lunedì 19 marzo 2007

Analisi politica. Partito Democratico, ma per chi?

da America Oggi del 14 marzo 2007, pag. 11

di Valerio Bosco


Come sta il progetto del futuro partito democratico? A dare un’occhiata ai quotidiani italiani, agli articoli dei retroscenisti, alle interviste rilasciate dai protagonisti – i vari Piero Fassino, Francesco Rutelli, Massimo D’Alema, il presidente del Senato Franco Marini – la proposta del nuovo soggetto politico non gode di ottima salute. L’atteso "nuovo contenitore del riformismo laico e cattolico" capace di rappresentare la forza a vocazione maggioritaria della coalizione di centro-sinistra non ha offerto al governo Prodi quella stabilità e quella coesione ancora oggi negata dal potere di ricatto dei partiti minori dell’alleanza e dai ristretti numeri del Senato della Repubblica. Il tanto auspicato motore riformista della maggioranza di governo, identificato nel gruppo parlamentare unico de l’Ulivo nato dall’associazione di DS e Margherita, ha operato in sintonia - e bene – sul capitolo delle liberalizzazioni e delle norme a tutela dei consumatori sostenendo, in materia, l’azione dell’esecutivo. Dalla politica estera alla questione dei diritti civili, dalle grandi scelte di politica economica – la riforma del sistema pensionistico – al tema delle privatizzazioni, l’iniziativa dei due partiti si è rivelata a tratti debole, timorosa delle sensibilità vaticane, e troppo poco coraggiosa.



Sulla politica estera il Ministro degli esteri Massimo D’Alema ha cercato in tutti i modi di assecondare le sensibilità dell’estremismo pacifista: la carta della conferenza di pace sull’Afghanistan non ha evitato una crisi di governo velocemente rientrata solo grazie al rinnovato collante dell’anti-berlusconismo. Compito del motore riformista sarebbe stato quello di "imporre" ad una minoranza irriducibile le ragioni della nostra presenza in Afghanistan: c’è una richiesta del governo di Hamid Karzai e un mandato che le Nazioni Unite hanno affidato alla NATO e ad un’ampia coalizione internazionale.



Sul tema dei diritti civili il compromesso sui DICO si era già rivelato al ribasso rispetto all’enfasi che la questione del riconoscimento delle coppie di fatto aveva trovato nel programma di governo della coalizione: condizionate dalle pesanti interferenze delle alte gerarchie ecclesiastiche, le due ministre Rosy Bindi e Barbara Pollastrini hanno prodotto un testo dal quale il governo è stato costretto a prendere le distanze per tutelarsi al centro, presso quelle sensibilità post-democristiane, pronte, come l’ex UDC Marco Follini, a prestare il proprio soccorso parlamentare. Il risultato non è stato solo un testo scritto in fretta e con molte incongruenze, "un meccanismo di dichiarazioni unila-terali e raccomandate che - secondo il Presidente della Commissione giustizia del Senato Cesare Salvi - rischia di determinare un’incertezza dei rap-porti e di ingolfare le aule di giusti-zia; l’annuncio del governo di aver esaurito il suo compito sul tema, ha infatti privato il provvedimento della necessaria forza politica, producendone l’inevitabile abbandono.



Sulla riforma delle pensioni e la ripresa delle privatizzazioni, DS e Margherita hanno sin qui esitato, costretti sulla difensiva dal conservatorismo della maggiore forza sindacale italiana - la CGIL - e da quello della sinistra comunista: i due partiti non sembrano riconoscere le forze sociali che potrebbero raccogliere, quasi naturalmente, la proposta di incisive politiche di modernizzazione. I tanti giovani e meno giovani, esclusi dalle corporazioni e dalle tradizionali centrali sindacali, precari e lavoratori a tempo, non sono gli interlocutori naturali del berlusconismo, ma piuttosto il nuovo "blocco sociale" nel quale dovrebbe pescare un partito riformista.



Sulla politica estera, la laicità, e l’innovazione economica, le deficienze e le debolezze del partito democratico stanno venendo a galla. Nei DS l’opposizione al duo-polio Fassino-D’Alema sembra acquisire progressivamente la fisionomia di una fronda: il senatore Gavino Angius, leader di una delle tre mozioni che si confronteranno al congresso della Quercia della prossima primavera è stato fin troppo esplicito: "Non mi piace che il mio partito sia totalmente appiattito sulle posizioni della Margherita. Rutelli sembra il padrone del futuro Partito democratico, ha già detto che la laicità va trattata con cautela e che bisogna star fuori dal Partito socialista europeo. Se il PD è questo io non voglio avere niente a che fare con questo nuovo soggetto politico: una volta sciolti i DS, saremo tutti liberi di scegliere la nostra strada."

Effettivamente, alla chiarezza con la quale Rutelli rifiuta la collocazione del PD nella famiglia del socialismo europeo si oppone il silenzio della dirigenza DS: nella corsa alla successione di Jacques Chirac in Francia, il leader della Margherita ha pubblicamente appoggiato il democratico-cristiano e liberale Francois Bayrou, leader navigato, preparato e non anti-americano, originalità da apprezzare per un politico transalpino. La vera novità è però la donna (!) e socialista Ségolène Royal, candidatura che dovrebbe naturalmente riscuotere le simpatie delle forze progressiste europee.



L’insofferenza della minoranza diessina per l’ipoteca moderata che grava sul PD si è del resto manifestata in modo ancor più concreto rispetto alle parole di Angius ed ha preso la forma di una vera e propria dissidenza: la settimana scorsa, a Bertinoro, in Emilia Romagna , un convegno di ex socialisti craxiani (De Michelis, Bobo Craxi), socialisti dello SDI, dirigenti ed ex dirigenti dei DS (tra cui Lanfranco Turci, Giuseppe Caldarola ed Emanuele Macaluso) ha discusso la possibilità di dare vita ad una nuova forza politica che, all’indomani della costituzione del partito democratico, potrebbe essere l’unica a fare esplicito riferimento alla famiglia politica del socialismo europeo.



Al momento si tratta di un’ipotesi confusa, segnata da nostalgie, personalismi e ansie di rivincite individuali: l’intuizione resta però nelle corde dell’evoluzione della società e del sistema politico italiano. Un’intuizione che riprende quella proposta laica, socialista, liberale e radicale lanciata dalla Rosa nel pugno – l’intesa tra i il partito radicale e lo SDI di Enrico Borselli – alla vigilia delle elezioni della primavera 2006, ed allora salutata con simpatia da uno dei principali quotidiani italiani, il Corriere della Sera.



Proprio per accrescere il respiro dell’iniziativa avviata in terra emiliana e per costruire davvero un’alternativa liberale e progressista al moderatismo sul quale sembra incamminato il PD –"il compromesso storico bonsai" - il coinvolgimento di quella sinistra radicale e libertaria, dei diritti, delle persone e dell’innovazione economica - impersonata dall’ingombrante figura di Marco Pannella – sembra necessario. Il rischio, in caso contrario, è quello di costruire l’ennesimo partito di "reduci" e "post", mescolando semplicemente i superstiti del craxismo e gli orfani del PCI. Quello che serve al sistema politico italiano, e quello che manca al Partito democratico, è invece il progetto di una moderna sinistra di stampo europeo, socialista e liberale.

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