre le questioni e le diverse sensibilità in una proposta più capace di evitare confronti sperimentati direttamente sul campo congressuale, magari per ricavare dal mero computo dei numeri il senso di una prospettiva che solo la politica può incaricarsi di dirimere.
Ma ripeto: considero il congresso cittadino, per come si è svolto e per i risultati che ha dato, un’occasione di crescita delle nostre consapevolezze nel percorso verso lo stesso congresso provinciale che adesso si apre.
Vorrei essere considerato tra quanti hanno cercato di dare un contributo utile a superare talune incomprensione, creando le condizioni, insieme agli amici che si sono in questi anni collocati in una posizione di dialogo e di ricucitura, per la proposta che costituisce adesso concretamente l’oggetto della riflessione per questo congresso provinciale.
Una proposta che ha un profilo politico indubbio rivolto al Partito democratico e che ha già ricevuto una validazione dal corpo del nostro partito con i congressi cittadini ed in particolare da quello di Bologna, che ora vede l’impegno attivo di Gianluca Benamati, al quale rivolgo il mio fraterno “in bocca al lupo” e che disegna un percorso coordinato che credo possa avere nel congresso regionale il suo naturale punto di approdo.
Buon congresso a noi tutti, per una Margherita più coesa e forte nella prospettiva che ci impegna verso la trasformazione del progetto dell’Ulivo nel nuovo soggetto del Partito democratico.

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